Politica | Gastbeitrag

Patentini falsi: che fare?

Archiviata la fase scandalistica dei falsi patentini di bilinguismo nella sanità altoatesina, resta una questione che va oltre il piano penale. La proposta: due modifiche per affrontare problemi strutturali che nessuna sentenza potrà risolvere.
patentini falsi
Foto: Pixbay, Canva/ Monatggio: SALTO
  • La prima ondata di reazioni suscitata dalla scoperta di decine di patentini di bilinguismo falsi nel settore della sanità altoatesina è passata, e con essa, si spera, anche la fase scandalistica che inevitabilmente accompagna questi casi. La giustizia, come si dice, farà il suo corso, ma è del tutto evidente che la questione supera l’aspetto strettamente penale e che i problemi a cui essa rimanda non saranno risolti da una sentenza. Conviene perciò riflettere a mente fredda e lucida sul caso in questione e sugli interrogativi che esso solleva.

  • L'autore

    Aldo Mazza è cofondatore della scuola di lingue alpha beta. Questo articolo è la sintesi di un intervento avvenuto il 15 maggio nel corso di un incontro presso il PD di Bolzano sul tema Quando la lingua non basta – Il futuro della certificazione linguistica in un mondo che cambia, a cui hanno partecipato anche Gabriele Di Luca e Francesco Palermo.

    Foto: Andreas Marini/merano.eu
  • Posizioni estreme

    Se non si riesce a reperire personale a sufficienza, come avviene nel settore della sanità pubblica in Alto Adige/Südtirol, è ragionevole continuare a mantenere il requisito del bilinguismo? C‘è chi scuote la testa e un po’ seccato ripete una frase mille volte sentita: “L’importante è che il medico sia bravo, non che sia bilingue”. Nessun dubbio quindi per costoro: rinunciamo al bilinguismo e aboliamo il famigerato patentino! 

     

    È ragionevole continuare a mantenere il requisito del bilinguismo?

     

    Da un altro versante qualcuno ha risposto a quel luogo comune con l’immagine di una persona morta su una barella d’ospedale commentata dalla scritta “Der Arzt konnte kein Deutsch”; manifesto affisso anni fa in tutta la provincia, ma ancora impresso nella mente di molti, col suo messaggio insinuante e falso: qui si muore perché gli italiani non sanno il tedesco. 

  • In difesa del principio del bilinguismo

    A mio parere il principio del bilinguismo va mantenuto; in questo sono d’accordo con il Presidente Arno Kompatscher: non si fanno deroghe. Il principio del bilinguismo non è uno strumento per penalizzare un gruppo o l’altro e neppure un provvedimento risarcitorio, come erroneamente afferma chi confonde bilinguismo e proporzionale. Piuttosto esso garantisce ai cittadini di madrelingua tedesca o italiana di poter parlare la propria lingua nei rapporti con la pubblica amministrazione. Se ho da sbrigare una pratica a uno sportello pubblico, se vengo fermato dalle forze dell’ordine, se finisco in ospedale e così via, devo poter parlare la mia lingua; quindi chi sta dall’altra parte dello sportello mi deve comprendere. Nel settore della sanità questo diritto mi sembra particolarmente importante, perché in quella catena l’anello debole è il paziente, colpito nel suo bene più prezioso, la salute.

     

     

    Cosa vuol dire sapere una lingua e come si accerta questo “sapere”?

     

    Altra questione da chiarire preventivamente è quella della certificazione. Cosa vuol dire sapere una lingua e come si accerta questo “sapere”? C'è chi mette in dubbio il principio stesso della certificazione. Il messaggio suona così: “Superiamo una logica puramente certificativa, a vantaggio di una conoscenza reale”. Suona bene, ma non si capisce cosa vuol dire in concreto. Per diventare medico non basta studiare medicina, non basta “avere una conoscenza reale della medicina”; bisogna superare gli esami che quel corso di laurea prevede. E cosa sono gli esami se non verifiche di quanto sai e non sai? Per una lingua non è diverso. Molto importanti certo sono le modalità degli esami e l’autorevolezza degli esaminatori, su questo si può discutere.

