Cultura | Feltrinelli story/8

GGF e la scia di sangue in Bolivia

Gli affari della “Nazi-connection” e l’incredibile catena di omicidi commessi per coprire lo scandalo di un imponente traffico di armi tra Bonn-La Paz-Tel Aviv. Il ruolo operativo dei nazisti Klaus Barbie e Fritz Schwend.
Bolivia en Imagenes

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Dopo sette puntate tutto sommato “lisce” ora la storia si complica parecchio. Prima di procedere serve dunque un’avvertenza - un po‘ lunga ma necessaria - che serve anche da nota metodologica. 

Fin qui ci siamo mossi quasi solo nello “storicamente accertato”: un terreno che negli anni Settanta è già di per sé scivoloso perché tutto è quasi sempre filtrato attraverso l’ideologia, le ansie e gli scopi di chi legge o di chi scrive. Uno sguardo “neutro” sembra quasi impossibile. 

Sono anni in cui, come sanno anche i sassi, quasi tutte le organizzazioni politiche sono infiltrate. Solo che se i neofascisti delle varie sigle agiscono spesso in rapporto diretto — o comunque contiguo — con i servizi segreti italiani e americani, i gruppi della sinistra hanno in alcuni casi rapporti con i servizi dell’Est, ma, più spesso, sono penetrati da agenti o informatori della polizia, dei servizi occidentali, del Mossad o anche da elementi dell’estrema destra.  La sensazione è che nessuno metterebbe la mano sul fuoco per quasi nessun altro. .

Nel libro dedicato alla sua inchiesta più importante, la Rosa dei Venti, l’ex giudice Giovanni Tamburino, scrive: “In definitiva l’ipotesi che in quegli anni un gruppo organizzato potesse strutturarsi, vivere ed operare senza essere infiltrato dai Servizi è completamente inverosimile. Tutto ciò non avveniva per mera attività informativa (...) stante ciò che abbiamo detto in ordine alla linea imposta alle Forze Armate, ed anzitutto ai Servizi (...). Ciò che sappiamo con certezza è che i Servizi agivano con funzioni non soltanto di controllo e infiltrazione, ma altresì di orientamento, manipolazione e provocazione, con il metodo della ’eversione stabilizzante'”. Con certezza, lo sappiamo. Un vero ginepraio

Non basta. C’è qualcosa che rende tutto ancora più complicato. In molti casi sappiamo infatti “oltre ogni ragionevole dubbio” chi spara, chi piazza una bomba, chi organizza un rapimento. Ma questo, talvolta, non basta a spiegare tutto. Prendiamo il caso Moro. Non ci sono dubbi su chi prema il grilletto, né sul fatto che le Brigate Rosse agiscano per una loro scelta politica e strategica. Ma dai ministri finti amici agli uomini dei principali servizi di intelligence del blocco occidentale e orientale, in quanti si sono semplicemente nascosti dietro la “linea della fermezza” per lasciare accadere quello che, nei fatti, andava bene a molti?  E se per l’uccisione del presidente della Dc si può forse parlare di una possibile “omissione di soccorso”, è abbastanza evidente che in altri casi si possa parlare di “forze” che orientano gli accadimenti restando nell’ombra. Regie occulte.

Giulio Andreotti e Fancesco Cossiga: Non esattamente due amici di Aldo Moro w

Questo pistolotto per dire: io non sopporto ciò che odora di complottismo, le ipotesi buttate lì a casaccio, gli scenari un tanto al chilo. Va anche detto, però, che, alla versione della morte del tutto accidentale di Feltrinelli si deve credere come si fa con i dogmi della religione: serve un atto di fede. Quindi, o si prende per buona la parola “rivelata” senza farsi troppe domande oppure è un casino. E se uno è cocciutamente laico, il casino è doppio.

Il fatto che alla versione dell’incidente creda il figlio Carlo rende l’atto di fede, comunque, quasi obbligato. 

Nel suo Senior Service Carlo Feltrinelli costruisce in realtà la narrazione con un metodo particolare. Per pagine porta il lettore dentro una sequenza di elementi per far comprendere in quanti avrebbero voluto la morte del padre. Poi, quando il lettore è ormai dentro quella traiettoria convinto di leggere di “mani esterne”  — zac! — cambia passo, raffredda il racconto, dice di aver parlato con uno dei testimoni oculari mai identificati ufficialmente - tale “Gallo”  - e che questi lo ha convinto che si è trattato di un incidente.

Va però osservato che in realtà Senior Service, nelle sue conclusioni, è molto meno netto di “al 100 per cento è andata così”.

“Maneggiare esplosivo- scrive Carlo -  nella notte di Segrate non è semplice, un movimento brusco, lo scotch che si buca e il perno che dal vetro tocca il fondo della cassa. Chi ha preparato i timer? Le confidenze sono discordanti. Il caso è stato archiviato come ”incidente“; ”ma per me la morte di Feltrinelli rimane un mistero,“ ha sempre sostenuto il magistrato che ai tempi chiuse la pratica”. 

Chi ha preparato i timer non è una domanda insignificante, soprattutto perché, subito dopo, lo stesso Carlo nota che: “A San Vito di Gaggiano (i ”commandos“ erano due, uno doveva agire a Segrate con GGF e  l’altro a San Vito, ndr) l’altro commando decora il traliccio con candele di dinamite. Non succede niente. La perizia concluderà che le cariche ‘mai e poi mai sarebbero esplose’”. 

E quindi? I timer sono stati preparati dalla stessa persona? Se sì, perché uno dei due ordigni è stato fatto in modo che “mai scoppiasse” e l’altro … boh.

Infine, le ultime parole di Senior Service prima della postfazione sono queste: “L’esplosione avvenne per un movimento brusco in cima alla trave (la tela della tasca che preme sulla calotta dell’orologio, il perno che fa contatto) oppure qualcuno preparò il timer con i minuti al posto delle ore? La risposta servirebbe a chiudere la storia, non vale a stabilire ciò che conta veramente”.

Feltrinelli Editore

Quindi, pure per Carlo, ci sono alcune questioni aperte. Allora può essere legittimo chiedersi: se la dinamica è stata quella confermata da “Gallo” ciò esclude a priori che la catena di eventi -a partire dal timer difettoso – possa essere stata in qualche modo “resa possibile”, “influenzata”, “indirizata” da terzi, pronti, semmai, a ritentare un’altra volta? 

