Politica | Catchword

Integrazione e sostituzione

Immagine: Yusril Alim/Unsplash
Nel discorso sull’immigrazione si tralascia sempre la domanda di fondo: si può avere integrazione mantenendo immutabile la società di arrivo? Non si può, ma nessuno sembra porsi il problema. Che rischia così di diventare esplosivo.

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Quest’estate sono diventati di palmare evidenza i due fenomeni destinati a stravolgere il mondo. No, non il melonellum: le migrazioni e il cambiamento climatico. A chi non vede (o finge di non vedere) il nesso tra i due suggeriamo di aspettare qualche anno, quando probabilmente saremo noi europei a chiedere asilo in Canada perché qui l’estate durerà nove mesi e l’acqua sarà venduta in farmacia.

L’immigrazione non è semplicemente un “problema complesso”, secondo la formula usata quando non si sa che pesci pigliare. È un problema senza soluzione. Almeno senza le soluzioni che tutti promettono: fermarla o gestirla (a seconda dell’orientamento politico), ma senza cambiare le società di arrivo. E senza affrontarne le cause strutturali, come il clima o il modello di sviluppo. Quindi rassegnamoci.

Catchword è una rubrica di parole per guardare dietro (o sotto) alle parole. Ogni due settimane Francesco Palermo parte da una parola chiave (catchword, appunto) per spiegare in modo conciso il concetto (o l’inganno) che le sta dietro. Da leggere o da ascoltare in formato podcast.

I politici continuano a lanciarsi addosso numeri e slogan. Con Meloni sono diminuiti gli sbarchi. No, l’Italia registra il maggior flusso di irregolari. La Spagna ha fallito. No, Sánchez ha espulso in due giorni più migranti di quanti ne abbia rimpatriati Roma in quattro anni. I conservatori europei inseguono l’ultradestra, convinti di poterle sottrarre voti copiandone ossessioni e ricette, e finiranno per consegnarle le chiavi dei governi. I socialdemocratici, dal canto loro, assicurano di avere una soluzione umana, razionale ed europea. Finché stanno all’opposizione. Quando governano fanno grosso modo come gli altri, solo con più imbarazzo.

Ma mentre si fa a gara a chi respinge di più, si dà per scontato che l’integrazione di chi “ci serve” debba avvenire senza che la società si sposti di un millimetro. 

E giù fiumi di parole su quanto gli immigrati debbano “integrarsi” (veli, cibo, piscine, preghiere, e via snocciolando). Mentre ci facciamo prendere dal panico della sostituzione etnica che (ancora) non c’è e alimentiamo teorie complottiste, perdiamo di vista la domanda che abbiamo paura di porci: come affrontare l’inevitabile cambiamento delle società occidentali portato (anche) dall’immigrazione?
Semplificando, le strade sono tre: muri e criminalizzazione, rassegnarsi al caos oppure governare il cambiamento. Tutti ovviamente dichiarano di scegliere la terza, ma oscillano fra la prima e la seconda.

L’illusione di fermare l’immigrazione non fa altro che renderli irregolari, aumentando inevitabilmente criminalità e violenza. Inoltre, come noto, “noi” siamo vecchi, pigri, viziati, facciamo pochi figli e abbiamo bisogno di lavoratori. “Loro” sono giovani, numerosi, affamati e vivono in territori sempre meno abitabili. Se la mettiamo sullo scontro, l’esito è scontato. E non ci piacerà. 

La cosiddetta “sostituzione” non è (solo) una fantasia paranoica, ma la deformazione razzista di una trasformazione reale. Negarla significa regalarla agli xenofobi; promettere di impedirla significa preparare violenza e criminalità.

L’alternativa è “governare” il fenomeno migratorio. Farlo significa prevedere canali regolari di accesso, ma anche e soprattutto accettare che l’Europa cambierà volto, abitudini, cultura. Ma fare in modo che ciò avvenga gradualmente, pacificamente, con diritti, scuola, lavoro, cittadinanza, anziché nelle sacche di criminalità violenta che la clandestinità produce e che ci esploderanno addosso. Questa disposizione sembra mancare, e così si torna al panico di partenza e alla profezia dell’invasione, che potrà così realizzarsi, ben foraggiata dai vari Trump, Putin, Musk e accoliti. Non è più il tempo di chiedersi quanto siamo disposti a cambiare le nostre società, che stanno già cambiando, ma come accompagnare il cambiamento, le priorità da fissare, le politiche da mettere in campo. E operare un confronto aperto e trasversale su sfide che riguarderanno le società europee indipendentemente da chi governa e governerà.

Pannella diceva che bisogna essere impopolari per non diventare antipopolari. Aveva ragione, dunque elettoralmente torto. Tutti sanno cosa bisognerebbe fare, ma nessuno vuole perdere le prossime elezioni facendolo. E allora altro che integrazione.

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