In vino Veneto
Questo articolo è gratuito per te. Il giornalismo indipendente in Alto Adige ha però bisogno del tuo sostegno. Saremmo lieti se sottoscrivessi un abbonamento a SALTO. Grazie mille!
Abbonati ora a S+****
Le città di pianura di Francesco Sossai torna in sala dopo il trionfo ai David di Donatello 2026, dove ha vinto come miglior film portando a casa in totale otto statuette tra cui miglior regia, miglior sceneggiatura originale e miglior attore protagonista per Sergio Romano.
Cos’è
I due amici cinquantenni Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla) vagano durante la notte per le strade del Nordest della penisola. La loro vita è fatta di notti ai banconi – senza un soldo e senza una destinazione precisa, hanno un solo rituale sacro: l’ultimo giro da un bar all’altro. Tutto cambia quando i due decidono di mettersi in viaggio verso Venezia nel cuore della notte, ancora in cerca di quel famoso bicchiere della staffa.
Durante il cammino incontrano Giulio (Filippo Scotti), timido studente di architettura che sta festeggiando la laurea della sua amica Giulia Antonia (Giulia Bertasi), di cui è segretamente innamorato. Carlobianchi e Doriano si uniscono al gruppo, e Giulio li segue controvoglia entrando così nell’orbita di questi due sgangherati compagni di bevute che lo attirano e non lo lasciano più andare, trascinandolo in una deriva notturna e diurna attraverso la pianura veneta, quasi senza soste, a bordo di una Jaguar. Sullo sfondo aleggia la figura di Genio (Andrea Pennacchi), vecchio amico dei due che è fuggito in Argentina dopo la crisi del 2008 e si dice abbia messo da parte qualcosa, un piccolo tesoro.
Com’è
Il confronto con Il Sorpasso di Dino Risi evocato da più parti è quasi inevitabile. C’è la stessa alchimia improbabile tra un personaggio (questa volta sono due) che vive a mille e uno che vorrebbe solo starsene tranquillo. C’è lo stesso DNA del road movie all’italiana, dove la strada è uno specchio deformante in cui i personaggi si vedono per quello che sono davvero. Ma Sossai non si limita a citare, reinterpreta. Se Risi ambientava la sua opera nell’Italia del boom, nelle autostrade lucenti di un Paese che credeva nel futuro, il regista nato nelle Dolomiti bellunesi fa esattamente il contrario: percorre una pianura veneta che quel futuro lo ha già consumato. Anche qui c’è un’Italia intera che sfila dal finestrino, ma questa volta non corre, è ferma, immobile, come sospesa tra quello che era e quello che non sarà mai più.
Cosa si eredita da una generazione che ha bruciato tutto e ha avuto il coraggio, o la sfacciataggine, di farlo ridendo?
Sergio Romano costruisce Carlobianchi con una fisicità e un’ironia naturali ma che nascondono una malinconia profondissima. Accanto a lui il Doriano di Capovilla è una figura che sembra uscita da una canzone sbagliata del cantautorato italiano, nel senso migliore possibile. Scotti nei panni di Giulio funziona esattamente come funzionava il personaggio di Trintignant: è lo spettatore dentro il film, quello attraverso cui noi guardiamo questi due cicloni umani con occhi che oscillano continuamente tra il giudizio e l’ammirazione. Lui non è semplicemente un personaggio ma una domanda che il film si pone e non risolve: Cosa si eredita da una generazione che ha bruciato tutto e ha avuto il coraggio, o la sfacciataggine, di farlo ridendo?
Se poi vogliamo proprio giocare agli echi, il film di Sossai parla almeno tre lingue contemporaneamente. Quella di Risi ma anche quella di Jarmusch – la stessa capacità di trovare poesia assoluta nell’ozio, nei margini, nelle conversazioni che sembrano non andare da nessuna parte. Ma c’è anche una terza lingua, quella di Fellini. Non il Fellini visionario e barocco di Otto e mezzo, ma quello più tenero di I vitelloni – anche lì c’erano uomini che non riuscivano a crescere in una provincia italiana che sembrava costruita apposta per tenerli fermi.
Quello che Sossai aggiunge a tutto questo patrimonio è il paesaggio post-industriale del Nordest italiano, un territorio che non ha ancora trovato la sua epica cinematografica e che qui finalmente prende voce. La pianura veneta di questo film non è pittoresca, non è fotogenica nel senso convenzionale – è vera, e quindi è bellissima. I capannoni, le rotonde, i bar con le slot machine accese alle tre di notte. Le città di pianura è il film italiano che non sapevamo di aspettare. Otto David di Donatello sono l’inizio della storia, non la fine.
Acconsenti per leggere i commenti o per commentare tu stesso. Puoi revocare il tuo consenso in qualsiasi momento.