Mi rendo conto che con una domanda del genere si entra in un campo da cui si esce quasi sempre con le ossa rotte. Leggendo la saggistica sugli anni Settanta a volte si ha la sensazione che chi scrive, pur di confermare le proprie teorie, sia disposto a trasformare in vero (o verosimile) tutto e il contrario di tutto, costringendo chi legge a bersi un mare di cazzate con qualche “verità inoppugnabile” buttata lì ogni tanto. Per questo ho cercato di concentrarmi su una sola pista. Magari sbagliata. Ma una. 

Pure io, nel mio piccolo, ho parlato con una persona vicinissima a quegli accadimenti, una persona convinta al 100 per 100 che non ci sia nulla da chiarire. Ma i miei dubbi, non so neanche bene spiegare il perché, sono restati intatti. Forse semplicemente perché i sostenitori dell’incidente sul lavoro dovrebbero prendersi la briga di rispondere - ad una ad una - alle domande dei complottisti? Invece è il solito dialogo fra sordi. 

Ho quindi pensato a lungo a cosa fare del materiale trovato nella ricerca. All’inizio, terminata per la prima volta la lettura di un articolo apparso su un giornale americano a fine maggio 1972, la pista mi sembrava debole e fantasiosa. Era piuttosto lontana da ciò che avevo letto fino a quel momento. Ma documento dopo documento, sequenza dopo sequenza, il film che si è andato a montare nella mia testa ha incominciato ad avere i contorni di una spy story con una trama quanto meno realistica. “Tiene”, mi sono detto.

Alla fine del racconto non avremo una “nuova verità” – ci mancherebbe - ma nomi, cognomi e facce di nemici di Feltrinelli di cui si è parlato poco o nulla e che pure la polizia, nella persona del commissario Luigi Calabresi, prima di morire, voleva sentire (vedremo gli articoli di giornale che ne parlano).

Non sappiamo - i giornali italiani dell’epoca non lo scrivono, o io semplicemente, sfogliandoli, non ne ho trovato traccia - perché poi l’ipotesi investigativa che da un lato portava a una raffica di omicidi collegati ad un traffico d’armi fra Germania, Bolivia e Israele e dall’altro alle conseguenze di diversi carichi di armi ai palestinesi, sia stata abbandonata dagli inquirenti italiani. Può essere stata una scelta ben ponderata. In ogni caso, esplorarne tutti gli anfratti mi ha aperto un mondo, che credo abbia senso condividere. Non sarà stato esattamente il “Quarto Reich” evocato da Magnus Linklater nella sua biografia di Klaus Barbie, ma è utile - anche per capire ciò che accade oggi - tenere a mente quante nefandezze abbiano compiuto per una cinquantina d’anni i nazisti scappati in Sudamerica con la complicità della CIA. 

Domanda secca preventiva: c’è di mezzo Israele, le armi ai palestinesi, e quindi, come sempre, la colpa è del Mossad

La risposta deve essere sfumata. Non vi sono dubbi (vedremo gli articoli del giornale Maariv) sul fatto che i servizi israeliani abbiano scoperto già nel 1970 che Feltrinelli riforniva di armi i palestinesi, che lo abbiano messo in guardia e che lui abbia confidato i propri timori di finire ammazzato al gappista Giambattista Lazagna, come riferisce lo stesso Carlo Feltrinelli. Ma nello sviluppo di questa storia, Wadi Haddad, le armi a Settembre nero e la “possibile punizione” da parte israeliana saranno solo una parte del problema. 

La cosa che, però, si può dire con una certa decisione è che, indipendentemente da come sia andata con Feltrinelli, l’impressionante scia di sangue avvenuta in Bolivia è servita per coprire il mega scandalo che sarebbe scoppiato se si fosse scoperto che Israele aveva acquistato armi da un’azienda emanazione del servizio germanico BND attraverso una triangolazione con tre nazisti emissari del governo boliviano. Un affare da 50 milioni di dollari con almeno 5 milioni di tangenti “boliviane”, un paio di milioni israeliane e altrettante — ipotizziamo — germaniche. 

Seconda domanda secca: cosa c’entra Feltrinelli con tutto questo? L’editore c’entra perché nell’organizzare traffici di armi verso i palestinesi secondo alcuni documenti e una testimonianza audio che sentiremo può avere utilizzato il canale aperto dai nazisti-boliviani che fino a poche settimane prima della sua morte nessuno sapeva essere dei criminali ricercati (Klaus Barbie fu smascherato nel gennaio del 1972). Nazisti boliviani, i quali, peraltro, attraverso il BND, avevano anche contatti con i neofascisti italiani per il rifornimento di armi alla Grecia dei colonnelli.  

Quindi non il Mossad, ma una miscela esplosiva — non è humor nero — dell’intelligence di tre Stati con il possibile “concorso esterno” dei servizi italiani. 

Tutte realtà, quelle di cui stiamo parlando, che, senza alcun dubbio, avrebbero voluto Feltrinelli morto, ma non con un omicidio-omicidio che l’avrebbe trasformato in martire della rivoluzione. Il piano A di questa Nazi-Spectre tricontinentale – questo lo ammetteranno anche i fautori dell’incidente sul lavoro – sarebbe stato in ogni caso qualcosa di classificabile come incidente: freni che cedono nei pressi di una scogliera, una caduta o un’intossicazione improvvisa, come quella che nel 1973 potrebbe aver ucciso Pietro Secchia, l’altro rivoluzionario del PCI.

