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Foxes, è mancato soprattutto il cuore

Bilancio di una stagione spezzata in due in cui l’obiettivo minimo è stato il punto d’arrivo. Troppe cose non hanno funzionato. Frank ancora lontano dai livelli pre-infortunio. Ora serve un progetto e magari anche dare un ruolo qualsiasi in panchina a Halmo.
HC Bolzano
Foto: HCB
  • Giovedì sera. La Sparkasse Arena si svuota in silenzio. Gara-5 è finita 1-4, Lubiana esulta al centro del ghiaccio. La stagione dell’hockey bolzanino è chiusa. Quella sensazione familiare e odiosa di una stagione che finisce troppo presto, nel posto sbagliato, nel modo sbagliato. Passate le prime ore, sbollita l’arrabbiatura, è il momento di una prima analisi. 

    L’obiettivo minimo dichiarato a inizio stagione era la qualificazione diretta ai playoff, senza passare per le forche caudine dei pre-playoff. OK. Obiettivo raggiunto: quarto posto, 90 punti, accesso ai quarti dalla porta principale con il vantaggio del ghiaccio. Doveva essere il punto di partenza, la base da cui finalmente compiere quel cambio di passo nei playoff che è mancato nelle ultime stagioni. Si è rivelato invece il punto di arrivo. 

    Perché quello che è successo nella serie contro Lubiana non è semplicemente una sconfitta — è qualcosa di più difficile da digerire e da spiegare. Tre sconfitte consecutive in casa, alla Sparkasse Arena davanti al proprio pubblico. Tre volte in cui i Foxes avrebbero dovuto fare la differenza nel proprio fortino, e tre volte in cui non l’hanno fatta. È un dato sconcertante. 

    Ci sono due immagini che restano più di tutte e che insieme raccontano il fallimento tecnico e morale di questa serie..

    La prima viene da gara-3. Bolzano avanti 2-0, Bradley ha appena segnato la sua doppietta, la Sparkasse Arena ci crede. Poi, al 48° minuto, in meno di quaranta secondi, Lubiana segna tre volte. Tre gol. Meno di un minuto. Il fragile castello crolla, in un tonfo, in un attimo. Una squadra che si dissolve nel momento in cui dovrebbe solo stringere i denti.

    La seconda viene da gara-5, stessa arena. Bolzano è sotto 0-1 da 44 minuti, ha creato decine di occasioni, Tokarski ha respinto tutto. Finalmente DiGiacinto pareggia: 1-1, la Sparkasse Arena esplode, la serie può riaprirsi. Nell’azione immediatamente successiva, McClure serve Schneider con la porta completamente sguarnita davanti. Il disco del 2-1. Schneider manca la porta. Trenta secondi dopo, Samuelsson — ancora una volta indolente e deludente in questa fine stagione — sbaglia, Lubiana si riapre, Boychuk trova l’incrocio: 1-2. La partita è finita lì.

    Due episodi, due partite, la stessa storia. Una squadra che non sa chiudere quando potrebbe, e che crolla quando dovrebbe resistere.

  • Kleinendorst e il progetto europeo

    La stagione 2025/26 nasce con una cornice ambiziosa e una filosofia dichiarata: Kleinendorst costruisce una squadra competitiva in Europa e ad inizio calendario costantemente nelle posizioni di vertice della ICEHL. In più l’attenzione alla crescita dei giovani. Pascal Brunner trova spazio e minutaggio con una continuità che nelle stagioni precedenti gli era stata negata, uscendo da questa stagione con una crescita consolidata che lo proietta tra i protagonisti del futuro biancorosso. Enrico Larcher, esordiente puro, viene integrato con cura crescente nel sistema difensivo.

    Poi, il 12 dicembre, la notizia: Kurt Kleinendorst è esonerato. È una decisione che coglie di sorpresa l’ambiente, almeno in superficie.

    La crisi evidentemente non è di classifica. Arriva improvvisa, o almeno tale appare dall’esterno, e ha una natura che va oltre il tecnico: non bastano le due pesanti sconfitte con Vienna e Villach per spiegare fino in fondo uno spogliatoio che improvvisamente sembra aver perso la bussola. Si è raccontato di un raffreddamento progressivo nei rapporti tra coach e giocatori che scivola verso qualcosa che assomiglia a un ammutinamento silenzioso: tecnico, psicologico, mentale. Non è un’emergenza di punti — Bolzano è ancora nel gruppo di testa — ma la convinzione che un gruppo che ha smesso di credere nel proprio allenatore non può vincere i playoff. 

  • Doug Shedden: Il nuovo coach Foto: Elmo.tv internet
  • Shedden e la promessa del nuovo corso

    Doug Shedden arriva come un ritorno sentimentale: ex Fox da giocatore nel 1991/92 ha buona esperienza in Europa e Nord America. Il suo arrivo è un cambio di paradigma. Dopo il sistema di Kleinendorst — costruito sulla struttura, sul posizionamento, sulla pazienza — lo “Shedden-hockey” è una dichiarazione di rottura filosofica. È hockey nord-sud, verticale, diretto: disco in profondità, pressione immediata in zona offensiva, forecheck aggressivo che non lascia respiro alla difesa avversaria e fisicità sistematica lungo le balaustre. E' la grammatica dell’hockey nordamericano nella sua espressione più classica.

