“I diritti si riconquistano ogni giorno”
Avvertenza: Questo contributo rispecchia l’opinione personale del partner e non necessariamente quella della redazione di SALTO.
Firme per difendere due diritti: la salute e il lavoro. La Cgil ha lanciato due proposte di legge di iniziativa popolare – una per rafforzare il finanziamento della sanità pubblica, l’altra per garantire stesso salario e stesse tutele ai lavoratori delle aziende appaltatrici. Ne abbiamo parlato con Cristina Masera, segretaria generale della Cgil Alto Adige, che spiega perché per un sindacato confederale impegnarsi su questi fronti sia parte della propria stessa ragion d’essere.
SALTO: Centoventi anni fa la Cgil nasceva per conquistare diritti che non esistevano ancora. Nel 2026, anno del suo anniversario, cosa rappresenta questo percorso per il sindacato?
Cristina Masera: Festeggeremo con due mezze giornate a Milano a fine settembre, nella seconda avremo anche l’onore della presenza del Presidente della Repubblica. Centoventi anni di storia sono sempre un’occasione per guardarsi indietro, a tutto quello che abbiamo vissuto insieme al Paese, ma anche per fare i conti con gli intenti ancora non realizzati. Gli anniversari servono proprio a questo: a fare una riflessione importante.
Una delle proposte di legge lanciate in questa occasione riguarda la sanità pubblica, che torna a essere un diritto da difendere. Cosa dice questo alle nuove generazioni sulla fragilità delle conquiste sociali?
Dice molto. Quando abbiamo iniziato questa raccolta firme in tanti ci hanno chiesto: “Cosa c’entra un sindacato con la legislazione sulla sanità?”. Non abbiamo agito da soli: hanno aderito al percorso 130 realtà del mondo associativo – parliamo di un movimento ampio, perché non possiamo restare in silenzio davanti al rischio che corre il sistema sanitario pubblico.
Pochi sanno che lo stesso SSN nacque da una mobilitazione della società civile, innescata in parte proprio dalla Cgil. Le confederazioni sindacali – non solo noi, ma anche Cisl e Uil – sono nate per superare la logica del sindacato di sola categoria e rispondere ai bisogni più generali dei lavoratori. La salute è uno di questi: per quanto si possa lottare sugli stipendi, se il sistema in cui vivi non te la garantisce, la qualità della vita resta bassa.
Non possiamo restare in silenzio davanti al rischio che corre il sistema sanitario pubblico
Come si è arrivati, storicamente, alla legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale?
Già nel giugno del 1959 – quasi vent’anni prima della legge del ‘78 – la Cgil organizzò un convegno nazionale sul tema della sicurezza sociale e sulla necessità di superare le vecchie casse mutue con un sistema sanitario pubblico. In quegli anni nacquero anche le prime inchieste, finanziate dalla Cgil, sulla sicurezza sul lavoro e sulla sicurezza degli impianti chimici. Da lì partì la spinta della società civile sulla politica.
Negli anni successivi, tra i movimenti del ’68 e degli anni ‘70, si dovette attraversare anche un’epidemia di colera e il disastro di Seveso del ’76 perché la pressione sociale diventasse sufficiente a far convergere i vari disegni normativi nella legge 833, istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale. Per vent’anni chi era al governo aveva sostenuto che un sistema sanitario pubblico fosse troppo costoso da sostenere. Ci è voluta una forte mobilitazione popolare per convincere la politica che fosse invece fondamentale.
Cosa rischia, oggi, quel sistema?
È un modello che, con tutte le sue pecche, ci invidia il mondo: quando parliamo con i sindacalisti di altri Paesi la prima cosa che ci dicono è che noi abbiamo un diritto universale alla cura, mentre altrove ce l’hai solo se paghi – pensiamo all’Obamacare, creato con fatica e oggi smantellato da Trump. È stato difficile, ovunque, costruire qualcosa che le nuove generazioni danno quasi per scontato. Ma i diritti non restano mai acquisiti per sempre, e stiamo assistendo a un loro progressivo indebolimento.
Con quali numeri, concretamente?
