Le dighe della memoria
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Abbonati ora a S+È un caldo sabato di giugno. La prima grande ondata di calore del 2026 deve ancora colpire con tutta la sua brutalità ma sulle rive del Zoggler Stausee/Lago di Zoccolo in Ultental/Val d’Ultimo, alle 10 di mattina, il sole picchia già forte quando un gruppetto di persone si raccoglie intorno a Jess Delves, attivista di Climate Action South Tyrol. Nell’ambito di un ciclo di visite educative sul cambiamento climatico, Delves ha organizzato un Walk and Talk con lo storico Hannes Obermair e il presidente del Klima Club Südtirol, Thomas Egger.
“Con la nostra serie Walk & Talk vogliamo mettere in contatto scienziati e cittadini, rendendo tangibili le misure di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico in corso in Alto Adige”, dice Delves a SALTO. “La Val d’Ultimo è un esempio emblematico dell’equilibrio delicato che caratterizza questi processi: da un lato la necessità di decarbonizzare la produzione energetica, dall’altro gli impatti sulle comunità locali e sugli ecosistemi. Un equilibrio che solleva questioni politiche ed etiche fondamentali su chi beneficia della transizione energetica e chi ne sostiene i costi”.
Questo equilibrio è particolarmente delicato in Val d’Ultimo sin dalla creazione dei bacini negli anni Cinquanta e Sessanta. Ora è il progetto Alperia per un nuovo impianto di pompaggio idroelettrico (Pumpspeicherwerk, PSK) che tocca nervi scoperti. In cantiere dal 2023, il nuovo impianto dovrebbe sfruttare il dislivello tra due bacini esistenti – i laghi Zoggler/Zoccolo e Arzkar/Quaira, sul Larcherberg - con la necessità però di scavare nuovi tracciati nella montagna. Alperia descrive il progetto come una “batteria verde” di accumulo basata su un doppio movimento: nei momenti di eccesso di corrente in rete, l’acqua viene pompata dal bacino a valle a quello a monte; quando invece serve più energia, ridiscenderebbe, mettendo in moto le turbine che la trasformano di nuovo in elettricità.
Il progetto sarà sottoposto a referendum popolare, probabilmente nella primavera 2027, dopo che la data è stata rinviata più volte.
La prospettiva storica
Hannes Obermair, che arriva all’appuntamento alla Schwemmalm in bicicletta fresco come una rosa, dice apertamente che, come storico, ha il compito di mettere la questione della costruzione dei bacini in prospettiva. La Val d’Ultimo porta i segni di traumi mai del tutto elaborati, che riemergono a ogni dibattito pubblico legato all’energia – oggi quello sul Pumpspeicherwerk, ma potrebbe trattarsi di qualsiasi altro tema.
“Quello che è successo qui è successo ovunque in Europa in quel periodo”.
Nel suo intervento invita a non isolare la vicenda: “Quello che è successo qui è successo ovunque in Europa in quel periodo”, ha detto, richiamando altri casi di valli alpine sacrificate alla produzione idroelettrica nel dopoguerra – dalle note vicende del Lago di Resia al lago di Sylvenstein in Baviera (con la scomparsa del villaggio di Fall nel 1954) fino ai villaggi trentini scomparsi e ricostruiti altrove, come Stramentizzo nella vicina Val di Fiemme nel 1956.
“La Val d’Ultimo porta i segni di traumi mai del tutto elaborati”.
Obermair colloca la costruzione delle sei dighe e centrali (1949-1969) nella valle nel contesto più ampio della politica energetica italiana del dopoguerra: un Paese povero di materie prime che puntava sul “carbone bianco” dell’energia idroelettrica, che aveva le sue radici nella pianificazione fascista degli anni '30 e in strutture come l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale, 1933), che tramite la Società Trentina di Elettricità (STE) finanziò le opere in valle.