  • Bilinguismo mancato

    Lo so bene: siamo lontani dall’obiettivo di un bilinguismo diffuso in Alto Adige/Südtirol. Molto lontani, per diverse ragioni di carattere storico, politico, culturale e di “sistema” e ci sono anche responsabilità rispetto a questo stato di cose che in questa sede sarebbe troppo lungo esporre. Il fatto è che molti altoatesini e sudtirolesi, pur vivendo uno accanto all’alto, non diventano “bilingui”. Proviamo a immaginare allora quanto sia difficile per i nuovi concittadini imparare entrambe le nostre lingue per poter accedere ai posti pubblici! Abbiamo urgente bisogno di loro e allo stesso tempo chiediamo loro ciò che noi stessi non riusciamo a raggiungere. Paradossale, a dir poco.

     

    Sono proprio le difficoltà che ci devono motivare a sostenere il bilinguismo come obiettivo a lunga scadenza.

     

    Tutte queste difficoltà ci sono, lo so bene. Ma sono appunto esse che ci devono motivare a sostenere il bilinguismo anche come obiettivo culturale e politico a lunga scadenza, come condizione a cui la società e la persona devono tendere e più in generale come percorso verso l’accettazione del diverso. Nella nostra realtà convivono più lingue e più culture, e in futuro essa sarà ancor più variegata di oggi. Dobbiamo educarci alla diversità, se non vogliamo che essa degeneri in ostilità. E dunque, cosa si può fare nell’immediato e a lunga scadenza? 

  • Medici in sala operatoria: In realtà sappiamo poco di quanto effettivamente avviene in corsia rispetto alle interazioni linguistiche; più che altro ragioniamo in base a impressioni, non a dati accertati. Foto: upi
  • Indagine conoscitiva

    Intanto un’indagine conoscitiva tra i pazienti e il personale per accertare quanto sono effettivamente sentite le difficoltà comunicative e linguistiche nella vita quotidiana degli ospedali. Una sorta di “Barometro del bilinguismo nella sanità”, un’indagine cioè espressamente dedicata a questo aspetto, insieme a quelle che l’azienda periodicamente compie per accertare il livello di gradimento dei servizi. A me non risulta sia stata mai fatta. 

     

    Sappiamo poco di quanto effettivamente avviene in corsia rispetto alle interazioni linguistiche.

     

    Essa è necessaria perché in realtà sappiamo poco di quanto effettivamente avviene in corsia rispetto alle interazioni linguistiche; più che altro ragioniamo in base a impressioni, non a dati accertati. Sarebbe invece importante conoscere in dettaglio le criticità legate al mancato bilinguismo per poter intervenire subito, laddove è già possibile.

  • Sensibilizzazione e informazione

    Al di là dell’insegnamento/apprendimento linguistico, occorre un lavoro di sensibilizzazione e informazione sulle specificità della nostra situazione, soprattutto per il personale che viene da fuori provincia. Se è vero che gli aspiranti collaboratori possono essere scarsamente motivati ad imparare una nuova lingua, anche perché oberati da impegnativi carichi di lavoro, la sensibilizzazione può rompere quel disinteresse. Ci sono delle ragioni storiche e politiche per cui in Alto Adige/Südtirol vigono certe regole: spiegarle è doveroso, non ci si può limitare a chiedere la certificazione e basta. Un lavoro di sensibilizzazione, per citare un aspetto particolare, è necessario riguardo all’iperuso del dialetto sudtirolese; altrimenti chi frequenta il corso di tedesco, ma poi tra i colleghi e i pazienti sente parlare prevalentemente dialetto, si scoraggia e molla tutto. Come società e come persone abbiamo bisogno di arrivare a una maggiore consapevolezza riguardo ai comportamenti linguistici. E questo non vale solo per la sanità.

     

    Molte nuove pratiche sono già adottate, ma andrebbero fatte emergere, riconosciute e supportate.

     

    Istituire un centro di competenza linguistica all’interno dell’azienda è probabilmente irrealistico; ma bisogna comunque trovare il modo per farsi carico delle necessarie misure; questo anche pensando a chi è a digiuno di entrambe le nostre lingue ufficiali. Si può ad esempio ricorrere ai mediatori linguistici che affiancano e sostengono il personale sanitario. Si può tentare, nei limiti del possibile, di organizzare i turni così che sia sempre presente personale di entrambe le lingue (tra l’altro esiste anche una modalità di apprendimento “in tandem”, che dà buoni risultati). Si può, attraverso una formazione specifica, implementare l’uso di traduttori simultanei ormai largamente disponibili sui cellulari grazie all’intelligenza artificiale, le cui potenzialità sono lungi dall’essere sfruttate. Molte di queste pratiche sono già adottate, ma andrebbero fatte emergere, riconosciute e supportate.