Federico Umberto D’Amato: Il capo dell'Ufficio affari riservati è stato anche critico gastronomico Mixer

A proposito del “concorso esterno” si può già dare un assaggio del clima di quegli anni: è, infatti, accertato che sia stato il capo dell'Ufficio Affari Riservati, Federico Umberto D’Amato, a far arrivare in tutte le edicole, nell’aprile del 1971, il libello anonimo Feltrinelli: il guerrigliero impotente. “Il libro — disse pubblicamente D’Amato — è stato uno choc psicologico per l’editore che giocava alla rivoluzione senza rischiare in prima persona e deve essersi deciso a dare ai suoi collaboratori la prova che pagava in prima persona, incominciando a partecipare all’azione”. Ecco, questa bastardissima “trappola emotiva”, giocata sui motivi dell’annullamento del primo matrimonio alla Sacra Rota, se fosse comparsa in un B movie anni Ottanta sarebbe sembrata poco verosimile. Eppure è “storia”, storia vera. Un dettaglio che la dice lunga su che spina nel fianco fosse Feltrinelli per “le istituzioni” e che, per molti, spiega addirittura perché l’editore abbia deciso di sporcarsi le mani in prima persona: perché era stato ferito nell’orgoglio! (Ultima notazione: D’Amato in varie sentenze è indicato come mandante-organizzatore della strage di Bologna assieme a Licio Gelli.  Non un mestatore di seconda fascia, quindi, ma la crème de la crème della perfidia di Stato). 

Screenshot

E‘ vero che a Segrate c’erano diversi pacchetti di sigarette pieni di esplosivo? Se sì, cosa dicono gli esperti sul fatto che non sono scoppiati per “simpatia”? E’ vero che pacchetti simili sono stati trovati nell’officina del terrorista nero del MAR, Carlo Fumagalli, che aveva una carrozzeria poco lontano dal traliccio e aveva minato diversi tralicci in Valtellina anni prima? E come mai le mani e il volto dell’editore sono rimasti praticamente integri? Perché ancora non si sa con certezza chi era quella sera a Segrate e al secondo traliccio di San Vito di Gaggiano?  E il Günther – identificato successivamente come Ernesto Grassi - che potrebbe aver preparato i timer  e sarebbe stato uno dei “gappisti” presenti sotto uno dei due tralicci, era davvero un partigiano bianco della stessa brigata di Fumagalli?

Meglio andare oltre e “più non dimandare”. 

Ritorno in Bolivia

Ora da Segrate è necessario spostarsi circa 10.000 km verso ovest-sud-ovest, a La Paz, e tornare a metà degli anni Sessanta: al potere c’è il generale René Barrientos Ortuño. Il paese — tra i più poveri del continente — è attraversato da tensioni profonde. Qui operano quattro figure che per seguire il filo del racconto è necessario iniziare a conoscere.

La prima è Klaus Barbie che fino al gennaio 1972, pochi mesi prima della morte di Feltrinelli, è conosciuto come Klaus Altmann. Un nazista, che più nazista non si può, rifugiato in Bolivia nel dopoguerra e progressivamente integrato negli apparati militari e di intelligence del paese. Sarà lui ad avere un ruolo centrale nel traffico d’armi verso Tel Aviv in quanto uomo “sul posto” della Merex AG, una società dedita alla vendita delle armi per conto del BND, il servizio segreto germanico. 

Cosa fondamentale da sapere per capire quanto sia potente: il boia di Lione ha perennemente a disposizione un passaporto diplomatico boliviano che gli permette di muoversi indisturbato ovunque anche nei 12 anni successivi alla sua identificazione. Il suo tirapiedi Alvaro De Castro è un uomo della polizia di frontiera e Barbie ha perfino un ufficio tutto suo nell’aeroporto di La Paz. Sono documentati viaggi negli Stati uniti, in Germania e, addirittura in Francia, dove dice di essere stato sulla tomba di Jean Moulin, il partigiano-eroe che aveva torturato e ucciso! 

Nel farsi del racconto l’ex capo della Gestapo di Lione estradato in Francia nel 1983 sarà una delle figure reali più inquietanti di cui vi sarà capitato di leggere. Non è un caso che i giornalisti Peter McFarren e Fadrique Iglesias abbiano intitolato la loro biografia - purtroppo non tradotta in italiano e nemmeno in tedesco - “The Devil’s Agent”.  Se la “banalità del Male” dovesse assumere un volto, potrebbe essere indubbiamente questo: 

Klaus Barbie: Il boia di Lione durante il processo in Francia. Radio France

Verso la fine degli anni Settanta Barbie diventa il capo della sicurezza privata  di Roberto Suárez, il maggior produttore di cocaina del mondo, il “re della coca” boliviano che negli anni Ottanta rifornisce di materia prima il nascente cartello di Medellín di Pablo Escobar. È Barbie, con l’aiuto di vari neofascisti italiani fra cui Stefano Delle Chiaie, a organizzare il cosiddetto “golpe della cocaina” del 17 luglio 1980, facendo da intermediario tra i militari golpisti e il denaro di Suárez, e a mettere in piedi i “Novios de La Muerte” — i Fidanzati della Morte —, un gruppo paramilitare neonazista guidato dal mercenario tedesco Joachim Fiebelkorn. A questa seconda carriera “strepitosa” il settimanale tedesco Der Spiegel, nel maggio 2025,  ha dedicato un lungo articolo basato su documenti CIA e del Congresso americano e su interviste inedite al figlio di Suárez, Gary, e al genero Gerardo Caballero. La storia è raccontata anche nella bellissima trilogia documentaria Sky Das Nazi-Kartell (2025). Di quell’articolo dello Spiegel riproduciamo i passi principali in un box in fondo a questo episodio.

Klaus Barbie, un uomo, sotto la cui responsabilità nel distretto di Lione vennero eseguite 4.312 condanne a morte. Un uomo che fece prelevare 44 bambini ebrei da un istituto di Izieu e li fece trasferire ad Auschwitz. 

La seconda figura da tenere a mente  quella di Friedrich Schwend, ex ufficiale delle SS che ha gestito la fase finale dell’Operazione Bernhard, la più grande falsificazione di valuta della storia, con quartier generale a Castel Labers sopra Merano, il castello delle sterline (nel box in fondo raccontiamo la storia di un omicidio da lui compiuto a Gargazzone, e qui potete vedere un documentario di Roberto Condotta diffuso da SALTO, ndr). Il falsario nazista rifugiatosi in Perù avrà un ruolo fondamentale perché sarà lui, tra un omicidio e una truffa, a collaborare con un giornalista un po‘ fanfarone del quale ascolteremo un audio registrato nel 1978 e a scrivere una lettera conservata negli archivi CIA che conferma l’esistenza del traffico d’armi.

