LA
Cultura | Cronaca dell'Accordo

Dal 16 al 22 giugno 1946

La cronaca degli avvenimenti che portarono alla stipula dell'accordo De Gasperi-Gruber (3). Johannes Geisler, principe vescovo di Bressanone, scrive al ministro degli esteri inglese Bevin.

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16 giugno. Vienna. L’ambasciatore italiano a Vienna Maurilio Coppini scrive a De Gasperi, raccogliendo nel telegramma una serie di valutazioni sulla politica austriaca riguardo all’Alto Adige.

In sue dichiarazioni Consiglio ministri e rappresentanti stampa circa suo viaggio Parigi e Londra, ministro Gruber ha detto che Austria non intende rinunciare a sue pretese su Alto Adige, che saranno fatte nuovamente valere in occasione più propizia ed in sede più corrispondente (ritengo che Gruber intenda con ciò riferirsi o Conferenza generale pace o, piuttosto, O.N.U. cui già stata indirizzata petizione tirolese). Circa richiesta correzione confini in Pusteria, Gruber ha detto essersi richiamato linea già elaborata da esperti americani nel 1919, cosa che avrebbe destato notevole impressione. Argomentazioni austriache si sarebbero basate solo su motivi economici e di traffico omettendo qualsiasi accenno a plebiscito anche perché delegazione italiana avrebbe ammesso che popolazione territorio conteso è austriaca. Gruber ha inoltre dichiarato che, trovandosi questione sotto esame commissione esperti, non è probabile decisione sia prossima.
Da dichiarazioni suddette, tono stampa soprattutto partito popolare, finora sempre assai energica nell’esprimere rivendicazioni austriache e che ha ora invece attenuato agitazione irredentista, debbo ritenere conversazioni Londra e Parigi abbiano rivelato Gruber minor favore verso tesi austriache di quanto non si sperasse qui, specie dopo noti atteggiamenti e manifestazioni locali autorità alleate.
Ha più risollevato problema.

Gino Magnabosco

16 giugno. Bolzano. Si discute sull’opportunità di abbattere i portici di via della Mostra, lesionati dalle bombe. Verrà demolita alla fine, grazie anche all’opposizione Sovrintendente alle belle arti Nicolò Rasmo, solo la parte all’angolo con via Goethe. Sono i tempi, commenta il Dolomiten, in cui sedicenti esperti propongono la demolizione di mezzo centro storico e la realizzazione di strade sotterranee un po‘ ovunque. Tutte idee che per fortuna resteranno lettera morta.


17 giugno. Bolzano. Sessione della Sezione Speciale della Corte d’Assise per i delitti commessi durante l’occupazione nazista. Alla sbarra un gruppo denominato dalla stampa italiana “I dieci di Chiusa” è accusato di aver commesso vari reati nei confronti di militari e civili italiani e optanti per l’Italia. Molto duro il giudizio del giornale italiano, mentre il Dolomiten descrive gli impunti come uomini di specchiata moralità auspicando un giudizio mite da parte dei giudici.


17 giugno. Bolzano. Chiusa per trenta giorni una latteria in cui si vendeva latte allungato con un quarto di acqua.
 

18 giugno Merano. Sul quotidiano Alto Adige nella cronaca di Merano viene ricordata la figura di Richard Reitsamer, obiettore di coscienza, fucilato dai nazisti l’11 luglio 1944. “Sull’autocarro che lo portava alla morte si sedette calmo appoggiandosi al sacerdote, come il bimbo che si affida alla mamma nel momento del dolore; arrivato al luogo fatale fece alcuni passi verso il palo, poi tornò indietro frettoloso, si chinò a baciare le mani del sacerdote, si rialzò e avanzò deciso a ricevere la scarica, che trapiantava la sua anima di martire in cielo”. Il sacerdote era don Giovanni Niccolli, cappellano delle carceri.
 

20 giugno. Bolzano il direttivo dell’Andreas Hofer Bund, l’organizzazione della resistenza antinazista sudtirolese guidata da Hans Egarter decide di sciogliere il gruppo all’interno della SVP.

LA

21 giugno. Bolzano. Il Duomo è ancora un cumulo di macerie. Le celebrazioni del Corpus Domini si svolgono presso la chiesa del Sacro Cuore.


22 giugno. Bolzano. Un appello sulle pagine del Dolomiten perché cessi l’abitudine di scaricare rifiuti di ogni genere sul greto della Talvera ai lati dell’omonimo ponte. Un brutto biglietto da visita, scrive il quotidiano, per la città.
 

