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Consociazione: il caso svizzero

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Consociazione, in Italia, ha un significato negativo. Ma le buone regole si fanno solo con consenso ampio. Invece di creare maggioranze artificiali, converrebbe creare regole che impongono di negoziare. Uno sguardo alla Svizzera.

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Il mese scorso la Svizzera ha respinto l’iniziativa popolare che proponeva di inserire nella Costituzione un limite massimo di 10 milioni di residenti. L’iniziativa popolare è una delle modalità per la revisione parziale della costituzione federale, e può essere richiesta da almeno 100.000 elettori.

Come molte altre iniziative provocatorie, anche questa era stata lanciata dall’Unione democratica di centro (UDC/SVP), che a dispetto del nome è un partito di estrema destra. L’obiettivo era una stretta all’immigrazione: la popolazione svizzera ha ormai superato i 9 milioni di abitanti ed è in costante crescita, soprattutto per effetto dell’immigrazione europea. Il testo prevedeva che se la popolazione residente avesse toccato i 9.5 milioni entro il 2050, la Confederazione avrebbe dovuto adottare misure drastiche, come la limitazione dei permessi di soggiorno, restrizioni ai ricongiungimenti familiari e rinegoziazione degli accordi internazionali, compresa la libera circolazione con l’Unione europea.

Catchword è una rubrica di parole per guardare dietro (o sotto) alle parole. Ogni due settimane Francesco Palermo parte da una parola chiave (catchword, appunto) per spiegare in modo conciso il concetto (o l’inganno) che le sta dietro. Da leggere o da ascoltare in formato podcast.

Come previsto, l’iniziativa è stata respinta in modo piuttosto netto. Nulla di nuovo, in Svizzera la democrazia diretta è routine. 

Ogni anno, a livello federale, la popolazione è chiamata a pronunciarsi mediamente su otto o nove tra iniziative e referendum, senza contare le consultazioni cantonali e comunali. 

Non originali neppure le ormai consolidate linee di frattura politica nella società, per cui la popolazione di lingua tedesca è generalmente più conservatrice di quella di lingua francese, e le città (indipendentemente dalla lingua) molto più progressiste delle zone rurali.

Perché parlarne, allora? Perché mentre molte democrazie occidentali sembrano impegnate a segare il ramo su cui sono sedute (lo Stato di diritto), la Svizzera dimostra quanto contino regole ben congegnate. Non eliminano il populismo, ma possono impedirgli di travolgere il sistema.

L’UDC è il primo partito svizzero da ventisette anni. Perché un partito populista e xenofobo, pur avendo ottenuto qualche sporadico risultato come il divieto di costruire minareti, non ha squassato le istituzioni come invece i loro epigoni in altri Paesi hanno fatto in tempi assai più rapidi? Perché il sistema istituzionale lo impedisce.

La Svizzera è una democrazia iper-parlamentare. Il governo non nasce dall’investitura di un leader, ma è un direttorio eletto dal Parlamento, e non può essere sfiduciato. 

Stabilità senza bisogno di premierati e leggi elettorali dopate. 

I sette membri dell’esecutivo appartengono ai principali partiti secondo una logica consociativa: oggi due dell’UDC, due liberali, due socialisti e uno del Centro, con un attento equilibrio anche tra regioni e comunità linguistiche. Quindi nessuno governa da solo.

Siccome non esistono limiti alla possibilità di ricorrere a referendum sulle leggi, si cerca di creare il consenso prima, attraverso negoziati e consultazioni pubbliche, per evitare che esecutivi basati su maggioranze esigue possano essere bloccati dal ricorso frequente al referendum. Legiferare richiede tempo, ma riduce il rischio di leggi emotive e che maggioranze occasionali impongano riforme destinate a essere travolte da un referendum.

A questo si aggiunge l’ulteriore contrappeso della doppia maggioranza. Per modificare la Costituzione non basta il voto favorevole della maggioranza dei votanti, ma serve anche quello della maggioranza dei Cantoni. Il Parlamento può essere corretto dal popolo, il popolo dai Cantoni, i Cantoni dal Parlamento.

Nessun sistema è infallibile, ma alcuni sono progettati meglio di altri. 

La politica tende naturalmente a trasformarsi in una competizione per il potere, e per questo ha bisogno di regole che costringano alla cooperazione e rendano difficile l'abuso delle maggioranze. Ma invece di curare la delicata piantina della collaborazione, si preferisce sempre più spesso la motosega maggioritaria, lo spoils system, la brutalità delle maggioranze occasionali. E quindi, nel giubilo dei governanti pro tempore e di chi li vota perché decisionisti, il ramo su cui siamo tutti seduti è destinato a spezzarsi.

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