Lo storico ha poi definito il sistema a cascata dei sei bacini un vero “gioiello” ingegneristico per l’epoca, chiedendosi se la stessa Alperia sia oggi pienamente consapevole del valore tecnico di quanto ha ereditato, ma anche – spostando il dibattito sul piano etico – se l’azienda “sia all’altezza della responsabilità storica rispetto ai traumi tuttora presenti in valle, vista la mancanza di trasparenza che ha fin qui adottato”.
Un passaggio ha toccato un nervo scoperto: secondo Obermair, la narrazione stessa della valle ‘violata’ - cristallizzata nel titolo e nei contenuti nostalgici del libro di Christoph Gufler, Versunkene Heimat -porta con sé un’eco delle retoriche dell’epoca delle Opzioni del 1939/40, quando gran parte della popolazione aveva scelto di optare per il Terzo Reich. Un parallelo storico che, secondo lo storico, meriterebbe di essere affrontato più apertamente nella memoria pubblica della valle. Obermair ha inoltre segnalato un’assenza nella memoria pubblica locale: nessuna lapide ricorderebbe i circa venti operai – in gran parte italiani, giunti da fuori provincia – morti durante i vent’anni di cantiere.
“La sensazione di non poter scegliere se e come partecipare a un processo di trasformazione imposto dall’esterno accomuna l’esperienza storica a quella attuale”.
Ciò non toglie, ha chiarito lo storico, che la dinamica di fondo resti reale e si stia in parte ripetendo: quella di una “subalternità” - la sensazione di non poter scegliere se e come partecipare a un processo di trasformazione imposto dall’esterno – che, secondo Obermair, accomuna l’esperienza storica a quella attuale nei rapporti tra la valle e Alperia. Che la controparte adesso sia sudtirolese, e non certo statale, acutizza ulteriormente la ri-traumatizzazione di una vallata, “come se Cristo si fosse fermato a Lana, per riprendere il famoso romanzo di Carlo Levi”, dirà poi a SALTO.
Le preoccupazioni degli abitanti
Anche i commenti che gli Ultner esprimono nel gruppo mentre camminiamo lungo lo Stausee sembrano rispecchiare il sentimento della Heimat sommersa raccontata da Gufler, che, oltre a documentare gli espropri dei masi, descrive anche la retorica dell’epoca, che presentava le opere come un “salto di un secolo” per una valle definita “arretrata”, contrapposta alle testimonianze dirette dei contadini colpiti: questi raccontano un diffuso senso di impotenza di fronte agli interessi della società costruttrice e dello Stato centrale.
Non appena Obermair parla di traumi il collegamento tra la memoria storica e il progetto attuale è immediato.
Veit Pircher, proprietario di un maso sul Larcherberg e quindi toccato in prima persona dal nuovo progetto, appare sinceramente sconsolato quando dice che è tutto come 60 anni fa per come Alperia si relaziona con gli abitanti. Un aspetto particolarmente preoccupante, dice, è se e come il nuovo progetto metterà a repentaglio le fonti d’acqua sul Larcherberg: il progetto metterebbe a rischio l’approvvigionamento idrico di 40 masi e case. Insieme agli altri abitanti presenti chiede perché non utilizzare la condotta forzata già esistente tra di Arzkar/Quaira e Kuppelwies. “In questo modo si preserverebbe il paesaggio alpino incontaminato e si ridurrebbe il consumo di suolo”, conclude Pircher.
Tra gli Ultner come Agnes Schwienbacher, da sempre opposta al progetto, è evidente che è fortissimo il senso che la valle abbia già dato e che prima di bucare di nuovo le montagne si debbano pensare altre strade – sviluppando altre fronti di energia rinnovabile, ad esempio. La sensazione di un progetto calato dall’alto e di una continua carenza di comunicazione e coinvolgimento fanno il resto.
I lavori del Bürgerrat
E questo nonostante gli sforzi fatti, compreso il lavoro del Bürgerrat Ulten, un consiglio dei cittadini (estratti a sorte) che tra il 2024 e il 2025 ha esaminato il progetto del nuovo impianto di pompaggio. Nella premessa del rapporto finale, i cittadini scrivono che il tema è “complesso ed emotivo, soprattutto perché la storia della costruzione degli impianti idroelettrici già esistenti - testimoni della dittatura fascista in Alto Adige -non è mai stata davvero elaborata, lasciando tracce visibili nel paesaggio e nelle persone”.
