Società | L'intervista

Una storia d'amore europea in Sudtirolo

Officine Vispa capofila, Italia, Grecia e Serbia coinvolte, un evento finale il 6 giugno a Bolzano: Lorena La Rocca, direttrice artistica di Which Way Home, racconta il progetto che usa il teatro per ricostruire senso di appartenenza nelle periferie urbane.
Avvertenza: Questo contributo rispecchia l’opinione personale del partner e non necessariamente quella della redazione di SALTO.
Which Way Home
Foto: priscaborastudio
  • Contributo introduttivo di Monica Devilli, presidente di Coopbund

    Ci sono progetti che riescono a raccontare un territorio non attraverso le sue divisioni, ma attraverso le relazioni che ogni giorno si costruiscono tra le persone. Which Way Home è uno di questi.

    Come Coopbund guardiamo con grande interesse a esperienze capaci di mettere insieme cultura, partecipazione e lavoro di comunità, valorizzando le periferie urbane come luoghi vivi, ricchi di energie e possibilità. OfficineVispa dimostra da anni quanto sia importante creare spazi in cui le persone possano incontrarsi, riconoscersi e sentirsi parte di una comunità.

    In un territorio plurilingue come l’Alto Adige, crediamo che la convivenza e la diversità culturale rappresentino una risorsa preziosa. Progetti come questo mostrano concretamente come il dialogo e la partecipazione possano generare nuove forme di appartenenza.

    In questo contesto si inserisce l’intervista a Lorena La Rocca, direttrice artistica del progetto Which Way Home.

  • Tre paesi, tre periferie urbane, una domanda comune: cosa significa sentirsi a casa? È da qui che parte Which Way Home-Artistic journeys towards community identity in suburban areas through participatory arts, progetto europeo finanziato dal programma UE per la cultura Creative Europe, di cui OfficineVispa – cooperativa sociale bolzanina – è ideatrice capofila. Con due partner, Creative Youthland in Grecia e Kulturni Front in Serbia, ha lavorato per due anni nelle periferie di Bolzano, Egio e Belgrado attraverso la metodologia del Teatro Sociale e di Comunità. Il 6 giugno 2026 tutto questo confluirà in una grande festa di comunità nel cuore di Bolzano. Ne abbiamo parlato con Lorena La Rocca, direttrice artistica del progetto.


    SALTO: OfficineVispa nasce come cooperativa nel 2013, ma le sue radici affondano nel 1993, quando La Vispa Teresa cominciava a lavorare nei quartieri periferici di Bolzano. Più di trent’anni di presenza sul territorio. Cosa è cambiato nel tempo?

    Lorena La Rocca: L’organizzazione è passata nel tempo dall’animazione sociale a progetti più strutturati, pensati su competenze multiprofessionali, coordinati su vari poli della città – il rione Ortles-Casanova, Maso della Pieve, via Alessandria... Oggi OfficineVispa si occupa su più livelli di famiglie, bambini, persone nei loro contesti di vita per aumentare la partecipazione attiva e lo sviluppo di reti sociali di qualità. Costruiamo comunità plurali, con tutte le loro sfaccettature e le conflittualità che naturalmente fanno parte di ogni processo di scambio e integrazione. Gli strumenti sono tanti: dalla festa di quartiere  agli orti comunitari, i laboratori  artigianali, percorsi culturali, spazi stabili di accoglienza e progettazione comunitaria. Negli ultimi anni la cooperativa si è molto ingrandita, accedendo a percorsi europei e fondi FSE, e quello che era nato dall’impegno di alcune persone nei quartieri più marginali della città è diventato un vero e proprio approccio di lavoro nel sociale.

    OfficineVispa lavora con social design, arte partecipata, cucina di comunità, laboratori di manualità, orti urbani. C'è un filo rosso che lega tutti questi linguaggi? 

    Fare comunità, valorizzando il potenziale delle periferie urbane. OfficineVispa non lavora in una logica assistenzialista: l’approccio è quello di incontrare le persone nei loro contesti, nei loro luoghi, e offrire momenti di ingaggio in cui diventano protagoniste. Gli orti, le feste, il canto, il cucito, i workshop: sono “espedienti” per incontrare le persone e attivare processi di partecipazione che permettono loro di sentirsi parte di una comunità – anche se arrivate da poco, anche se tendenzialmente marginalizzate.

    Fare comunità, valorizzando il potenziale delle periferie urbane

    Come si passa da questa pratica quotidiana di quartiere a un progetto europeo come Which Way Home?

    La partecipazione a progetti europei era già iniziata prima di Which Way Home, soprattutto nell’epoca appena prima e dopo il Covid, quando si è capito che per non dipendere esclusivamente dai finanziamenti locali bisognava orientarsi su altre scale. La cooperativa ha iniziato a cercare connessioni extra-regionali – ad esempio con Le Case del Quartiere di Torino – e da lì il salto verso l’Europa è stato abbastanza naturale. Avevamo già esplorato i fondi del FSE perlopiù sul lavoro sociale innovativo con le fragilità dei quartieri. Con il mio arrivo nel team abbiamo pensato di affacciarci a Creative Europe, che ha un respiro più artistico: volevamo che i nostri spazi non fossero solo luoghi di lavoro sociale, ma anche luoghi di pubblica funzione capaci di portare stimoli culturali nei territori.

  • Lorena La Rocca è la direttrice artistica del progetto Which Way Home Foto: priscaborastudio

    Nel 2024 avete presentato il progetto a Creative Europe e il finanziamento è arrivato. Come avete vissuto quel momento?