La terza, pur con un ruolo minore, è Otto Skorzeny, l’ufficiale delle SS diventato celebre per aver liberato Mussolini dal Gran Sasso nel settembre 1943 — operazione finanziata anche con le sterline false di Castel Labers — che dopo la guerra si stabilisce nella Spagna franchista costruendo una rete di relazioni tra ambienti militari, servizi segreti e traffici d’armi. Oltre che con la Bolivia e mezzo Sudamerica, Skorzeny intreccia rapporti con diversi paesi nordafricani nemici di Israele, come l’Egitto. E’ uno dei leader dell’Internazionale fascista, amico e sodale di Stefano Delle Chiaie. Ma il dato più sorprendente è che stabilisce legami di lavoro anche con il Mossad, diventando uno degli ex uomini del Reich utilizzati per operazioni sensibili commissionate da Israele. Sembra fantascienza, ma è tutto documentato. 

La quarta è la stessa Merex AG. Fondata a Bonn nel 1963 da Gerhard Mertins — ex paracadutista della Wehrmacht, già nei ranghi delle Waffen-SS, uomo di fiducia di Otto Skorzeny — è ufficialmente una società di import-export di armamenti “surplus”. Ufficialmente. Nella realtà è una copertura operativa del BND guidato dall’ex generale nazista Reinhard Gehlen, che per anni lavora in stretto coordinamento con la statunitense Interarms di Samuel Cummings, intermediario legato alla CIA. È attraverso la Merex che Barbie e Schwend operano in Sudamerica: vendono armi al regime boliviano di Barrientos, trattano forniture per i colonnelli greci, alimentano fondi neri destinati — secondo le fonti giudiziarie e giornalistiche disponibili — a organizzazioni neofasciste europee.
La Merex sarà al centro di uno scandalo in Germania a metà degli anni Settanta, quando la trasmissione televisiva Monitor accuserà il BND di aver non solo tollerato ma diretto traffici illegali di armi. Il momento culminante sarà la seduta del Bundestag del 10 dicembre 1975 quando il Sottosegretario Martin Grüner ammetterà, anche in questo caso come in un film di spionaggio di serie B, che i documenti sulle licenze di esportazione erano “andati a fuoco” nell' incendio in un capanno di proprietà del Ministero dell’Economia usato come archivio. 

Siamo pronti per cominciare.

Klaus Barbie: Il boia di Lione nel 1947 quando era al servizio degli americani Wikipedia

Klaus Barbie arriva in Bolivia lungo “la via dei ratti” nel 1951, partendo da Genova grazie all’aiuto, fonito da Roma, del prete ustascia Draganovic. Un classico. Finita la guerra aveva svolto attività di intelligence per il servizio segreto militare americano, il CIC. Un super classico pure questo.

Barbie in Bolivia si fa chiamare Klaus Altmann e fin da subito costruisce relazioni sfruttando una rete già esistente: quella della comunità tedesca emigrata dopo la guerra. Tra i punti di ingresso c’è Hans Ertl, ex cineoperatore del capolavoro Olimpia e amante della registra del Reich Leni Riefenstahl, impegnato a realizzare documentari e a gestire una grande fattoria. Frequenta la famiglia, per le sorelle Ertl diventa Onkel Klaus, zio Klaus. La più grande, Monika, la ritroveremo più avanti. 

Con il passare degli anni il boia di Lione — di cui quasi tutti ignorano il passato — si muove su più piani. Da un lato diventa consulente del Ministero dell’Interno boliviano, uomo ombra nei meccanismi più opachi del potere. Dall’altro entra negli affari. La società Transmarítima Boliviana — nome beffardo per un paese senza sbocco sul mare — è uno degli strumenti attraverso cui costruisce la propria ricchezza: formalmente una compagnia di navigazione, nella pratica una copertura per i traffici più vari. 

Prima ancora della triangolazione con le armi belghe, le relazioni tra Bolivia e Israele e il network di Barbie-Merex si muovevano su due binari paralleli e distinti. Da un lato Tel Aviv vendeva direttamente a La Paz le proprie mitragliette Uzi — come documentano i verbali del Consiglio dei Ministri, in cui Golda Meir approvò la fornitura di 300 esemplari alla giunta Barrientos con la celebre battuta: “Sarei felice se vendessimo solo arance, ma il fatto è che si vendono anche armi”. Dall’altro, in quello stesso periodo, Barbie lavorava come agente di Merex A.G. per procurare alla Bolivia armamento leggero e pesante. Un documento della Defense Intelligence Agency americana datato 2 dicembre 1966 — classificato SECRET, NO FOREIGN DISSEMINATION — rivela che Merex aveva appena appreso dell’interesse boliviano ad acquisire “10-15 surplus M-41 tanks”, i carri leggeri Walker Bulldog in eccedenza nelle scorte militari della Germania Ovest  Cinque anni dopo, nel golpe del 21 agosto 1971 che portò Hugo Banzer al potere, i carri armati del reggimento “Tarapacá” scesero da El Alto verso La Paz e occuparono Plaza Murillo davanti al Palazzo di Governo — mentre, come attestano le cronache boliviane dell’epoca, tra le forze golpiste operavano anche “los paramilitares a órdenes del nazi Klaus Barbie”. L’uomo che aveva procurato i carri era lo stesso che guidava i miliziani in strada.

Dopo la lettera Merex del 10 novembre l'informazione viene acquistita da parte dell'US Army Field Support Group CIA - SALTO

Le armi, in gran parte di produzione belga ma anche spagnola, sono ufficialmente destinate all’esercito boliviano ma vengono in realtà deviate verso Israele, che dopo la guerra dei Sei Giorni cerca canali alternativi per aggirare le restrizioni internazionali. Secondo quanto riportano i giornali dell’epoca e The Devil’s Agent, il valore complessivo dell’operazione è di circa 50 milioni di dollari. Barbie, in quanto direttore della Transmarítima, gestisce la logistica. Schwend, da Lima, fornisce la copertura finanziaria e i contatti. Secondo un rapporto del viceministro dell’Interno boliviano Gustavo Sanchez, “Barbie partecipa a varie transazioni di armi che Barrientos ha con gli israeliani”. Al presidente Barrientos va una commissione personale altissima, del dieci per cento. 