18 giugno. Salisburgo. l’Arcivescovo di Salisburgo Andreas Rohracher indirizza una lunga lettera al presidente irlandese Èamon de Valera chiedendo giustizia per i sudtirolesi. Negli stessi giorni il Presule di Bressanone, Johannes Baptist Geisler, si rivolge direttamente al Ministro degli Esteri inglese Ernest Bevin con una missiva dai toni forti ed accorati. Ecco il testo che tarderà assai a ricevere una risposta:

Incoraggiato dalle vostre recenti dichiarazioni in merito all’Alto Adige, vi scrivo per supplicarvi di intervenire a favore del popolo altoatesino prima che sia troppo tardi. Sono tirolese, nato e cresciuto qui. Mio padre era un segnalatore ferroviario e ho trascorso la mia infanzia in una cabina di segnalazione sulla ferrovia appena a sud del Brennero. Ora, come Principe Vescovo di Bressanone, sono diventato la guida spirituale del mio popolo. È per la loro futura esistenza, letteralmente, che mi appello. L’Austria e l’Italia hanno già presentato le loro argomentazioni; ma, finora, non c’è stata alcuna rappresentanza della causa da parte del popolo stesso. È per questo motivo che sento mio dovere imprescindibile agire come loro portavoce in questo momento cruciale, quando tutti i principi della Carta Atlantica, principi per i quali le democrazie hanno combattuto, sembrano essere in pericolo. Infatti, non c’è dubbio che se non si giunge a una decisione imparziale su una questione così chiara come il diritto etnico ed economico dell’Alto Adige a tornare all’Austria, allora tutto è perduto e non ci può essere, di fatto, alcun futuro spirituale per il mondo. Non ritengo di dover fare appello su basi etniche, poiché voi stessi avete affermato che il territorio è etnicamente austriaco. Tuttavia, in considerazione delle affermazioni italiane sull’esistenza di una cosiddetta popolazione mista di frontiera, vorrei, se mi è consentito, soffermarmi un attimo su questo punto.

Per favore, credetemi, signor Bevin, quando dico che il confine è tra linguaggio e architettura il passaggio dall’italiano all’austriaco è fortemente definito. C’è una piccola città chiamata Salorno, appena a sud di Bolzano, dove la trasformazione è così marcata da risultare evidente anche agli occhi degli occhi visitatore occasionale. Da questo punto fino al Brennero, le città e i villaggi, le fattorie di montagna, le chiese, la lingua e i costumi della gente, tutto è di carattere completamente austriaco. Ma dal 1919, quando solo circa il 3% (7.000) della popolazione totale era italiana, un flusso più o meno costante di funzionari e impiegati italiani è stato immesso nel paese. A Bolzano, in particolare, ci sono migliaia di lavoratori e famiglie italiane che sono state importate con il solo scopo di creare una maggioranza italiana in quella zona. Sono impiegati in industrie sovvenzionate dallo Stato, create artificialmente su terreni tirolesi espropriati; terreni che, a memoria, un tempo erano ricchi di frutteti e vigneti. Tutti questi italiani rappresentano un’intrusione straniera. Non hanno radici in questa terra e stanno causando una grave disoccupazione tra la mia gente. Nella sola cittadina di Bressanone, ci sono almeno 500 giovani tirolesi che, a causa di queste condizioni, non hanno lavoro e, nella migliore delle ipotesi, conducono un’esistenza precaria accettando lavori occasionali presso gli agricoltori o cimentandosi nel mercato nero. C’è un aspetto ancora più grave della questione, difficile da credere se si pensa ai sacrifici compiuti dalle Nazioni Unite durante gli anni della guerra: è vero, infatti, che, nonostante il carattere democratico del nuovo governo italiano, il fascismo sta già riemergendo in questa parte del mondo. Dal ritiro del Governo Militare Alleato, c’è stata una costante reintegrazione di ex fascisti in incarichi ufficiali e semi-ufficiali. Le percosse e persino le sparatorie sono diventate una consuetudine. La gente non osa esprimere le proprie opinioni in pubblico. Predomina la paura. Per questo motivo, più che per ogni altro, il mio popolo teme una decisione che avrà l’effetto di lasciarlo sotto il dominio italiano. Infine, vorrei dire qualcosa sulla questione economica, un aspetto della quale è stato in qualche misura trascurato, per quanto ne so. Nel 1919 l’Alto Adige fu privato del suo entroterra e non fu più in grado di rifornire l’Austria con i prodotti dell’Alto Adige. Gli agricoltori altoatesini furono quindi costretti a cercare mercati italiani per i loro prodotti. Ma l’Italia produceva frutta e vino in abbondanza per le proprie esigenze, quindi i loro prodotti rappresentavano semplicemente un eccesso di offerta sul mercato. Di conseguenza, il tenore di vita in Alto Adige, l’economia è crollata drasticamente ed è rimasta a un livello anomalo da allora. Certamente, in questi tempi di fame mondiale, un’economia così distorta non dovrebbe essere tollerata, soprattutto quando potrebbe essere risanata in modo così semplice. Ritengo che le considerazioni che riguardano questa economia, sviluppatasi nel corso di molti secoli, meritino maggiore attenzione rispetto alle rivendicazioni italiane, che si basano su soli venticinque anni di investimenti finanziari finalizzati a quello che è, per la maggior parte, sfruttamento capitalistico. Vi prego di considerare con urgenza questa questione, in quanto il caso che ho cercato di presentarvi non riguarda né l’Italia né l’Austria, ma il popolo dell’Alto Adige.