  • Certificazioni

    Le norme che regolano le certificazioni linguistiche nella nostra provincia hanno subito sostanziali modifiche negli ultimi anni, più che altro sulla base di rilievi esterni. Fino a quando il personale reperibile era sufficiente, si chiedeva il patentino prima ancora di poter mettere piede in ospedale. L’esame di bilinguismo negli uffici della provincia di Bolzano era inoltre l’unico modo per accertare la conoscenza delle due lingue. In seguito a una sentenza della Corte di giustizia europea, si è allargato il campo degli enti certificatori. Questo ha avuto un effetto positivo anche rispetto alle modalità dell’esame di bilinguismo provinciale che da prevalentemente traduttivo si è adeguato ad un approccio più comunicativo; nel fare ciò ha dovuto legare i livelli per le varie carriere al Quadro di riferimento europeo delle lingue.

    Nella Sanità, quando è diventato problematico trovare personale, si è pensato di far fronte alla carenza con la soluzione dei contratti a termine. Non essendo assunto a tempo indeterminato, il personale era esonerato dall’obbligo di bilinguismo, mentre i contratti a termine venivano periodicamente rinnovati. Contro questo modus operandi ha sollevato pesanti rilievi la Corte dei conti, sicché il sistema è stato nuovamente rivisto.

  • Il sistema attuale e le offerte formative

    Oggi un nuovo assunto con contratto a termine dall’azienda sanitaria ha tre anni di tempo per mettersi in regola, ed è questo il luogo dove ricordare che, nonostante il carico di lavoro, c‘è anche chi ce la fa. Per aiutare a raggiungere questo obbiettivo sono state messe a punto tutta una serie di offerte formative. Nel primo mese è prevista una prima fase intensiva di insegnamento/studio, 8 ore al giorno per 20 giorni, interamente dedicata all’introduzione alla seconda lingua e interamente pagata, come se si lavorasse in corsia. 

     

    Nonostante il carico di lavoro, c’è anche chi ce la fa.

     

    Per il periodo successivo vengono offerti corsi semestrali in presenza e online (50 incontri di 2 ore in orario di lavoro) e la possibilità di effettuare soggiorni di lavoro/studio in Austria e Germania. Si immagina così un percorso che dovrebbe consentire di avanzare, gradino dopo gradino, nel livello di conoscenza di una lingua: primo passo è il livello A1, “principiante”, poi A2 “elementare”, poi B1 “intermedio”, poi B2 “intermedio superiore”, poi C1 “avanzato”, il livello più alto di conoscenza richiesto ai laureati. Le certificazioni richieste in Alto Adige/Südtirol vanno da A2 per il personale ausiliario e di supporto, a C1 per il personale laureato. (Nel sistema adottato dall’a livello europeo c'è poi il livello C2, “padronanza”, che non viene richiesto perché francamente troppo elevato.)

  • Bisogna abbassare l’asticella: Laddove si richiede il livello C1, scendere al B2 Foto: SALTO
  • Abbassare l'asticella

    A mio parere bisogna abbassare l’asticella – e non solo per il settore della sanità. Laddove si richiede il livello C1, scendere al B2; dove si richiede il B2, scendere a B1; dove si richiede B1 scendere ad A2; dove si richiede l’A2 scendere all’A1. Non servono modifiche statutarie per questo, la decisione spetta alla Giunta provinciale. Mi si potrebbe accusare di faciloneria; rispondo citando dati di fatto. Uno studente arrivato alla maturità in Alto Adige/Südtirol ha alle spalle qualcosa come 2000 ore di insegnamento della seconda lingua. Ma tra coloro che hanno tra i 20 e i 24 anni e che si presentano all’esame di bilinguismo, solo il 46,3% supera il C1 e solo il 32,2% il B2. In altre parole: gli obiettivi fissati non sono alla portata dei candidati. I patentini falsi sono conseguenza di questo, più che di una presunta mentalità criminale da parte di chi ha commesso quell’errore.