    Siamo diventati capofila di una rete europea con due partner: Creative Youthland in Grecia, ad Egio, e Kulturni Front in Serbia, a Belgrado. Tre organizzazioni, tre paesi, una metodologia condivisa: il Teatro Sociale e di Comunità. Una grande responsabilità, un investimento di energia che ha permesso al team di specializzarsi anche verso un nuovo modo di agire nel sociale attraverso l’arte teatrale.

    Per chi non lo conosce: cos'è esattamente il Teatro Sociale e di Comunità?

    È una vera e propria metodologia di intervento con impatti psicosociali, studiata e valutata dall’Università di Torino da circa 20 anni. Si tratta di utilizzare il teatro per concertare azioni artistiche orientate alla coesione sociale, alla promozione della salute, alla narrazione di comunità. Lavora con persone e gruppi per dare voce a bisogni e risorse, agendo anche come strumento di mediazione di conflitti. Lavoriamo in luoghi diffusi: territori, scuole, ospedali, case di riposo, carcere…ovunque ci sia bisogno di rinforzare legami e creare comunità più consapevoli. I miei studi e il mio lavoro precedente all’arrivo a Bolzano si è svolto proprio al Centro di ricerca in Teatro Sociale e di Comunità di Torino dove questo metodo si intreccia alla programmazione di politiche sociali. Sono bolzanina di origine ma ho trascorso vent’anni fuori tra Bologna, Vienna e Torino, e quando sono rientrata nella mia città, nel periodo post-Covid, ho incontrato OfficineVispa. Insieme abbiamo ragionato su come integrare questa metodologia nel lavoro della cooperativa, e con Which Way Home l’abbiamo portata anche ai partner europei, assumendo la guida metodologica dell’intero progetto.

    Concretamente, come funziona?

    Si lavora per fasi di crescente coinvolgimento delle persone in azioni artistiche veicolate da un tema comune. Nel caso di Which Way Home i gruppi di lavoro si sono misurati con una domanda grande: cosa ci fa sentire a casa quando casa è una città dove convivono più lingue e culture? Abbiamo creato un gruppo teatrale di persone abitanti a Bolzano che è stato formato alla tecnica dell’intervista teatrale, con cui siamo andati a incontrare decine di coppie miste in città. Le persone intervistate hanno poi coinvolto familiari e amici, portandoli a microeventi di comunità, performance che precedono il grande evento finale del 6 giugno. La rete si è allargata sempre più, fino ad arrivare alle scuole: abbiamo attivato tre percorsi nelle scuole italiane e tedesche di Bolzano, dove gli studenti – dopo aver studiato le interviste trasformate in monologhi teatrali – hanno creato musiche, scenografie, elementi visivi che diventeranno parte dello spettacolo finale. Nel Teatro Sociale e di Comunità la performance è il risultato di un lavoro collettivo: la comunità si rappresenta attraverso i linguaggi artistici che ha prodotto.

    Le storie che abbiamo raccolto parlano di mediazione, di adattamento, di rispetto – ma alla fine parlano soprattutto di amore

  • Un momento catturato durante una prova teatrale del progetto Foto: priscaborastudio

    Avete scelto di lavorare con le coppie miste. Perché questa scelta, e cosa vi hanno raccontato?

    Ho scelto di orientare la nostra ricerca artistica sul racconto delle coppie miste che vivono a Bolzano, osservando come la famiglia, micro sistema di una società, possa dare una prospettiva concreta dei possibili adattamenti e scambi interculturali che creano un modo nuovo di vivere la città.

    Abbiamo voluto guardare al presente di Bolzano, non solo alle sue ferite storiche, anche queste, parti integranti del nostro studio. Questo è un progetto che guarda a quello che si sta costruendo ora, portando lo sguardo sulla società civile e sulla possibilità di tessere legami che superano le divisioni e creano un modo nuovo di “sentirsi a casa”. Le coppie miste – italiano-tedesca, tedesco-italiana – ci hanno raccontato i reciproci adattamenti, le mediazioni quotidiane, il Natale italiano e quello tedesco, la cucina, la scelta della scuola per i figli. Ci hanno accolto a casa loro, abbiamo potuto osservare i loro spazi, parlare con i loro figli/ figlie. È come se ci fosse una nuova generazione che non vuole assimilare né rinnegare le differenze di questa città, ma che ha una visione nuova: non è necessario guardare a Bolzano con l’angoscia di una prevaricazione culturale. È possibile pensarsi insieme – non uguali, ma insieme, nelle rispettive e bellissime differenze.

    Il 6 giugno tutto questo prenderà forma in un evento aperto alla città. Cosa si augura che il pubblico porti a casa?

    Quando sono rientrata a Bolzano, qualche anno fa, ho sentito spesso persone lamentarsi della città come un luogo che non fa sentire a casa, una città “che non è abbastanza”. Questo lavoro gioca molto sulla dimensione festiva, sul rito, sulla celebrazione di ciò che c'è e che questa città offre. In questi due anni ho raccolto voci e testimonianze di persone che vivono la città cercando di creare spazi di incontro, in un modo condiviso, dove la reciprocità ha la meglio sull’isolamento autodifensivo. Le storie che abbiamo raccolto parlano di mediazione, di adattamento, di rispetto – ma alla fine parlano soprattutto di amore: quello tra persone di lingue e culture diverse che scelgono di costruire qualcosa insieme. Spero in una festa colorata, piena di vitalità, in cui le persone si portino a casa un dubbio o un’idea nuova del posto in cui vivono – e forse anche la sensazione che Bolzano, se ci guardiamo attorno, è già più avanti di quanto pensiamo.