Cultura | Welfare culturale

Una cura gentile ma trasformativa

Che cos'è il welfare culturale e perché è importante? Scopriamolo attraverso due progetti finanziati con il bando “Cura di Cultura”, che sta per ripartire.
Avvertenza: Questo contributo rispecchia l’opinione personale del partner e non necessariamente quella della redazione di SALTO.
Anziani che si godono uno spettacolo
Foto: (c) Franco Silvestri
  • A breve sarà pubblicato il secondo bando “Cura di Cultura” che finanzia progetti di welfare culturale. Ovvero interventi che mirano a promuovere il benessere e la salute delle persone e delle comunità tramite la pratica delle arti e la fruizione del patrimonio artistico e architettonico. Il bando si rivolge a enti e organizzazioni culturali già accreditati da almeno tre anni presso gli Uffici della Ripartizione Cultura italiana e che garantiscano un lavoro progettuale in rete con organizzazioni della sanità e del sociale. Il finanziamento complessivo è di 100.000 €.

    Grazie al primo bando sono stati realizzati diversi progetti su tutto il territorio altoatesino. Andiamo a vederne – a titolo esemplificativo – due sostenuti dall’Ufficio Educazione permanente, biblioteche e audiovisivi. 

    “Cura di Cultura è un’iniziativa pionieristica nel panorama locale, nata dalla consapevolezza che l’apprendimento e il benessere delle persone richiedono sempre più modelli integrati, fondati su una collaborazione si­stemica e sistematica tra istituzioni, comunità e territori”, informa il direttore Luca Bizzarri.

  • Orchestriamoci

    Orchestriamoci – musica e benessere per l’invecchiamento attivo è un progetto che Cesfor ha tenuto da gennaio a giugno 2025 presso quattro strutture per anziani – tre a Bolzano e una a Cornaiano”, racconta Luca Moresco, direttore di Cesfor. "Il progetto è stato realizzato insieme a vari partner, l’Azienda Servizi Sociali Bolzano, la fondazione Haydn, la Stiftung St. Elisabeth e la Libera Università di Bolzano, nella persona della professoressa Federica Viganò che ha svolto un monitoraggio del progetto, e con il supporto metodologico di Artemix for health, un’associazione locale esperta in welfare culturale. Il progetto si è svolto in due parti. La prima parte consisteva in laboratori musicali e creativi tenuti settimanalmente all’interno delle strutture per anziani. Lo scopo di questi laboratori era la rievocazione di ricordi e la costruzione delle biografie musicali dei residenti attraverso la musica, ma anche il lavoro con materiali artistici guidato da un’arteterapeuta, quindi lavoro manuale con colori e disegni, ma sempre a tema musicale. Attraverso questi laboratori gli anziani sono entrati in contatto con melodie, opere o arie classiche che poi, nella seconda parte del progetto, sono andati a sentire dal vivo in teatro grazie alla collaborazione con la fondazione Haydn. La cosa molto bella di questo progetto – al di là della socialità e della comunicazione riattivata grazie ai laboratori – era il fatto che gli anziani potevano scegliere chi li avrebbe accompagnati ai concerti. Hanno potuto infatti andarci da soli o accompagnati da una persona cara che potevano invitare in prima persona: un figlio, un’amica, una nipote o anche una collaboratrice della struttura. Per ovvi motivi non è stato possibile ospitare gli anziani durante i concerti serali, ma Fondazione Haydn ha aperto le sue porte alle prove generali degli spettacoli e alla mattinata dedicata al Falstaff di Verdi all’interno della rassegna ‘Opera Domani’ indirizzata alle scuole locali. 

  • Una delle prove dell’Orchestra Haydn. Foto: (c) Franco Silvestri
  • Un progetto, quindi, nato per raggiungere una serie di obiettivi. “Uno dei più importanti era valorizzare le risorse delle persone anziane che vivono nelle strutture. Le RSA spesso vengono viste come una sorta di stazioni terminali, ma tante delle persone che vivono lì possiedono ancora delle risorse. E noi volevamo cercare di riattivarle, di valorizzarle, di far sentire queste persone nuovamente protagoniste, ma anche di sollecitare una maggiore comunicazione interpersonale tramite i ricordi e la condivisione delle biografie, dando in un certo senso nuova linfa al loro pensiero creativo. Parallelamente il progetto portava avanti anche obiettivi più tecnici e orientati alla riabilitazione: il canto e la musica aiutano infatti a migliorare certi aspetti della respirazione, della deglutizione, l’umore e le potenzialità motorie degli anziani.”

  • Gli anziani si godono un’opera. Foto: (c) Franco Silvestri
  • Questi obiettivi hanno un impatto positivo sulla quotidianità degli anziani, ma incarnano perfettamente anche l’idea del welfare culturale. “Si tratta di un approccio nel quale la cultura diventa parte attiva nel percorso di benessere della persona. Fare welfare culturale significa utilizzare la cultura come elemento benefico nella vita di una persona: cultura intesa in senso ampio, ad esempio la fruizione di un’iniziativa culturale sul territorio, la frequenza di corso musicale, la partecipazione a concerti, la visita a mostre o la partecipazione a laboratori di manualità”, spiega Luca Moresco.

  • Durante i laboratori si ballava pure. Foto: (c) privato
  • Moresco si dichiara soddisfatto del progetto e sottolinea l’importanza del lavoro di squadra: “Il progetto è andato bene e ha coinvolto un buon numero di anziani. In questo successo va detto che la rete ha avuto un ruolo fondamentale: i partner con cui abbiamo collaborato sono realtà prestigiose e importanti che hanno dato lustro al lavoro di tutti.”