Il carico parte da Anversa, attraversa Francia e Spagna, e viene trasportato in Israele nel marzo del 1968 a bordo della Billetal, una delle due navi cargo della Merex. È la prima di tre spedizioni previste. Ma dopo la prima consegna, israeliani e boliviani si rendono conto che CIA e servizi occidentali sono venuti a conoscenza dell’operazione. Le spedizioni successive vengono cancellate.

Nel frattempo l’ambasciatore boliviano a Madrid, Alfredo Alexander, apprende quello che sta succedendo. La Spagna è punto di transito delle armi prima dell’approdo in Israele. Alexander, lo racconta sempre The Devil’s Agent, non è un diplomatico qualunque: è anche il più potente editore boliviano, proprietario dei quotidiani Hoy e Última Hora de La Paz. Quando rientra in Bolivia porta con sé la documentazione che comprende una dettagliata “polizza di carico”. È lui stesso, probabilmente, a consegnarla al giornalista Jaime Otero Calderón, ex sindaco di La Paz, che da anni pubblica un bollettino settimanale di opposizione al governo militare, il Servicio de Informaciones Confidenciales. In quei giorni Alexander dice alla sorella Teresa e al giornalista spagnolo Eduardo Gil de Muro di essere in possesso di informazioni compromettenti. 

A questo punto la storia sembra trasformarsi nella sceneggiatura di un sequel di John Wick ma i protagonisti sono reali e un po' meno fighi di Keanu Reeves. E soprattutto a morire sono i buoni mentre i cattivi pasteggiano con il Dom Pérignon e inneggiano a Hitler senza vergogna.

La scia di sangue

La sequenza di morti è impressionante. Il 27 aprile 1969 il generale René Barrientos Ortuño — l’uomo che aveva personalmente incassato la tangente sul traffico di armi — muore tra le lamiere del suo elicottero nei pressi di Arque. La versione ufficiale parla di incidente. Ma un paio di anni dopo parte una vera e propria inchiesta giudiziaria per omicidio che non porterà, però, a nulla di concreto. Il movente sarebbe stato l’ingordigia di Barrientos, che non avrebbe diviso con nessuno del “direttorio” la maxi tangente da 5 milioni di dollari legata al traffico d’armi. In un articolo pubblicato il 15 marzo 2020 su Página Siete, viene raccolta la testimonianza di Milton Zapata, ex aiutante di Barrientos, che all’epoca registrava sistematicamente le attività del generale. Nell’audio di quel giorno si sentono distintamente due raffiche di mitra prima della caduta dell’elicottero. L’audio con gli spari era ancora ascoltabile online nel novembre 2025. Oggi Página Siete non è purtroppo più accessibile.

Il 26 settembre 1969, mentre il generale Alfredo Ovando Candía sta mettendo in atto il colpo di stato contro il presidente Luis Adolfo Siles Salinas, un DC-6B della Lloyd Aéreo Boliviano si schiantava contro il Monte Choquetanga, sulle Ande, a 176 chilometri dalla capitale. A bordo ci sono 74 persone, nessun sopravvissuto: tra le vittime, quasi tutta la prima squadra del The Strongest, il club più antico di La Paz. Una tragedia che per i boliviani vale quello che Superga vale per noi — anche se nessuno, a differenza di Superga, ha mai potuto escludere del tutto che si trattasse di un attentato. Siles Salinas avrebbe dovuto essere su quell’aereo: era a Santa Cruz per le stesse celebrazioni sportive, ma la notizia del golpe lo aveva trattenuto, e poi indotto alla fuga in Cile. Circolò subito la voce che sul velivolo fosse stata piazzata una bomba  e che — una volta saputo che il presidente non sarebbe salito a bordo — nessuno si fosse preoccupato di disinnescarla. Non ci sono prove. Ma nella Bolivia di quegli anni poteva accadere qualunque cosa.

Quello che è certo, invece, è che, dopo Barrientos, la catena di omicidi prosegue il 29 novembre 1969 con Jorge Soliz Román, leader campesino strettamente legato al generale boliviano, che era stato con lui in Svizzera proprio quando — con ogni probabilità — fu stretto l’accordo con la Merex. Viene ucciso a mitragliate in un agguato sulla strada tra Cochabamba e Santa Cruz.

Il 17 febbraio 1970 il giornalista Jaime Otero Calderón viene trovato morto nella sua tipografia, strangolato e con segni di tortura. Il locale viene messo a soqquadro: qualcuno cercava la polizza di carico delle armi. Secondo l’ex ambasciatore boliviano Jaime Aparicio Otero, nipote del giornalista ucciso, il killer straniero assoldato per l’omicidio — presumibilmente ingaggiato sotto la supervisione di Barbie e collegato a un gruppo terroristico internazionale — avrebbe lasciato la Bolivia il giorno stesso.

Ventisette giorni dopo, il 14 marzo 1970, è lo stesso ex ambasciatore Alfredo Alexander a morire. Una bomba nascosta in un pacco regalo esplode nella sua casa di La Paz e uccide lui e sua moglie Martha Dupleich. Il fattorino aveva detto alla governante che il pacco conteneva un regalo da parte dell’ambasciata di Israele. L’indagine successiva porta alla luce la deposizione di Gert Richard Heber, un tedesco che aveva lavorato come agente BND a La Paz sotto la copertura di tecnico della Opel per la casa di import Gundlach, e che successivamente era passato al servizio del Ministero dell’Interno boliviano. Heber conferma davanti a nove testimoni negli uffici del giornale Hoy che Alexander è stato ucciso perché sapeva del traffico di armi verso Israele. Secondo la biografia di Linklater su Barbie, invece, Alexander in origine sarebbe stato parte dell’affare e sarebbe stato fatto fuori perché minacciava di far uscire la storia se non avesse ricevuto una sua “commissione”.

La vicenda Heber: Anche il Diario De Costa Rica racconta la vicenda di Heber nei dettagli Diario De Costa Rica

Cinque morti in meno di un anno — Barrientos, Soliz, Otero, Alexander e Martha Dupleich — tutti collegati allo stesso segreto. Pur con la massima cautela è impossibile non vedere i contorni di un’operazione che coinvolga, in forme e livelli diversi, apparati di intelligence boliviani, germanici e israeliani.