Il Bürgerrat non si è espresso né a favore né contro il progetto, ma ha formulato richieste dettagliate: interramento delle linee elettriche, monitoraggio delle sorgenti, tutela della viabilità turistica durante il cantiere, e un compenso equo per i decenni di sfruttamento energetico della valle, indipendente dal nuovo progetto.
Alperia ha risposto con il “Pacchetto Ultimo” : un investimento (condizionato all’esito positivo del referendum) stimato complessivamente in 700 milioni di euro, con 14 milioni destinati a compensazioni e progetti di interesse pubblico, oltre a un pacchetto energetico che prevede 1.500 kWh gratuiti all’anno per le famiglie residenti. Lo stesso Bürgerrat ha però giudicato l’offerta “non ancora soddisfacente” rispetto alle dimensioni dell’investimento, chiedendo ulteriori negoziati prima della consultazione popolare.
La Giunta provinciale si è impegnata a rispettare l’esito del referendum a condizione che vi partecipi almeno il 30% degli aventi diritto; Alperia ha dichiarato che ritirerebbe il progetto in caso di voto contrario. Per martedì 21 luglio Alperia ha intanto fissato un incontro con la popolazione del Larcherberg i cui terreni verranno attraversati dai lavori. All’ordine del giorno anche l’approvvigionamento idrico, le sorgenti del Larcherberg, la logistica del cantiere e la viabilità.
Energia sostenibile per contrastare il cambiamento climatico
A chiusura dell’incontro, Thomas Egger, il presidente del Klima Club, invita i partecipanti a non perdere di vista il contesto generale. Il riscaldamento globale, ricorda, è causato per l‘80 per cento dalla combustione di fonti fossili, un dato che Egger ha voluto sottolineare con insistenza: “Non il 10, il 20, o il 50: davvero l’80 per cento”.
“Le terre emerse si riscaldano a un ritmo circa doppio rispetto alla media globale, e l’area del Mediterraneo, Alto Adige compreso, è tra le zone più esposte”.
L’esperto di energie rinnovabili ricorda poi le stime sui possibili danni economici legati al cambiamento climatico, anche per l’Alto Adige. “Esistono studi che dimostrano che, in caso di un aumento della temperatura media globale di +2,4 °C, dovremo temere danni economici pari al 10% del PIL ... Lo scenario attualmente più probabile è che entro il 2100 raggiungeremo una temperatura media globale aumentata tra 2,8 e 3 °C.”. Occorre, dice, anche tenere conto della dimensione globale del fenomeno.
“Ci saranno moltissime persone, in tutto il mondo, che dovranno cercarsi una nuova patria”: e chi vive in territori più ricchi, come il nostro, dispone di risorse tecniche per adattarsi che milioni di altre persone semplicemente non hanno.
Nel suo intervento Egger non si è espresso direttamente sul progetto. “Il mio compito è fornire un contesto, ognuno deve farsi la propria opinione”, dice, lasciando ai partecipanti il compito di collocare la questione locale nella cornice più ampia della transizione energetica necessaria ad affrontare la crisi climatica in corso.
Al termine dell’incontro, mentre il gruppo si scioglie sulle rive dello Zoggler Stausee, lo scetticismo degli Ultner resta palpabile ma la sensazione condivisa è che il dialogo tra scienza, storia e comunità - quello che Climate Action Südtirol si propone di innescare - sia indispensabile.
Se non le parole di Egger, le ondate di calore susseguitesi a pochi giorni dall’incontro in Val d’Ultimo e gli allarmi su una possibile scarsità d’acqua hanno sicuramente focalizzato l’attenzione sulla necessità di produrre più energia da fonti rinnovabili e di utilizzare al meglio l’acqua già presente nei bacini. Con l’urgenza di trovare un equilibrio tra chi beneficia della transizione energetica e chi ne sostiene il costo, nel territorio e nella memoria.