    Sulla carta questa filosofia sembrava quasi naturale per il roster biancorosso. La spina dorsale è di scuola nordamericana, lo ha nel DNA. Uomini abituati a giocare nord-sud fin dai tempi del minor hockey, del college, della AHL. Shedden non doveva insegnare loro un nuovo sistema: doveva semplicemente liberare ciò che già sanno fare.

    I risultati immediati sembrano dargli ragione. La squadra risale, chiude al quarto posto con 90 punti, accede ai quarti dalla porta principale. 

    Ma la domanda che rimaneva nell’aria è esattamente quella che ci siamo posti a dicembre: tre mesi bastano per costruire non solo un sistema di gioco, ma la mentalità playoff che manca da anni? Liberare ciò che i giocatori sanno fare istintivamente è un conto. Farlo funzionare come sistema collettivo sotto la pressione dei playoff è un altro. Ma Shedden, alla vigilia di gara-1, non ha dubbi. In conferenza stampa parla di “nuova stagione” — la terza, quella che conta davvero, quella che cancella tutto ciò che è venuto prima e ridisegna i valori in campo. 

  • La terza stagione non è mai iniziata

    La terza stagione rimane nelle intenzioni. Non inizia mai. Non sul ghiaccio, non negli spogliatoi, non negli occhi dei giocatori. Quello che Shedden aveva promesso — quella scintilla diversa, quell’intensità da playoff che trasforma una squadra di buoni professionisti in qualcosa di più — non arriva proprio. Quello che si vede sul ghiaccio della Sparkasse Arena e del Tivoli è una squadra che fa il proprio lavoro con una sufficienza che spesso scivola nell’insolenza e nella supponenza. In tempo di regular season questa attitudine può passare inosservata, coperta dalla qualità individuale. In tempo di playoff diventa letale. I playoff non chiedono il minimo necessario: chiedono il massimo possibile, ogni shift, ogni secondo, ogni angolo di ghiaccio. Invece la serie è finita 1-4 non per una netta superiorità tecnica del Lubiana ma per l’incapacità del Bolzano di essere qualcosa di più di sé stesso, quando contava.

  • L’assenza di un piano B

    Lubiana vince con la propria disciplina tattica: neutralizza la profondità offensiva, i tiratori multipli, il sistema di pressione alto. Lo “Shedden-hockey” era concepito per soffocare la transizione avversaria occupando la zona neutra: Ben Cooper risponde con un sistema che assorbe la pressione, comprime gli spazi e colpisce.

    Il problema è che il Bolzano, quando il piano A smette di funzionare, non ha un piano B. E nella serie il piano A smette di funzionare subito, perché gli avversari hanno avuto il tempo di studiarlo. Quando le transizioni nord-sud vengono chiuse — quando Lubiana comprime la zona neutra e nega la verticalità — i Foxes non trovano l’uscita alternativa. Non esiste una costruzione ragionata dal basso, non esiste una circolazione di disco paziente che stanchi la pressione difensiva avversaria. Restano  sterili rimesse in balaustra, cheap-out che cedono il possesso del disco. È il cortocircuito di un sistema monodimensionale: quando la sua arma principale viene neutralizzata, il meccanismo si inceppa e non sa come riprendere a girare.

  • Mike Halmo: Un giocatore straordinario Foto: HCB/Vanna Antonello
  • Il nodo irrisolto: i playoff come problema strutturale

    Vari livelli di analisi. Nessuno, da solo, spiega l’eliminazione. Insieme la rendono comprensibile.

    Il problema tecnico. Lo “Shedden-hockey” era ancora un cantiere aperto al momento del via ai playoff. Anche se i giocatori nord americani conoscono hanno il tipo di hockey nel dna tre mesi di lavoro con un nuovo allenatore non sono stati sufficienti per avere un rendimento omogeneo di tutti i giocatori. Il forecheck aggressivo, la verticalità, la pressione sistematica in zona neutra richiedono automatismi che si costruiscono in mesi. Nei playoff non si improvvisa: si esegue istintivamente ciò che è diventato sistema. Questo non è avvenuto.

    Lo spogliatoio: un mosaico senza centro. In un collettivo variegato, costituito da un nucleo di scuola italiana, stranieri e oriundi di varia natura e tradizione, rinforzi di varia provenienza, presunti top players o meno, il problema non è la qualità individuale. Il problema è che curriculum e ambizioni personali, quando non sono tenuti insieme da una cultura di spogliatoio solida e da una guida chiara, tendono a generare frizione nei momenti di crisi. Un cambio di allenatore a dicembre non fa che amplificare questa tendenza: il nuovo sistema viene abbracciato con convinzione disomogenea, chi ha più esperienza tende a gestirsi in proprio, cosa che non coincide con il bene collettivo. Il roster è la somma di solisti invece che un’orchestra. I playoff, con la loro pressione brutale e la loro logica di squadra totale, non perdonano questi disallineamenti. Devono funzionare quattro linee. 

