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Abbonati ora a S+Se qualcuno, nella Südtiroler Volkspartei, aveva sperato che il caso dei nuovi confini proposti dall’esponente di Fratelli d’Italia Alessandro Urzì per il collegio senatoriale Bolzano - Bassa Atesina finisse, complici i calori estivi, nel dimenticatoio, si è evidentemente sbagliato. La questione assume sempre più i toni di un caso politico che va a incidere profondamente sul mondo sudtirolese come testimoniano le centinaia di persone presenti anche nei giorni scorsi ad un dibattito sul tema (SALTO ne ha parlato qui e qui).
Vale dunque la pena di ricostruire in chiave storico politica la vicenda del tutto particolare di questo collegio e del ruolo che esso ha avuto nell’attuazione dell’autonomia altoatesina.
I trentini erano di più
Occorre partire, per amore di completezza, dal lontano 1948, quando in preparazione al fatidico appuntamento elettorale di primavera, vengono disegnati i confini dei collegi che andranno a comporre la mappa del nuovo Senato della Repubblica. In precedenza, va ricordato, i senatori erano di nomina regia.
Quando si tratta della Circoscrizione del Trentino-Alto Adige, la decisione è quella di attribuire ad essa sette seggi, di cui sei ancorati ad un collegio territoriale e il settimo, quello che i giornalisti definivano “a scavalco” determinato dai voti ottenuti dai vari partiti. La suddivisione dei collegi non è però paritaria tra le due province di Trento e Bolzano. In quegli anni il Trentino ha una popolazione nettamente superiore a quella dell’Alto Adige. Per dare un’idea delle cifre di cui parliamo basti pensare che tre anni dopo, quando già Bolzano ha recuperato parecchio con il rientro degli optanti, la differenza, al censimento del 1951, è ancora di 60.000 abitanti.
Si decide così di dare a Trento quattro collegi: Trento, Rovereto-Riva, Pergine e Mezzolombardo. Due collegi soli invece per l’Alto Adige: quello di Bressanone e quello di Bolzano-Merano.
Con questo sistema si va a votare per una quarantina d’anni. La Südtiroler Volkspartei non ha problemi ad aggiudicarsi regolarmente i due seggi altoatesini ed anzi, in quello di Bressanone, fa scattare quasi sempre la clausola in base alla quale, conquistando a maggioranza assoluta dei voti, azzera quelli ottenuti nel collegio stesso dagli avversari. Nel Trentino è la DC a mietere i successi maggiori mentre a livello regionale risultano eletti anche esponenti del PCI come Andrea Mascagni e Lionello Bertoldi.
Favorire la partecipazione
Alla fine degli anni 60, però, la suddivisione dei collegi senatoriali torna a galla durante la fase di elaborazione del “Pacchetto”. La numero 111 delle 137 misure su cui è articolato l’accordo tra SVP e Governo recita infatti: Modifica delle circoscrizioni elettorali per le elezioni del Senato, allo scopo di favorire la partecipazione al Parlamento dei rappresentanti dei gruppi linguistici italiano e tedesco della provincia di Bolzano, in proporzione alla consistenza dei gruppi stessi.
La questione, tuttavia, non sembra essere considerata come una priorità. È una di quelle norme del “Pacchetto” che per essere attuate hanno bisogno del veicolo di una legge ordinaria e se ne parlerà solo quando ormai, verso la fine degli anni 80, restano da sbrigare solo le ultime questioni prima della completa attuazione dell’intesa e della chiusura della controversia internazionale.