Grazie a Martin Geier che ci ha gentilmente concesso l’uso delle sue foto.
Complimenti per questo…
Complimenti per questo bellissimo evento e questo bellissimo articolo.
Peccato che non potevo partecipare di persona! Sono fortemente convinto della necessità di questo progetto ma purtroppo il suo impatto sociale è stato ugualmente sottovalutato. Adesso Alperia e Provincia devono impegnarsi al massimo per convincere la polulazione locale a votare si!
Im Unterland bestimmt der…
Im Unterland bestimmt der Bau des Wasserkraftwerkes St. Florian aus den 1950er Jahren mit dem damit zusammenhängenden Versiegen der Quellen des Dorfes Gfrill bis heute die Diskussion und Angst vor versiegenden Quellen durch Baumaßnahmen wie z.B. den BBT. In der Gegend von Mori ist der leere Loppio-See - verursacht durch den Bau des Hochwasser-Entlastungstunnels zum Gardasee - ein „Mahnmal“ für dieselbe Art von Schäden.
Wenn man aktuelle Tunnelbauvorhaben vegleicht, dann zeigt sich schon sehr deutlich, dass die Gefahr für Quellen und Grundwasserleiter deutlich geringer ist und vor allem nicht mehr „überraschend“ auftritt. Es kann nicht ausgeschlossen werden, aber viel besser eingegrenzt und vorgebeugt.
Es wird in der Diskussion um die Projekte leider auch viel vermischt. Es wird die bei uns in Südtirol noch nicht vergessene Erfahrung der „Vertreibung“ und Enteignung über die rücksichtslose Umsetzung der Vorhaben bei geringfügiger (oder gar keiner?) Entschädigung unter Präsenz von hunderten (oder tausenden) „Fremdarbeitern“ zusammengeworfen und leider auch bewusst eingesetzt, um gegen solche Projekte auch zu hetzen. „ Die da oben wollen wieder über uns bestimmen“.
Ich halte das Projekt im Ultental für äußerst wichtig, um die Energieversorgung zu verbessern und sicherer zu machen. Und ja, das geht über die Landesgrenzen hinaus, wir sind keine Energieinsel, auch wenn das einige meinen oder gerne hätten. Wir laufen im europäischen Verbund, mit seinen gewaltigen Vorteilen und auch seinen Nachteilen (die sich mir nicht erschließen).
Während woanders komplette Speicher neu gebaut werden, kann man diese große Infrastruktur hier einfach „nur“ nutzen.
Es ist ein schiefer Vergleich, aber in China gäbe es keine Diskussion, geschweige denn Abstimmung, sondern die Bewohner des ...tales (bitte wahlweise das eigene Tal einsetzen) würden umgesiedelt, um die übergeordnete Ressource Wasserkraft zu bedienen. Dort würde wahrscheinlich in Salurn die Staumauer 400m hochgezogen....
Deswegen würde ich mir da in Südtirol schon mehr Unterstützung wünschen, wenn es schon nicht um Neubauten geht. Im Artikel wird die Wichtigkeit es Projektes für die Energieversorgung ja mehrfach betont.
Darüber hinaus sollten wir schon längst mit der Diskussion beginnen, wie wir die Starkregenmengen, die auf uns hereinbrechen, nicht nur im Zaum halten, sondern auch zurückhalten, zumindest in Teilen. Die Schere zwischen Wassermassen in kürzester Zeit und Trockenperioden geht immer weiter auf. Dafür brauchen wir viele zusätzliche Rückhaltebecken. Das sind dann Neubauten, und die sollen - nein müssen an den hydrologisch geeigneten Standorten gebaut werden, nicht da, wo Grund verfügbar oder der Widerstand kleiner oder sonst irgendein wirschaftlicher oder gesellschaftlicher Grund besser zu sein scheint.
Dagegen ist die Diskussion um die Wasserspeicher im Altenburger Wald ein leises Plätschern!