     

    La Germania per potere lavorare in ospedale chiede ai medici non tedeschi il livello B2, non il C1.

     

    Abbassare l’asticella è ragionevole anche per una ragione strettamente legata alle dinamiche che riguardano l’apprendimento di una lingua. Partiamo dalla definizione del livello C1. “Capisci testi lunghi e impegnativi, ti esprimi in modo scorrevole e preciso. Usi la lingua in modo flessibile per scopi sociali, accademici e professionali”. Certo, l’ideale è questo. Sennonché, per comunicare sul luogo di lavoro, o almeno per iniziare a comunicare, non è necessario comprendere e esprimersi nell’altra lingua senza errori e con fluidità. È assodato che una lingua la si impara usandola, e più la si usa, meglio la si impara. Se questo è vero, può bastare il livello B2, la cui definizione dice: “Capisci testi complessi, discuti con scioltezza, argomenti astratti inclusi. Riesci a lavorare e studiare in quella lingua senza fatica eccessiva.” Raggiunto questo livello, sono già nella condizione di poter comunicare nell’altra lingua, mettendola così alla prova e migliorandone la conoscenza. Tanto è vero che la Germania per potere lavorare in ospedale chiede ai medici non tedeschi il livello B2, non il C1.

    Sia chiaro, questa proposta non vuole annacquare il bilinguismo, renderlo più facile. Si tratta di realismo.

  • Certificazioni progressive

    Oltre ad abbassare l’asticella, potrebbe essere introdotto nella sanità un sistema di certificazioni progressive. Ogni tappa del processo di apprendimento – A1, A2, B1, B2 - va accertata con apposita certificazione ufficiale. Inoltre, ad ogni tappa raggiunta si potrebbe pagare la relativa indennità economica; attualmente essa va da 120 Eu per il livello A2 a 260 Eu per il livello C1 (indennità base) o da 180 Eu (A2) a 390 Eu (C1) per i ruoli in contatto diretto col pubblico. Una sorta di indennità di apprendimento.

     

    Facciamo del raggiungimento del bilinguismo una corsa a tappe invece di una maratona.

     

    Facciamo del raggiungimento del bilinguismo una corsa a tappe, che è più abbordabile di una maratona. Non tanto perché tra una tappa e l’altra si riposa, ma perché gli obiettivi sono realistici. Per esempio, il livello A1, “principiante”, viene raggiunto dal 90% dei candidati dopo il primo mese e le 160 ore di insegnamento/studio previste. In questo modo si portano a casa buoni risultati, dunque gratificazione, dunque motivazione a proseguire. Oggi invece si stipula insieme al contratto di lavoro la promessa di presentare tra tre anni il certificato richiesto. Giunti a quella scadenza, chi non è riuscito ad arrivare al traguardo semplicemente se ne va.

  • Una regia comune

    Ho detto che il principio del bilinguismo è un bene per tutti, non uno strumento risarcitorio o peggio punitivo. Se siamo d’accordo con ciò, ne consegue che anche la soluzione al mancato bilinguismo può essere trovata solo in accordo e con il consenso se non di tutti, di una parte maggioritaria della popolazione e dei suoi rappresentanti politici, cui sono delegate le decisioni. Quel che serve, al di là del contingente problema della sanità, è perciò una regia comune per le scelte di politica linguistica, una “gestione comune” del bilinguismo, delle risorse e delle strategie per realizzarlo in maniera soddisfacente. È nell’interesse di tutti arrivare ad un buon livello di bilinguismo, proprio come è interesse di tutti avere un buon sistema previdenziale, avere un’assistenza sanitaria efficiente, avere scuole all’altezza dei tempi e così via.

     

    Prendiamo atto dell’insufficienza dell’attuale sistema e cerchiamo soluzioni. Insieme.

    Purtroppo, non è stata questa, finora, la modalità impiegata in Alto Adige/Südtirol. Al contrario, il più delle volte si è preferito un approccio etnico, come se ogni gruppo potesse trovare da sé e per sé la soluzione ai problemi che si presentano. Su questa strada non può che prevalere la contrapposizione etnica. Sfruttiamo allora l’impasse in cui ci siamo cacciati con lo scandalo dei patentini falsi per cambiare paradigma: prendiamo atto dell’insufficienza dell’attuale sistema e cerchiamo soluzioni. Le risposte vanno trovate insieme.