    La C sul petto. Daniel Frank è e resta una delle figure più amate della storia biancorossa. Tredici stagioni, un capitano che ha attraversato epoche e trasformazioni del club. Ma la verità — e rispetto per Frank significa dircela — è che questa non è stata la sua stagione, e probabilmente non poteva esserlo. La grave commozione cerebrale che ne aveva condizionato pesantemente il 2024/25 ha lasciato strascichi che il rinnovo estivo non ha cancellato. In campo la crisi è evidente non solo nei numeri ma nella lettura atletica: il suo proverbiale senso della posizione — sempre stato il suo marchio di  fabbrica — non serve e non funziona se quella posizione viene raggiunta in ritardo, senza lucidità, a fatica. Ma il punto vero non è tecnico — è di leadership. Un cambio di allenatore a metà stagione è il momento in cui il capitano diventa la figura più importante del sistema — la cerniera tra il vecchio modello e quello nuovo, il garante della coesione. In un roster frammentato quella funzione di collante era essenziale. Non è emersa con la forza che la situazione richiedeva. E‘ un dato di realtà che il club dovrà affrontare con chiarezza nella prossima pianificazione.

    Un progetto, non un mercato. C’è una domanda più profonda a cui nessun semplice cambio di allenatore può rispondere: che tipo di club vuole essere l’HCB? Il modello attuale — roster assemblato anno per anno, contratti brevi, giocatori che arrivano con le valigie e ripartono con il primo volo dopo la fine della stagione — produce squadre competitive sulla carta ma fragili nell’anima. Il problema non è la nazionalità o il curriculum: è l’assenza di un’appartenenza, di quella identificazione con i colori e con la città che trasforma un professionista in un giocatore capace di dare qualcosa in più quando il momento lo richiede. Quello che serve è un progetto tecnico pluriennale costruito attorno a un’identità chiara: giocatori che sposino quella identità, che scelgano Bolzano non solo per il contratto ma per ciò che la maglia rappresenta. Il vecchio cuore biancorosso — quella grinta, quella fisicità, quell’orgoglio di appartenenza che ha caratterizzato le stagioni migliori del. È la lezione più difficile di questa stagione, e la più urgente da imparare.

    Ma c‘è anche una lettera. Il 20 marzo, il giorno dopo l’eliminazione, l’amministratore delegato Dieter Knoll scrive ai tifosi, e lo fa con parole misurate che però non lasciano spazio a interpretazioni: non si può essere soddisfatti dell’eliminazione, soprattutto per il modo in cui essa è avvenuta.

    Prima ancora delle domande, c’è una constatazione: il progetto Shedden è rimasto, nei fatti, un esperimento. E come tutti gli esperimenti falliti, lascia dietro di sé non solo il risultato negativo ma la dimostrazione plastica dei propri limiti. È il verdetto di una serie intera, cinque partite in cui il piano non ha funzionato e non è mai esistito un piano alternativo.

    Già nelle prossime settimane verranno prese le prime importanti decisioni. Nel linguaggio diplomatico del management sportivo, è l’annuncio di un cambio in panchina senza dirlo esplicitamente. 

    Ma prima ancora delle decisioni tecniche, c'è una ricostruzione morale da fare. Lo spogliatoio ha bisogno di ritrovare un’anima, un’identità, quel cuore biancorosso che in questa stagione si è percepito a intermittenza e mai con la forza che servirebbe. E parlando di cuore biancorosso, è impossibile non pensare a una delle assenze più pesanti di questa stagione: Mike Halmo. La prima senza di lui dopo anni in cui era stato molto più di un giocatore — un simbolo, un trascinatore, l’incarnazione di quella fisicità e di quell’appartenenza che oggi si invoca come medicina. 

    Halmo nel frattempo ha intrapreso la strada della panchina: a Renon, con i Ritten Baum in Alps Hockey League, prima come assistente allenatore e poi, a stagione in corso, promosso capo allenatore. Un uomo che l’hockey lo vive ancora con la stessa intensità con cui lo ha sempre giocato. 

    È un sogno prima ancora che un appello, lo sappiamo. Riportare Halmo sulla panchina dei Foxes — in qualsiasi ruolo, in qualsiasi forma — sarebbe un segnale chiaro di voler ricostruire non solo una squadra, ma un’identità. Qualcosa che scalderebbe l’ambiente e il cuore dei tifosi biancorossi molto più di qualsiasi acquisto di mercato.

    Il contrappunto Pustertal

    Una nota finale, doverosa e sintetica. Mentre i Foxes archiviano la stagione, il Val Pusteria ha eliminato Salisburgo con uno sweep 4-0 — forse il risultato più clamoroso dell’hockey altoatesino degli ultimi anni. Un’impresa che merita tutto il rispetto dovuto, ma che questa non è la sede per analizzare: i Lupi, a differenza delle Volpi,  non sono ancora in vacanza, sono alla vigilia delle semifinali, e la loro storia si sta ancora scrivendo. Ci sarà tempo e modo per raccontarla. Per ora basta registrare il dato, con ammirazione sincera, e lasciare che parli da solo.