Società | Educazione sessuale

Sesso e affettività: cosa dice AIED

Dalla disinformazione sui social ai dubbi sul corpo e sulle relazioni: AIED Bolzano racconta cosa emerge dal confronto con adolescenti e giovani e riflette sul ruolo di scuola, famiglia e consultori nell’educazione sessuale e affettiva.
Immagine: Instagram/ Montage: SALTO

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Negli ultimi mesi si continua a parlare molto di educazione sesso-affettiva, anche alla luce della raccolta firme per il referendum abrogativo sul consenso informato in ambito scolastico (riforma Valditara), che ha superato le 500 mila sottoscrizioni necessarie in tempo record. Un’iniziativa nata dal basso e sostenuta in tutta Italia da moltissime realtà che si occupano proprio di benessere sessuale e psicofisico. Ed è proprio in questo contesto che nasce Effetto Farfalla, il nuovo progetto di AIED Bolzano pensato per avvicinare i più giovani a informazioni corrette e affidabili su sessualità, corpo, relazioni e affettività, lasciando spazio anche alle domande anonime. Del progetto, e più in generale di come oggi i giovani si informano e si confrontano su questi temi, abbiamo parlato con le operatrici di AIED, Francesca Fiocco (ostetrica) e Giulia Rodighiero (psicologa e psicoterapeuta).

SALTO: Signora Fiocco, Signora Rodighiero, come nasce Effetto Farfalla e perché avete deciso di creare questa pagina?

Francesca Fiocco: In realtà questa pagina Instagram nasce proprio sulla scia di quello che è successo a livello politico nazionale. Noi, che come lavoro e soprattutto come mission vogliamo un’educazione sessuo-affettiva sempre più presente sul territorio, abbiamo pensato che se decidono di non farcela fare più… noi in qualche altro modo dobbiamo arrivare ai giovani.

Abbiamo quindi pensato a un progetto che fosse dedicato ai giovani, indicativamente dai sedici anni in poi. Noi come AIED abbiamo già una pagina Instagram, che però utilizza un linguaggio più adulto, quindi ci siamo interrogate sul fatto che, per arrivare ai giovani, bisogna usare i loro canali e il loro linguaggio. Già Instagram non è proprio un canale giovanissimo, in realtà, ma abbiamo iniziato a sperimentare lì Effetto Farfalla, che è ancora in fase embrionale.

L’idea è arrivare principalmente ai giovani, però chiunque può passarci e chiunque può fare domande. L’anonimato è garantito dalla piattaforma, che permette ai ragazzi di non essere in nessun modo intercettati.

Il progetto è appena partito, avete già ricevuto domande o feedback?

Giulia Rodighiero: La pagina è proprio in partenza, quindi non ci aspettiamo un seguito immediato. Intanto partiamo e poi, se effettivamente questa cosa prendesse il via, sarebbe una buona opportunità anche per sapere che alcune domande possono essere rivolte a persone che fanno questo di mestiere, invece di andare a cercare le risposte su internet. 

Non possiamo muoverci in ambienti in cui ci sono solo minori perché li staremmo invitando a fare una cosa che sappiamo che fanno, ma legalmente non possiamo parlarne. Si può invece lavorare sul territorio e attraverso le pagine social. Anche i centri giovani potrebbero essere un buon contesto.

Giulia Rodighiero (psicologa e psicoterapeuta) e Francesca Fiocco (ostetrica): educazione sesso-affettiva nel progetton “Effetto Farfalla”. AIED

Quali sono le domande e le tematiche che emergono maggiormente quando lavorate con i giovani, sia dal punto di vista sessuale sia da quello affettivo? Dove vedete più mancanza di cultura e informazione, a livello familiare e scolastico?