Le nostre leggi di bilancio prevedono già una riduzione della spesa sanitaria nei prossimi anni, fino a scendere sotto il 6% del Pil, soglia considerata la minima in Europa. Nel 2024 questa quota era già al 6,3% del Pil, un livello che ci colloca vicino a Paesi come Cipro, la Croazia, fino all’Ucraina al 4,3% – lontanissimi dalla Germania che investe il 10,6%, o da Francia, Svezia, Regno Unito e Austria, tutti sopra il 9%. È già previsto che nel 2027 si scenda al 6% netto e nel 2028 al 5,9%: nel giro di due anni finiremo sotto la soglia di guardia per un vero sistema sanitario. La nostra proposta di legge di iniziativa popolare chiede di dare di nuovo a cittadine e cittadini la possibilità di lottare per la propria salute, imparando dalla lezione del Covid e dalla consapevolezza che un sistema sottofinanziato semplicemente non regge.
E in provincia di Bolzano come si colloca questa battaglia?
In Alto Adige, avendo la competenza delegata sulla sanità, la spesa è comunque importante, perché il Pil provinciale è elevato: anche se la percentuale non è altissima, in valore assoluto l’effetto è buono e c’è margine di bilancio per interventi significativi. Ma nel resto d’Italia la spesa privata e la rinuncia alle cure stanno crescendo molto. Non possiamo restare a guardare questo declino senza reagire: sarebbe contrario a tutta la nostra storia, a 120 anni di impegno che ci hanno portato, insieme a tante altre forze, a conquistare il Servizio Sanitario Nazionale.
Accanto alla sanità la Cgil ha lanciato anche una proposta di legge sugli appalti. Cosa cambierebbe, in pratica, nella vita di chi lavora?
Le conseguenze non riguarderebbero solo i lavoratori ma anche i cittadini che usufruiscono dei servizi affidati in appalto pubblico. Chiediamo con forza il ripristino della piena responsabilità in solido del committente, la tutela dei lavoratori rispetto al proprio contratto di riferimento e la certezza che nessuna azienda possa vincere un appalto pagando meno i propri dipendenti o applicando contratti scorretti.
Vogliamo anche che l’ente pubblico resti responsabile, insieme a quello privato, della sicurezza di chi lavora negli appalti, evitando il fenomeno del subappalto a cascata: un lavoro complesso viene suddiviso in più fasi, ciascuna affidata a un’azienda diversa, fino ad arrivare – nei casi più estremi – a singole partite Iva. Questa catena si riflette sulla sicurezza dei cantieri e sui mancati pagamenti. Oggi, inoltre, le aziende virtuose che pagano regolarmente e investono sulla sicurezza finiscono per essere penalizzate nei costi rispetto a quelle meno virtuose: una distorsione che vogliamo correggere.
Più le leggi sugli appalti sono precise, meglio è: in Alto Adige, nei controlli delle forze dell’ordine, emergono ancora aziende non virtuose, con lavoro nero o irregolare
Anche in Alto Adige si registrano problemi di questo tipo?
Sì, noi non siamo esenti. Ricordo ad esempio i guai avuti in passato con l’assistenza al trasporto delle persone con disabilità. Più le leggi sugli appalti sono precise, meglio è: in Alto Adige, nei controlli delle forze dell’ordine, emergono ancora aziende non virtuose, con lavoro nero o irregolare. E dove non c’è legalità non c’è sicurezza: chi si fa male senza un contratto regolare spesso non denuncia l’infortunio sul lavoro.
A che punto siamo con la raccolta firme su entrambe le proposte?
Su quella degli appalti facciamo più fatica a raccogliere adesioni, ora insisteremo quindi specificamente su questa proposta: è un tema che appassiona meno le persone rispetto alla sanità, ma resta altrettanto importante.
Guardando ai prossimi centoventi anni: se la legge 833 del '78 nacque da una spinta dal basso simile a questa, cosa serve – sindacalmente e politicamente – perché queste due proposte arrivino in Parlamento e producano un cambiamento reale?
Serve che i cittadini tornino a interessarsi di questi argomenti. Oggi le persone si allontanano tanto dal sindacato quanto dalla politica, complice una cultura sempre più concentrata sui bisogni individuali. Ma è proprio il momento di tornare a ragionare in termini collettivi. Penso al movimento dei giovani sul clima: ha alti e bassi, ma dimostra che le nuove generazioni sanno unirsi su alcuni temi per ottenere risultati.
Questi traguardi non arrivano sempre in tempi brevi: serve continuità nel tenere accesa l’attenzione su ciò che riguarda tutti, che spesso coincide con i diritti costituzionali. Non bisogna smettere di andare a votare né di far emergere le esigenze delle comunità. Da un impegno condiviso può nascere molto se le persone continuano a crederci – anche in un’epoca di intelligenza artificiale e velocità, dove le lentezze della politica rischiano di allontanare le persone non solo dalle urne, ma anche dalla voglia di far sentire la propria voce insieme agli altri.
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