Cronaca | Le indagini

L’operazione “Carbone delle Alpi”

Dodici arresti e un impianto sequestrato: la Procura di Trento ipotizza un sistema che avrebbe trasformato ceneri inquinanti in carbonella, fertilizzanti e crediti di C02.
muhammad.abdullah Magnifique

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Sono 19 gli indagati nell’operazione “Carbone delle Alpi”, l’indagine coordinata dalla direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo della Procura di Trento su un presunto traffico illecito di rifiuti partito proprio dall’Alto Adige e ramificato in tutta Europa. I reati contestati dai Pm Patrizia Foiera, Alessandra Liverani e Federica Iovene sono: traffico transnazionale di rifiuti, frode nell’esercizio del commercio, rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio. L’inchiesta, avviata nel 2022 dal Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri di Trento, ha coinvolto Europol, Eurojust e OLAF per il coordinamento internazionale, e ha attraversato sei paesi in quattro anni. Il quadro ricostruito dagli inquirenti è quello di un vero e proprio giro di rifiuti, le ceneri da piro gassificazioni, materiali con sostanze inquinanti, tra cui idrocarburi e diossine, commercializzati invece come prodotti ecosostenibili per carbonella da barbecue, fertilizzanti, mangimi e prodotti per l’edilizia. 

Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Trento, Enrico Borrelli, ha disposto 12 custodie cautelari in carcere e il sequestro preventivo dell’impianto di cogenerazione di Lasa in Alto Adige, posto sotto amministrazione giudiziaria. Cinque degli arrestati sono altoatesini: il direttore dell’Ufficio provinciale gestione rifiuti Giulio Angelucci, il tecnico dell’APPA (Agenzia provinciale per l’ambiente e la tutela del clima) Andreas Marri, l’ex sindaco di Lasa e presidente della LEEG (Laaser Eyrser Energiegenossenschaft) Andreas Tappeiner, Hugo Trenkwalder consigliere del Cda di Leeg e dipendente, e il consulente ambientale ed ex presidente di SEAB Rupert Rosanelli. Il direttore dell’APPA Flavio Ruffini risulta invece indagato ma non in stato di arresto. Gli altri sette arrestati, tre austriaci, due tedeschi e due croati,  appartengono alla rete transnazionale che gestiva la trasformazione e la distribuzione del materiale.

Il tribunale di Trento. Google Streetview

Nell’ordinanza viene descritto come, tramite una “copertura green del proprio operato”, il gruppo avrebbe quindi “immesso sul mercato rilevanti quantità di rifiuti spacciando ceneri\polveri tossiche ed inquinanti per carbone di legna”. A giustificare la misura più severa, secondo il GIP, sono “le modalità esecutive e il lungo percorso della consorteria”. Borrelli esclude esplicitamente gli arresti domiciliari: la “prosecuzione degli illeciti”, i “continui sviamenti”, la “ricerca di nuove strategie” e il “manifestato disprezzo verso gli inquirenti” — con tentativi di infiltrazione documentati — rendono quella misura insufficiente. La “pervasività dimostrata”, scrive il giudice, la renderebbe “agevolmente superabile tramite soggetti di comodo in grado di realizzare ogni possibile contatto in Italia e all’estero”. Il tutto, secondo gli inquirenti, tramite anche la “sfrontatezza” nei “contatti con politici locali e nazionali”, “tentativi di ottenere attestazioni favorevoli” e “di portare avanti una proposta di modifica normativa”, nonché il tentativo di influire sulla Procura di Bolzano per ottenere il “blocco delle indagini”.

La ricostruzione del traffico di rifiuti

Il gruppo, definito nell’ordinanza una vera e propria “consorteria criminale”, avrebbe avuto come obiettivo il conseguimento di un ingiusto profitto stimato dagli inquirenti in 1.750.000 euro per la società LEEG e 525.000 euro per la società VERSCIACO s.r.l. (che ha cessato l’attività nel 2023), ottenuto smaltendo illecitamente sul mercato europeo ingenti quantitativi di rifiuti pericolosi, azzerando i costi di smaltimento e monetizzando i materiali di scarto come se fossero prodotti commerciabili. 

Il fulcro dell’operazione era l’impianto di piro-gassificazione, destinato alla produzione di energia elettrica e calore. Il processo genera ceneri pulverulente che, in quanto rifiuti, avrebbero dovuto essere trattate per eliminare le elevate concentrazioni di IPA (Idrocarburi Policiclici Aromatici) e diossine, superiori ai valori di legge. Invece, secondo la ricostruzione, il gruppo avrebbe sfruttato la somiglianza visiva tra queste ceneri e il carbone di legna (charcoal) prodotto dalla semplice pirolisi, registrandolo fraudolentemente presso l'ECHA (Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche) come “charcoal”, indicando un processo produttivo non corrispondente a quello reale, per poi immetterle sul mercato come prodotto legittimo.