Ora è necessario tornare a raccontare le intricate vicende politiche della Bolivia di quegli anni. 

Dopo la morte di Barrientos, il 26 settembre 1969 il generale Ovando sale al potere con un colpo di Stato. Barbie mantiene eccellenti relazioni anche con lui, che secondo la stampa boliviana è il mandante “principale” degli omicidi. Ma quando il 7 ottobre 1970 sale al potere il generale Juan José Torres, progressista e nazionalizzatore, per il boia di Lione e i suoi “amici” il clima cambia radicalmente. 

Torres sarà una sorta di “fulmine a ciel sereno” nella storia boliviana di quegli anni, ma quei pochi mesi saranno un intralcio non da poco per la Nazi connection. Quando il 21 agosto 1971 Torres sarà rovesciato - con l’aiuto di Barbie - da Hugo Banzer, il boia di Lione tornerà ad avere le protezioni che gli permetteranno di ritardare di oltre dieci anni l’estradizione in Europa.

Ma quegli otto mesi di governo Torres fra il ‘70 e il ’71, in cui Barbie si era trasferito in Perù a casa di Schwend, saranno decisivi soprattutto per far emergere questa parte della storia, il traffico di armi e la scia di morte ad esso collegata.

È infatti nei primi mesi del 1971 che, per la prima volta, la vicenda del traffico di armi verso Israele diventa pubblica. È solo in quel momento che gli omicidi smettono di apparire episodi isolati e vengono letti come elementi di una stessa sequenza. Viene istituita una commissione d’inchiesta. Per settimane, nei giornali boliviani non si parla d’altro.

In quegli anni la Bolivia è punto di riferimento per i pochissimi europei che vogliono aggregarsi alla guerriglia guevariana (Debray, Tamara Bunke ...), per i neofascisti che vogliono aggregarsi a gruppi paramilitari al servizio dei nazisti espatriati, ammazzando gente a caso e commerciando in cocaina  (secondo alcuni ricercatori, tipo Hammerschmidt, Stefano Delle Chiaie iniziò a gravitare nell’orbita di Barbie nei primissimi anni Settanta, mentre in “pianta stabile” solo dal 1978, e poi sappiamo della presenza di Carbone, Pagliai ...), ed anche per chi era un po' confuso. 

In questa sorta di castello dei destini incrociati vanno inseriti due flash: in Senior Service, “Gallo”, l’uomo che ha raccontato a Carlo Feltrinelli come è andata quella sera del 1972 a Segrate, nell’estate del 1971 viene collocato in Bolivia dove “vive con una famiglia di contadini nella zona di Cochabamba” e “torna in Italia dopo sei mesi (ottobre 1971)”. Non sappiamo altro.

Molti dubbi: titolo e box dello splendido articolo di Maurizio Chierici del 20 giugno 1973 che ha iniziato a “creare” il mito di Frate Mitra guerrigliero di sinisgtra. Il personaggio, in realtà, è ancora tutto da valutare storicamente. Una cosa certa è che “NON” guidava i guerriglieri in Bolivia. Forse non era neppure un vero guerrigliero. Corriere della Sera

Nella stessa zona, nello stesso anno, si trova un altro personaggio destinato a entrare nella storia italiana. Si chiama Silvano Girotto, noto alle cronache come Frate Mitra: figlio di un carabiniere, cresciuto con una formazione di destra, si arruola giovanissimo nella legione straniera, viene addirittura decorato per meriti sul campo ottenuti in Algeria; quindi, per diversi anni, fa il delinquente comune con furti e rapine, ma poi improvvisamente si “pente”, si converte e diventa missionario francescano in Chapare — zona amazzonica del dipartimento di Cochabamba — nel settembre 1969. Quando avviene il golpe di Banzer del 21 agosto 1971 - è lui stesso a raccontarlo  - si trova a La Paz. Secondo la mitologica (e agiografica) ricostruzione biografica del giornalista Maurizio Chieirici uscita nel 1973 è in quel momento che Girotto abbandona il saio, imbraccia un’arma e entra in clandestinità (indipendentemente dalle verità o dalle falsità dette da Girotto, davvero mirabile dal punto di vista della scrittura giornalistica la paginata scritta da Chierici per il Corriere il 20 giugno 1973). A La Paz entra in contatto con Monika Ertl — la donna accusata di aver ucciso Quintanilla ad Amburgo con la pistola di Feltrinelli — che gli trova un nascondiglio nei covi dell’ELN. Secondo i biografi Schreiber e Harasser, Girotto sarebbe stato addirittura l’ultimo a vedere Monika viva. In molti si sono interrogati sui reale pentimento di Frate Mitra e sul fatto se non fosse già “al servizio di qualche servizio” negli anni boliviani, ma non ci sono prove.

A proposito di servizi segreti, di qualità delle fonti e di documenti di intelligence degli anni Settanta tutti da interpretar va citato - senza dargli eccessivo peso, anche questo a mo' di esempio - il Mfs HA XXII 18613 proveniente degli archivi Stasi. Ne riferisce (e lo fornisce a SALTO) il blogger Massimo D’Agostino. La fonte del documento è un dirigente della sicurezza OLP che nel 1979 trasferisce alla Stasi materiale intelligence sulle BR. Questi dice:

" .... era Che Guevara. Lui (Feltrinelli) e un'altra persona combattevano con l'obiettivo di liquidare Fratemitra, un monaco della chiesa cattolica che venne a combattere in Bolivia. In seguito si appurò che era un agente della CIA e del servizio segreto militare italiano. Nello stesso periodo, cioè nel 1968, Felterinelli lavorò con Renato Kortschu (Curcio) alla fondazione delle Brigate Rosse, a partire da membri del movimento studentesco di Milano e (Termini?). Essi si unirono al GAP con le Brigate Rosse, i cui membri costituivano la maggioranza ..." Massimo D'Agostino

Se una fonte di intelligence europea avesse scritto queste cose nel 1973, prima di sapere delle scelte di Frate Mitra/Girotto, queste parole avrebbero un significato diverso e un’importanza enorme. Vista la data e la fonte, “va semplicemente saputo” che nell’intelligence palestinese, a bocce ferme, sei anni dopo gli eventi qualcuno pensava che Feltrinelli, un anno prima che Girotto rientrasse in Italia e “fregasse” le BR, avesse compreso che era un “nemico” e voleva liquidarlo (c’è un altro documento Stasi che ritiene Girotto fonte del BND). 