Penso che le domande tra i giovani si dividano in due macro-aree, soprattutto tra la secondaria di primo grado e di secondo grado (medie e superiori). C’è tutta una parte di curiosità e di domande che riguarda l’ambito sanitario: i contraccettivi, le malattie, “è vero che ho letto questa cosa?”, “ho visto questo video…”. Il più delle volte sono informazioni incomplete o parzialmente false, viste sui reel di TikTok e non approfondite. Per questo è importante dare ai ragazzi delle informazioni precise.

“Questo poi ovviamente crea ansia.”

Dal punto di vista psicologico, invece, si parla molto delle relazioni e le domande sono le più disparate. Dal “come faccio a capire se piaccio a qualcuno”, alla questione del rifiuto… e poi la gelosia e ultimamente moltissime domande sulle relazioni tossiche. Ci sono molte riflessioni in generale sulla relazione, su che cosa sto facendo io all’interno della relazione e su come magari limito l’altro o l’altra senza accorgermene.

E sempre dal punto di vista psicologico, c’è tutto l’ambito legato alla sessualità, che riguarda molto le aspettative che l’altro potrebbe avere sul mio corpo e sulla mia prestazione.

Vediamo che la pornografia ha attivato un sacco di idee legate alla sessualità, idee su come le cose debbano essere fatte… come se ci fosse un modo giusto prestabilito e dovesse per forza essere così. E questo poi ovviamente crea ansia. C’è quindi tutta l’emotività che sta intorno alla sfera sessuale.

E nelle scuole, dove riuscite a fare informazione in modo più paritario, che cosa emerge?

Nelle scuole cerchiamo di far arrivare le informazioni a ragazzi che hanno appartenenze culturali, socio-economiche e familiari diverse. La loro curiosità è soprattutto sui contraccettivi e su come funzionano.

Curiosità sulle malattie sessualmente trasmissibili, invece, in quelle occasioni non ne riscontriamo così tanta e c’è molta disinformazione. Non le conoscono, non hanno idea. Spesso ragazzi e ragazze conoscono solo l’HIV e l’AIDS - pensando tra l’altro che siano due malattie diverse.

Alcuni di loro hanno fatto il vaccino per il papillomavirus, ma non sanno se l’hanno fatto e non sanno che cosa sia, come funzioni e a cosa serva effettivamente. La decisione è stata presa dai genitori in un’età in cui loro non erano ancora responsabili e va benissimo, ma ora stanno entrando nell’età in cui diventano responsabili della propria salute sessuale e devono sapere come muoversi.

Sulle malattie in generale riscontriamo molta disinformazione. A volte non sanno se la pillola protegga o meno dalle malattie, oppure non hanno idea che anche con i rapporti orali si possano trasmettere virus o batteri. È fondamentale che ci occupiamo di questo tipo di interventi nelle scuole.

“Ci sono ragazze che vengono con dubbi sul fatto che il loro corpo sia normale, per colpa degli stereotipi imposti dalla pornografia.”

E chi invece arriva spontaneamente al consultorio con delle domande?

Noi ci diciamo sempre che quelle sono già persone che hanno delle risorse, perché se chiedono aiuto e non lo chiedono a internet o all’amico, vuol dire che hanno già un certo tipo di pensiero.

Le domande riguardano le malattie sessuali, magari perché sono mossi da un fastidio fisico, oppure ci chiedono specifiche sulla contraccezione. A quel punto andiamo a indagare qual è stata la loro vita sessuale fino a quel momento e introduciamo il tema delle malattie sessuali.

Poi c’è tutto quello che riguarda la sessualità in generale e il corpo. Ci sono ragazze che vengono con dubbi sul fatto che il loro corpo sia normale, per colpa degli stereotipi imposti dalla pornografia. Gli organi femminili per esempio, nel concreto, non sono facili da vedere. Le ragazze non hanno la possibilità di vedere i corpi delle altre e quelli che vedono sono quelli della pornografia, quindi per loro quello è il corpo standard.

Lo stesso vale per il seno, alcune rimangono sconcertate per l’asimmetria tra i seni. E poi c’è anche quest’idea che, se prendi la pillola, magari ti viene un seno più grosso, quindi anche l’idea di prendere una terapia ormonale per l’estetica.