L'impianto di cogenazione a Lasa. Leeg

Secondo la ricostruzione, le ceneri venivano poi reimpiegati attraverso più canali: a Renon venivano conferite all’impianto di teleriscaldamento gestito da Bioenergie Termocentrale Soc. Coop., dove venivano mescolate con altri materiali per produrre fertilizzante e la cosiddetta Terra Preta, un terriccio per uso agricolo. In Croazia e venivano trasformate (con l’aggiunta di leganti non naturali come plastiche) in bricchette per barbecue, poi commercializzate anche in Italia dalla società austriaca ALPENKHOLE (ora SioTuu GmbH) con lo slogan “naturale, regionale, sostenibile”. Le analisi dei Carabinieri avrebbero però dimostrato che le bricchette, durante la combustione, rilasciavano sostanze tossiche oltre i limiti consentiti. Il legante usato non era l’amido, bensì plastica, mescolata alle ceneri e invisibile dall’esterno. Negli stabilimenti croati dove avveniva la trasformazione, i lavoratori operavano senza mascherine né protezioni. Venivano anche utlizzate nel settore edilizio per la produzione di calcestruzzo e nel mercato dei crediti di carbonio per l’ottenimento di quote di CO₂ da rivendere e come mangime per animali.

Il ruolo della Agenzia provinciale per l'ambiente

Secondo il giudice, i dipendenti dell’Agenzia provinciale per l’ambiente e la tutela del clima avrebbero agito per “evitare il disvelamento dell’illecita commercializzazione di rifiuti” e per ottenere il “mascheramento della qualificazione delle ceneri decadenti”, consentendo così la prosecuzione dell’illecito. Questo tramite “valutazioni di comodo in favore della consorteria”, “omissioni nei controlli e nelle verifiche”, “ritardati o omessi provvedimenti amministrativi” e anche “indebita pressione” su alcuni dipendenti e, soprattutto, “indebiti contatti con esponenti politici a livello locale e nazionale”. Il GIP sottolinea che senza quei funzionari pubblici “il sistema non avrebbe potuto reggere ai controlli nazionali ed europei”.

La ricostruzione degli inquirenti individua un filo preciso. Il 6 aprile 2022, quando i Carabinieri fermano a Prato alla Drava un autocarro con targa croata che trasporta ceneri, è Andreas Marri, tecnico dell’APPA, a intervenire sul posto dichiarando ai militari che si tratta di “sottoprodotto”. Otto mesi dopo, il 1° dicembre 2022, è il direttore dell’Ufficio gestione rifiuti Giulio Angelucci a formalizzare quella qualificazione: redige una nota interpretativa indirizzata alla Stazione CC di Prato alla Drava in cui le ceneri vengono definite sottoprodotto. Quasi un anno più tardi, il 21 novembre 2023, è ancora Angelucci a redigere personalmente l’istanza di interpello al Ministero dell’Ambiente — una richiesta formale di chiarimento sulla possibilità di classificare le ceneri dei due impianti come sottoprodotto riutilizzabile anziché come rifiuto speciale, nominandoli esplicitamente.

Giulio Angelucci (sinistra) Flavio Ruffini (destra). SALTO

Il Ministero rispose il 1° agosto 2024 senza aprire nessuna porta in modo netto: il biochar può in teoria essere classificato come sottoprodotto, ma solo a condizione che il produttore dimostri il rispetto di una serie di requisiti stringenti. Su un punto fu categorico: le ceneri di caldaia non possono essere usate per produrre fertilizzanti. Il parere conteneva inoltre una clausola esplicita di esclusione da “qualsiasi riferimento a specifiche procedure o procedimenti, anche a carattere giurisdizionale, eventualmente in corso” — una formula che lascia intendere che a Roma si sapesse che qualcosa era in corso. Quanto alla posizione di Ruffini, il direttore dell’APPA risulta indagato ma non arrestato: secondo l’accusa sarebbe stato coinvolto in una fase successiva, in particolare non assumendo alcun provvedimento che irrogasse sanzioni amministrative per vietare la commercializzazione delle ceneri.Secondo quanto emerge dall’ordinanza, l’Agenzia avrebbe inoltre ostacolato i controlli tecnici richiesti dagli inquirenti, impedendo di fatto che venissero effettuati i campionamenti che il NOE aveva richiesto nell’ambito della verifica sulla normativa europea REACH.

In questa prima fase delle indagini non è chiaro cosa guadagnassero i dipendenti provinciali dal favorire il commercio di questi rifiuti, ma, prosegue duramente Borrelli, “la mancata prova di un personale tornaconto (che dalle intercettazioni non viene escluso) non influisce sull’integrazione del reato”. In questo modo, prosegue il GIP, si sarebbe creato un “mondo parallelo rispetto a quello ordinario e lecito, nel quale dirigenti e funzionari pubblici hanno aderito ad un progetto radicalmente illecito”.

Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari e gli indagati non sono al momento stati rinviati  a giudizio: la loro posizione sarà definitivamente vagliata solo dopo una sentenza passata in giudicato e vige per loro la presunzione di innocenza.

Il plauso del Ministro dell'Ambiente

A commentare l’operazione è intervenuto anche il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, definendola “un segnale formidabile nel contrasto ai reati ambientali, fondamentale per tutelare ambiente, salute pubblica e concorrenza leale tra imprese. Come Mase e come governo ribadiamo da sempre il nostro sostegno alle forze dell’ordine e alla magistratura impegnate contro le ecomafie, presidio fondamentale dello Stato nella salvaguardia dell’ambiente e della salute pubblica”.