    Moresco sottolinea anche l’importanza del bando Cura di Cultura: “In certe realtà, per esempio nei paesi scandinavi o nel mondo anglosassone, il welfare culturale si è già affermato e ci sono delle esperienze che hanno fatto scuola. Il prossimo passo dovrebbe essere – e non è un obiettivo facile – integrare la sanità e la socialità a livello di prescrizione medica, il cosiddetto social prescribing, dove il medico prescrive la fruizione di concerti o la visita a musei come fossero veri e propri farmaci nel supporto della cura del disagio psicosociale. In Italia i casi di questo tipo non sono ancora frequentissimi, però questa è la direzione nella quale il welfare culturale si sta evolvendo. E qui sicuramente la Provincia di Bolzano, e nello specifico la Ripartizione cultura italiana, con questo bando hanno fornito prezioso supporto economico e aperto una via importante e innovativa.”

  • L’arte di star bene

    L’arte di star bene invece è stato un progetto svolto da UPAD e che ha intrecciato pratiche artistiche e benessere, rivolgendosi a chi spesso resta ai margini della vita culturale: genitori, caregiver, famiglie in condizioni di fragilità. Anche questo progetto è stato seguito e monitorato da una ricercatrice della Libera Università di Bolzano, Anna Frizzarin.

  • Uno dei gruppi. Foto: (c) UPAD
  • “Non era un corso. Non un ciclo di eventi. Piuttosto, uno spazio da abitare”, spiega Elena D’Addio per poi aggiungere: “Il progetto è nato da un bisogno molto concreto, ma spesso invisibile: quello di genitori che vivono quotidianamente un carico di cura elevato e che, proprio per questo, si trovano progressivamente esclusi dalla vita culturale e sociale. Parliamo di famiglie con figli con fragilità o disturbi del neurosviluppo, oppure senza reti di supporto sul territorio. Genitori che raramente entrano in un teatro, in una sala concerti, in un museo — non per mancanza di interesse, ma per assenza di condizioni reali che lo rendano possibile.

    Il progetto ha coinvolto tre gruppi tra Bolzano e Merano, per un totale di oltre 35 partecipanti, articolando un percorso fatto di incontri, esperienze artistiche e momenti di rielaborazione condivisa. Le attività non si sono limitate alla fruizione culturale — teatro, musica, eventi — ma hanno incluso una dimensione laboratoriale: voce, corpo, disegno, narrazione. Un passaggio fondamentale, perché trasforma i partecipanti da spettatori a protagonisti. Un elemento decisivo è stato il supporto educativo per i figli: uno spazio parallelo che ha reso possibile, per i genitori, una partecipazione reale e non solo teorica, realizzata anche grazie ai partner Teatro Stabile di Bolzano e la Scuola musicale Vivaldi.”

  • Prendersi cura dei bambini per dar modo ai genitori di prendersi dello spazio per sé. Foto: (c) UPAD
  • Anche il welfare culturale non è solo teoria, ma produce cambiamenti misurabili. “I dati restituiscono un cambiamento misurabile e, allo stesso tempo, una trasformazione significativa sul piano umano. Dal punto di vista quantitativo, si osserva un miglioramento del benessere percepito e una maggiore propensione alla partecipazione culturale. Ma è sul piano umano che il progetto mostra la sua forza: molti partecipanti raccontano di aver trovato, per la prima volta, uno spazio in cui non essere solo genitori o caregiver, ma persone. Persone, un corpo, una voce, un desiderio. Il gruppo ha funzionato come spazio di mutuo riconoscimento, riducendo il senso di isolamento e favorendo la costruzione di legami autentici. In questo contesto, l’arte diventa una soglia attraverso cui incontrarsi. Non si trattava quindi di ‘attivare interesse’, ma di rimuovere ostacoli”, sottolinea D’Addio.

    Secondo D’Addio anche questo incarna lo spirito del welfare culturale. “Il progetto è nato da una constatazione semplice: il benessere non può essere pensato solo come risposta sanitaria o assistenziale. Deve includere anche la possibilità di vivere esperienze significative, di bellezza, di relazione. L’arte di star bene si è inserito esattamente in questa prospettiva: non era orientato all’accrescimento di competenze, ma ha utilizzato la cultura come leva relazionale, come dispositivo di attivazione personale e comunitaria.”

  • Partecipanti soddisfatti del progetto “L’arte di star bene”. Foto: (c) UPAD
  • Ma perché questo funzioni la cultura deve adattarsi alle persone. “Tempi, spazi, linguaggi vanno ripensati a partire dai bisogni reali del pubblico da coinvolgere. È questa la prima lezione che abbiamo imparato con questo progetto”, spiega D’Addio. “La seconda è che la facilitazione è una componente strutturale: creare un contesto accogliente richiede competenze, continuità e una regia attenta. La terza è che le esperienze artistiche, quando vissute in prima persona, producono cambiamenti significativi: la partecipazione attiva è la chiave. Infine, è emerso con forza il valore della dimensione di gruppo, come spazio di fiducia e di costruzione di senso condiviso.”

    La lezione finale invece è più ampia: “L’arte di star bene mostra che è possibile costruire politiche culturali capaci di incidere sul benessere delle persone, soprattutto laddove altri sistemi faticano ad arrivare. Non sostituisce i servizi, ma li integra, aprendo spazi nuovi. E soprattutto lascia una consapevolezza: la cultura, quando è accessibile e vissuta, non è un lusso. È una forma di cura.”

     

  • Ufficio Educazione permanente, biblioteche e audiovisivi

    Ripartizione Cultura italiana

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    cultura-italiana.provincia.bz.it/it/apprendere