Quello che sappiamo con certezza è che Frate Mitra rientrerà in Italia nel novembre 1973, convincerà i vertici delle BR di volersi arruolare fra le loro fila, e i brigatisti, solitamente prudentissimi, cadranno nel tranello. Reclutato parallelamente dai Carabinieri del Generale Dalla Chiesa (e la storia di come fu reclutato dopo un articolo della stampa neofascista lascia veramente grandi dubbi), consegnerà loro  Renato Curcio e Alberto Franceschini, i fondatori delle Brigate Rosse. Silvano Girotto muore a Torino il 31 marzo 2022. Il giorno dopo sulla pagina Facebook dei Carabinieri, l’Arma gli rende omaggio con questo post: E‘ scomparso a 82 anni Silvano Girotto, frate francescano missionario in Bolivia. La sua coraggiosa collaborazione con il Nucleo Speciale Antiterrorismo dei Carabinieri, comandato dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, consentì, l’8 settembre 1974, a Pinerolo, di arrestare i fondatori delle Brigate Rosse, Renato Curcio e Alberto Franceschini.

Presencia

Torniamo in Bolivia. Nei primi mesi del 1971 emerge un’altra figura importante: Ted Córdova Claure. Giornalista affermato, entra nel governo Torres come consulente personale del presidente. Il suo ruolo gli consente di accedere a materiali riservati, tra cui la documentazione sul traffico di armi verso Israele che fino a quel momento era rimasta nascosta.

E la stampa inizia davvero a mettere insieme i pezzi. Il Latin American Weekly Report del 9 aprile 1971 — significativamente intitolato “Bolivia: Two Birds with One Stone”, due piccioni con una fava — scrive che “le armi venivano formalmente vendute alla Bolivia, ma in realtà erano destinate a Israele”, e quantifica l’operazione “in circa 50 milioni di dollari, sui quali Barrientos avrebbe percepito una commissione del dieci per cento”. Ma soprattutto aggiunge che “sono state avanzate accuse secondo cui Ovando sarebbe coinvolto non solo nell’affare delle armi, ma anche nella morte di Barrientos e negli omicidi di Solís, Otero Calderón e Alexander”. Nello stesso articolo viene inserito, come ultimo anello della catena,  anche un fatto di sangue avvenuto il primo aprile 1971 ad Amburgo. Parliamo dell’omicidio di Roberto Quintanilla, ex capo della polizia di Barrientos. L’uomo che, come abbiamo visto nella seconda puntata di Feltrinelli Story, interrogò Giangiacomo e Sibilla nell’agosto '67. Il report di Latin News osserva che, “anche se potrebbe sembrare logico attribuire l’omicidio a chi voleva mettere a tacere Quintanilla (vale a dire Ovando, Barbie and friends, ndr) in quanto stava per essere interrogato a La Paz, l’Ejército de Liberación Nacional ne ha rivendicato la responsabilità”. Latin news sembra cioè quasi insinuare che l’omicidio sia stato commesso da altri (il gruppo Barbie/Ovando) e sia stato lasciato rivendicare all’ELN con la classica strategia win-win. 

Il 2 aprile 1971, il quotidiano cattolico boliviano Presencia pubblica un articolo - scritto dunque il Primo aprile, il giorno dell’omicidio - in cui raccoglie l’opinione del comandante dell’Esercito Luis Reque Terán. Questi - che non è un militare qualsiasi, ma il comandante del battaglione dei Rangers che catturò Che Guevara nell’ottobre 1967 - ammette infatti che l’attentato potrebbe compromettere le indagini allora in corso “sul traffico d’armi” e sugli omicidi. Il giornale rivela inoltre l’esistenza di una “Commissione di Alto Livello” incaricata dell’inchiesta, con ufficiali già interrogati e Forze Armate impegnate a collaborare con la magistratura.

Presencia

Se ci si chiede che fine abbia fatto l’inchiesta istituzionale la risposta è semplice: nell’agosto 1971 Torres viene rovesciato da Banzer e tutto viene velocemente insabbiato. Nell’assalto al palazzo presidenziale il “nostro” Ted Cordova-Claure viene colpito da una raffica di mitra e sopravvive per miracolo. Una volta rimessosi in sesto il giornalista sopravvivrà trasferendosi fuori dai confini della Bolivia.

Ad ogni modo nel giro di pochi giorni la rivendicazione dell’ELN diventa la versione ufficiale: l’omicidio di Quintanilla viene attribuito alla rete che ruota attorno a Monika Ertl, - la figlia di Hans, buon amico di Barbie - guerrigliera dell’ELN, e a Giangiacomo Feltrinelli. Ma proprio a questo punto torna utile l’avvertenza da cui siamo partiti. 

Se si tiene conto del contesto — e se si considera anche la presenza di Klaus Barbie e di suo figlio Klaus Altmann jr ad Amburgo nelle stesse ore in cui Quintanilla viene ucciso — diventa legittimo porsi una domanda diversa. Se diamo per storicamente accertato che Monika Ertl abbia incautamente ucciso con un revolver registrato a nome di Feltrinelli, bisogna comunque chiedersi se qualcuno non abbia creato le condizioni — fornendo ad esempio, probabilmente attraverso i servizi cubani, informazioni di intelligence che l’ELN mai avrebbe potuto avere autonomamente — perché l’omicidio potesse essere commesso. 

Intanto basta così. La vicenda Ertl-Quintanilla la racconteremo più dettagliatamente nell’undicesima puntata.

Mancano ancora due pezzi importanti del puzzle. Il prossimo vede protagonista un giornalista tedesco, un po' fanfarone, uno di quelli che sanno sempre tutto e non smettono mai di dirtelo. Un giornalista che ha conosciuto Schwend, ha fiutato la pista delle armi, ha registrato tutto — o quasi. Nel 1978 un altro giornalista gli ha puntato un microfono sotto il naso e lui ha parlato. Molto. Forse troppo. O forse, al contrario, non abbastanza: perché anche nelle sue parole c’è qualcosa che non torna, qualcosa che sembra messo lì apposta per confondere. Nella prossima puntata ascolteremo quella voce.