I ragazzi, invece, hanno problemi dal punto di vista “prestazionale”; anche lì, indotti dall’eccessivo consumo di pornografia e e dall’idealizzazione di standard spesso irrealizzabili.

Un altro tema che avete citato è quello del piacere. Quanto se ne parla?

C’è tutta una parte importantissima proprio sull’intimità e sul rapporto sessuale che è legata al piacere. Purtroppo come società non siamo abituati a parlare di piacere, soprattutto femminile che nonostante tutto, rimane ancora un grossissimo tabù.

Anche in famiglia, quando si parla di rapporti sessuali, si parla dei rischi, ma mai della parte positiva dell’intimità. Quindi, oltre alla parte del “come mi devo proteggere”, “non devo rimanere incinta”, c’è poco ascolto.

Le ragazze conoscono poco il proprio corpo e iniziano un’attività sessuale dove non sempre c’è comunicazione. Quando vengono in consultorio, magari ci fanno domande perché non hanno mai provato piacere, oppure perché in alcune situazioni provano dolore. Vengono con la richiesta della soluzione e la prima domanda è quasi sempre: “C’è qualcosa che non va in me?”. E poi si torna al conoscersi, alla relazione, all’intimità e non più alla prestazione.

E ci sono differenze tra ragazzi e ragazze nel rapporto con il proprio corpo e con la sessualità?

Quando andiamo nelle scuole diciamo sempre che i genitali maschili sono più facili da conoscere perché sono lì fuori e li vedono e conoscono da sempre. I ragazzi quindi non hanno tante difficoltà rispetto al “non so che cosa mi piace”, ma piuttosto un’ansia del “chissà se quello che faccio piace alla mia ragazza”.

Noi troviamo comunque nei ragazzi più difficoltà rispetto all’ascolto delle loro emozioni legate alla sessualità. Non possono stare in ansia perché “che uomo sei”; non possono dire che non hanno voglia perché “i maschi hanno sempre voglia”.

La cosa interessante è che magari loro parlano con noi, maschi e femmine insieme, dei relativi opposti, ma non si ascoltano. I maschi ci dicono: “Un uomo non può provare ansia”, mentre quando chiediamo alle ragazze: “Ma cosa succede se il vostro ragazzo ha l’ansia?”, rispondono: “Niente, avere l’ansia è normale”.

Gli stereotipi di genere, in questo senso, li condizionano ancora molto, sia maschi sia femmine.

Quanto incidono oggi i social e internet sul modo in cui i ragazzi si informano sulla sessualità?

Dipende dal feed, dall’età, dalle pagine. Il problema è che magari loro guardano un reel e poi l’algoritmo costruisce una visione del mondo tramite quella lente. Quindi è una visione falsata della realtà.

Però da questo punto di vista ora ci sembra un pochino meglio, soprattutto rispetto a qualche anno fa, quando c’è stato il boom di TikTok. Allora le ragazze venivano in consultorio e quando chiedevamo dove avessero letto o preso determinate informazioni, ci rispondevano “l’ho visto su TikTok”.

Avete magari dei consigli di libri, podcast o altri canali che possano essere utili?

È difficile che i ragazzi vadano a leggere su questo argomento. Il target a cui ci riferiamo tendenzialmente non va in biblioteca, non si ordina un libro che riguarda queste tematiche: è più facile che voglia qualcosa da scrollare velocemente.

Le fonti sono completamente diverse da quelle che potremmo andare a cercare in una biblioteca. Per esempio noi qua abbiamo il libro di Violeta Benini, un’ostetrica che parla molto del femminile, del corpo e del piacere. Il titolo è Senza tabù. È fatto per i giovani, ma penso che lo leggano poi invece gli adulti che vogliono parlare con i giovani, o al massimo i giovani adulti.