Il dibattito nei due rami del Parlamento si sviluppa, con non poche difficoltà, tra il 1990 e il dicembre del 1991, quando viene l’approvazione definitiva. Il voto favorevole arriva ai partiti di governo e dalla SVP, sotto attacco da parte delle opposizioni. Basterà qui citare un brano dell’intervento tenuto al Senato da Marco Boato: “Voi, signor Ministro - dice -, state mettendo un nuovo tassello per il compattamento etnico-nazionalistico, per una maggiore divisione tra le due province, non per dare un’indicazione nel segno della convivenza etnica, plurilingue ed anche politicamente pluralistica! Fate un gravissimo errore, e ve ne renderete conto se questa legge dovesse passare, perché, invece che la preminenza dei valori di democrazia, di pluralismo e di convivenza in quella regione, provocherete un nuovo ‘muro contro muro’: italiani contro tedeschi, che dovranno compattarsi anche sul terreno elettorale per il Senato per vedere chi prevarrà in un collegio o in un altro. Fate un grave errore: non realizzate né le finalità del pacchetto, né quelle dello Statuto di autonomia, né tanto meno dell’articolo 6 della nostra Carta costituzionale impropriamente richiamato, calpestando peraltro i principi costituzionali in base ai quali vengono eletti il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati”.
Lex Ferrari
La legge comunque passa. Trento perde il collegio di Mezzolombardo e l’Alto Adige mette all’incanto quello nuovo, denominato Bolzano-Bassa Atesina già con le politiche del 1992. Il fatto che l’ipotesi di garantire un seggio agli italiani cosa del tutto aleatoria è subito dimostrata. Sia in questa tornata che in quella di poco successiva del 1994 a conquistare l’elezione è un esponente della Südtiroler Volkspartei, Karl Ferrari. A garantirgli un comodo successo la frammentazione degli avversari.
Nel 1994, e siamo già in piena era berlusconiana, la destra si presenta ad esempio con due candidati contrapposti, uno di Alleanza Nazionale e un altro di Forza Italia. Per assistere a un mutamento dei rapporti di forza occorre attendere il 1996 quando il centro destra, unito, manda a Palazzo Madama Adriana Pasquali. È un caso che non si ripeterà.
“I recenti sviluppi politici rendono alquanto improbabile una riedizione dell’alleanza tra centrosinistra e sudtirolesi.”
Dall’elezione successiva subentra il patto tra centrosinistra e SVP in base al quale la stella alpina appoggia il candidato italiano, Gianclaudio Bressa alla Camera in cambio di centrosinistra garantisce l’elezione nel terzo collegio senatoriale a Oskar Peterlini che verrà eletto per tre legislature. Nelle due elezioni successive l’intesa porta al Senato esponenti di lingua italiana, Francesco Palermo e ancora Gianclaudio Bressa. Il resto è storia d’oggi con l’elezione nel 2022 di Luigi Spagnolli, vincitore di misura rispetto al candidato leghista paracadutato da fuori provincia e a un esponente SVP indebolito tra l’altro dai voti catturati dalla lista no-vax.
Siamo così arrivati alle polemiche odierne. Due notazioni ancora prima di concludere. È indubbio che la proposta di Urzì mira a rendere meno ostico il successo di una destra unita anche se la vera garanzia in questo senso è dovuta al fatto che i recenti sviluppi politici rendono alquanto improbabile una riedizione dell’alleanza tra centrosinistra e sudtirolesi.
E l’intesa?
C’è però un’altra questione che è affiorata in qualche modo nel dibattito di questi giorni. L’approvazione della seconda autonomia e la sua attuazione sono state accompagnate da un principio, non scritto ma sempre osservato, in base al quale ogni passaggio doveva avvenire con il consenso dei rappresentanti della minoranza. Proprio per questo certe scelte hanno richiesto così tanto tempo per essere compiute. Non si tratta di una norma cogente. È chiaro che il Parlamento può tranquillamente approvare la variazione territoriale del collegio di Bolzano senza tener conto di quello che la Südtiroler Volkspartei vuole o chiede.
Va ricordato che questo diritto di intervento unilaterale è da sempre uno dei caposaldi delle proposte politiche della destra altoatesina che anzi ne aveva fatto uno sviluppo concreto con le sue proposte di legge costituzionale per il cosiddetto “Pacchetto degli italiani”. Si era tornati però ai metodi di sempre, intesa ad ogni costo, con la legge recentemente approvata sulle variazioni dello Statuto. Adesso c’è la prospettiva di un cambio di passo. La questione concreta di per sé non sembra di enorme importanza, ma la questione di principio resterebbe e potrebbe suscitare qualche malessere anche a Vienna.
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