Schwend e l'omicidio di Gargazzone

Il cimitero di Lana custodisce una tomba che quasi nessuno conosce. Dentro c’è Teofilo Camber, fiumano, ucciso nel 1944 sulla statale tra Merano e Bolzano da Friedrich Schwend, l’ufficiale SS che gestiva dall’Alto Adige la più grande operazione di contraffazione della storia. Il quotidiano Alto Adige ha riportato la storia nel 2025, vale la pena raccontarla.

Schwend aveva incontrato Camber in Istria. Lo aveva arruolato come agente nella rete che riciclava le sterline false stampate dai deportati ebrei di Sachsenhausen per conto dell’RSHA. Il quartier generale era Castel Labers, sopra Merano, medievale e sorvegliato. Oggi è un hotel a quattro stelle con piscina panoramica e ristorante con vista sulle Alpi. All’epoca era il centro di distribuzione dell’Operazione Bernhard, che produceva circa un milione di sterline false al mese. Quelle banconote arrivarono ovunque: Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Turchia. Pagarono le informazioni che resero possibile la liberazione di Mussolini sul Gran Sasso nel settembre del 1943. Schwend tratteneva per sé un terzo del denaro ripulito, accantonando una fortuna personale mentre le SS caricavano gli ebrei meranesi sui vagoni per Auschwitz.

Camber a un certo punto decise di fare da solo. Si impadronì di un’auto carica di sterline false e puntò verso Trento. Lo ripresero. Lo riportarono a Merano. Schwend organizzò allora una colonna di macchine in direzione degli uffici della Gestapo a Bolzano — quello, almeno, fu il pretesto dichiarato. Il corteo si fermò all’altezza di Gargazzone. Schwend fece scendere Camber, estrasse la pistola mitragliatrice e lo uccise con una raffica. Il corpo fu sepolto in segreto nel cimitero di Lana. La versione ufficiale di Schwend era che il prigioniero aveva tentato la fuga. Il processo per omicidio in contumacia celebrato a Bolzano nel dopoguerra smontò quella ricostruzione e condannò Schwend a ventuno anni. Ma Schwend era già in Perù.

Ci rimase a lungo, quasi indisturbato. In Perù fu condannato per falsificazione, scontò due anni, e poi — con la faccia tosta che lo aveva sempre contraddistinto — rientrò in Germania. Era il 1974. La polizia di Bonn lo arrestò quasi per caso, mentre transitava sul suolo tedesco come se nulla fosse. Gli investigatori lo volevano interrogare proprio sul caso Camber, trent’anni dopo. Non ne uscì quasi nulla: Schwend era un uomo che aveva imparato a sopravvivere alle istituzioni meglio di quanto le istituzioni sapessero sopravvivere a lui. Tornò in Perù. Morì a Lima il 28 marzo 1980, a settantatré anni. Federico Schwend, già Friedrich, già Wenceslau Turi, già agente OSS con nome in codice Flush. Nessun peccato espiato, nessun conto mai davvero chiuso.

Barbie narcotrafficante sullo Spiegel

Pubblichiamo di seguito un estratto di un lunghissimo articolo uscito sullo Spiegel il 9 maggio 2025.

Hacienda San Vicente, Bolivia, dicembre 1982. Leopardi addomesticati aggirano il giardino, sulla terrazza si accumulano casse di Dom Pérignon e cognac. Un pasticcere del grande chef francese Paul Bocuse sforna incessantemente delizie per i duecento ospiti.

Tra di loro ci sono Pablo Escobar e numerosi altri emissari dalla Colombia. Hanno portato in dono un cavallo da corsa, trasportato a bordo del loro Douglas DC-3 sulla pista ricavata nella giungla lì accanto. Un regalo ricercato per il padrone di casa, Roberto Suárez, autoproclamato “King of Cocaine”, il re della droga boliviano: a quel momento il maggior produttore di cocaina del mondo. Suárez festeggia il ritorno di suo figlio, incriminato a Miami per traffico di droga e assolto per insufficienza di prove.

Tra tutti i gangster, politici corrotti, sicari e ricchi allevatori, passeggia nel giardino un uomo insignificante e minuto, i capelli radi e incanutiti, un’aria bonaria da nonno. Chi lo conosce, però, gli sta alla larga. È il consulente per la sicurezza di Suárez, di fatto capo dei servizi segreti boliviani. Elimina i nemici con la propria squadra di killer, i Novios de La Muerte — i Fidanzati della Morte.

Qui in Bolivia lo chiamano Klaus Altmann.

In Europa quell’uomo è conosciuto con un altro nome: Klaus Barbie, il “Macellaio di Lione”. Come capo locale della Gestapo di Hitler, dal 1942 aveva il compito di distruggere il movimento di Resistenza francese. In ventidue mesi di regno del terrore si contano 4.342 esecuzioni. Migliaia di uomini, donne e bambini vengono torturati, deportati nei lager o assassinati. Molti da Barbie in persona. Anche tra i tanti aguzzini delle SS, Barbie è una figura estrema: infinitamente brutale, privo di sentimenti, sadico. “È una bestia selvaggia”, lo descriverà decenni dopo una delle sue vittime.

Come tanti criminali nazisti, Barbie fugge nel caos del dopoguerra. Si rifugia in Bolivia, si costruisce una nuova vita come uomo nell’ombra del regime di La Paz. Fin qui è noto.

Quello che è molto meno noto è che il suo nuovo mestiere diventa il narcotraffico. Come braccio destro di Roberto Suárez contribuisce a costruire uno dei primi cartelli della cocaina del mondo, e a rendere Suárez, accanto a Pablo Escobar, il barone della droga più famigerato della sua epoca. Insieme rovesciano il governo boliviano, installano un regime corrotto che alimenta il traffico di droga. L’ex agente della Gestapo non organizza più l’assassinio di ebrei, ma la costruzione di nuove rotte di contrabbando. Al posto dei sicari delle SS, frequenta i killer del narcotraffico.

È una seconda carriera del male così incredibile che qualunque sceneggiatore di Hollywood la respingerebbe come inverosimile.