Perché secondo voi nelle famiglie si fa ancora così fatica a parlare di sessualità?

C’è ovviamente un tabù nelle case. Storicamente la sessualità non era collegata al piacere, soprattutto per il sesso femminile. Era un mezzo per avere dei figli.

Quando, per esempio, separiamo i ragazzi e le ragazze alle superiori, abbiamo i maschi che parlano più liberamente di sessualità, mentre è molto più difficile che delle ragazze della stessa età parlino del proprio rapporto con il corpo e con il piacere.

E poi questa idea che il rapporto sessuale sia esclusivamente la penetrazione, tant’è che noi li chiamiamo “preliminari”. Non c’è nell’idea di nessuno che l’intimità e il piacere possano anche derivare da altro e non soltanto dalla penetrazione, e questo vale anche per i ragazzi.

Quanto è difficile per i genitori parlare di questi temi con i figli?

Noi ci siamo confrontate spesso su questa tematica. Veniamo da generazioni dove anche a noi non è stata fatta educazione sessuale in casa e quindi non abbiamo dei modelli di riferimento. I genitori di adesso sono stati figli che non hanno ricevuto questo tipo di educazione, perciò... capite che è molto complesso.

Poi c’è questa idea che spesso i genitori pensino di doverne parlare come se fosse un qualcosa su cui fare un discorso a un certo punto e poi chiuderla lì, come se non avessero la capacità di vedere che l’educazione sessuale e affettiva si fa da quando il bambino o la bambina è nata.

Durante la crescita i genitori, volenti o nolenti, trasmettono un sacco di informazioni sulla sfera sessuo-affettiva e quindi poi diventa complesso parlarne all’improvviso quando i figli sono adolescenti, perché è probabile che un sedicenne non voglia discutere di questi argomenti coi propri genitori.

C’è proprio quest’idea che l’educazione sessuale e affettiva sia una cosa che a un certo punto va affrontata. Invece è un percorso che parte dal giorno zero e che, anche se non sei consapevole di farlo, in quanto genitore lo stai facendo comunque. 

E poi bisogna considerare il progresso della tecnologia. Ai nostri tempi, anche solo fino a vent’anni fa, al massimo giravano dei giornalini a scuola, quindi l’impatto era comunque più soft. Adesso noi andiamo in primaria e i bambini che incontriamo hanno già visto del porno. È tutto molto diverso e non si fa fronte al cambiamento.

Da dove dovrebbe partire, quindi, l’educazione sessuale e affettiva?

Gli interventi dovrebbero partire dall’infanzia, ovviamente attraverso i genitori. Sarebbe necessario addirittura formare i genitori prima, affinché possano accompagnare i figli in maniera diversa da come sono stati accompagnati loro. Anche gli educatori dovrebbero avere una formazione più strutturata su quello che è la sessualità e l’affettività. Bisogna tenere conto che stanno già veicolando dei messaggi, stanno già insegnando un rapporto col corpo e con l’altro.

Noi andiamo nelle scuole - sperando che si possa continuare negli anni a venire - , ma quando incontriamo i genitori specifichiamo che l’educazione è iniziata molto prima. A scuola si può fare sicuramente un pezzetto, ma se ci chiedete da dove partire, noi diremmo dal corso pre-parto, per poi andare al post-parto, al nido, all’infanzia. Insomma, ogni fase della crescita, del bambino e del genitore.

Ovviamente, a una certa età, ha senso che i bambini, i ragazzini e i ragazzi abbiano l’opportunità di rapportarsi a qualcuno che non sia un genitore, e qui possiamo entrare in gioco noi. Ma prima non c’è bisogno di andare necessariamente da un bambino al nido o nelle primarie, lì possono occuparsene benissimo i genitori o gli educatori.

E lo fanno già, in ogni caso, ed è questo che la politica non capisce. La differenza è quanto sono consapevoli e come lo fanno, con quali strumenti.

“Se invece i genitori capissero l’importanza di dare il nome che appartiene a quel pezzo di corpo... beh, questo significherebbe trasmettere l’idea che quello è effettivamente un pezzo di corpo, al pari degli altri.”

Quali sono le cose più importanti che andrebbero insegnate ai più piccoli?

La parte sanitaria, a partire dall’igiene, perché ci sono dei bambini che non sanno come lavarsi.

Anche dare i nomi giusti è importante. Quando noi andiamo, per esempio, in primaria, loro sono molto imbarazzati e per indicare i genitali usano i classici termini vezzeggiativi da bambini. Se invece i genitori capissero l’importanza di dare il nome che appartiene a quel pezzo di corpo - cosa che viene fatta per ogni altra parte del corpo... beh, questo significherebbe trasmettere l’idea che quello è effettivamente un pezzo di corpo, al pari degli altri. È importante quanto il naso o gli occhi, ma spesso è l’imbarazzo dei genitori che li blocca.

E insieme al rapporto con il proprio corpo c’è anche il tema del rispetto del corpo degli altri.

Sì, poi c’è tutta la parte in cui i genitori in primis devono essere sensibilizzati al fatto che il corpo dell’altro va rispettato. Solo perché mio figlio è piccolo, non posso permettermi di abbracciarlo o baciarlo senza che lui lo voglia. È importante che sviluppi la possibilità di dire no. Tutti i genitori ce l’abbiamo in mente: è importante che nostro figlio sappia dire no. Ma se glielo invalidiamo tutte le volte che lo dice a noi, questo non rafforza l’idea che io posso dire no se non voglio fare qualcosa.

Questo va molto anche a imitazione. Noi possiamo dire spesso: “Mi raccomando, devi rispettare il corpo e le emozioni degli altri”. Però poi, se noi come genitori ci comportiamo in modo opposto, anche rispetto agli abbracci che noi non desideriamo, il messaggio diventa contraddittorio.

Succede che magari un genitore è stanco e non ha voglia di contatto fisico… deve poter dire di no. Anche se sei il suo figlio o la sua figlia adorata... se sono arrabbiato o stanco e ho bisogno di spazio, mio figlio deve imparare a rispettare questo spazio.

E anche come parliamo dei corpi è molto importante. Noi adulti spesso commentiamo il nostro corpo in maniera critica, e anche il corpo degli altri. Ecco, il bambino imparerà che i corpi si criticano, partendo dal suo, e sentirà che il proprio valore dipende dal corpo, se è più o meno conforme agli standard estetici. Spesso dobbiamo sottolineare il fatto che il valore non dipende da come sei fatto o da se piaci o meno a quella persona.

E quindi anche anche la gestione del rifiuto, senza che questo diventi svalutante.

Ci sono evidenze scientifiche che mostrano i benefici sulla società di questo tipo di educazione?

Vediamo comunque, a livello di evidenze, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo raccomanda fortemente e ha creato delle linee guide. A livello europeo, in molti Paesi, è già un dato di fatto che questo tipo di approccio abbia dei benefici enormi sulla società.

È proprio l’Italia che in questo momento non lo vede e non lo vuole vedere. E la cosa assurda è che, se si chiede ai giovani se questi progetti abbiano senso o meno, loro dicono di sì, ma nessuno chiede ai giovani. Cioè, i politici non chiedono ai giovani, decidono loro.

Però c’è stato un bel movimento da parte della popolazione per il referendum, quindi staremo a vedere. Ci sembra che la gente sia più avanti della politica in questo senso. Forse dovremmo chiederci anche noi, come provincia autonoma, se avvalerci di questa nostra autonomia per quanto riguarda l’inserimento dell’educazione sesso-affettiva nei programmi.

Sarebbe un bel messaggio, sarebbe un messaggio forte degli adulti responsabili della nostra regione. Vuol dire: “Ragazzi, non vi lasciamo da soli, vogliamo darvi gli strumenti per prendervi cura di voi”.

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