“Meglio maiale che fascista”
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Un maiale sopra l’Adriatico
Uno dei film più amati del regista giapponese Hayao Miyazaki torna al cinema in occasione della Festa della Liberazione, oggi 25 aprile. Porco Rosso, che uscì la prima volta in sala nel 1992, è ambientato negli anni '30 e racconta la storia di Marco Pagot, ex asso dell’aviazione italiana con il volto di un maiale per effetto di un incantesimo, veterano della Prima guerra mondiale, ora cacciatore di taglie solitario e disilluso su un’isoletta sperduta dell’Adriatico. Nel cielo terso sopra il suo rifugio si intrecciano duelli aerei, amori mai consumati e una nostalgia sorda per qualcosa che forse non è mai esistito davvero.
Parte avventura sentimentale, parte elegia del volo, parte riflessione disincantata sulla guerra, Porco Rosso è un’opera che sceglie da che parte stare, quella giusta. Miyazaki mostra il fascismo come un’atmosfera, una pressione costante e grottesca che trasforma anche i migliori in collaboratori o in fuggiaschi. Il regime appare nei dettagli: nella diffidenza delle autorità verso Marco, nell’arruolamento forzato che aleggia come minaccia, nella disinvoltura con cui Donald Curtis, americano spavaldo e privo di scrupoli, si muove tra i potenti dicendo esattamente ciò che vogliono sentirsi dire.
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La scelta di Marco non è quella dell’eroe che combatte il sistema, ma dell’uomo che si smarca, che rigetta l’idea di servire una bandiera in cui non crede più. “Piuttosto che diventare un fascista, meglio essere un maiale”, dice a un certo punto – una battuta che è il manifesto morale dell’intero film.
Parte avventura sentimentale, parte elegia del volo, parte riflessione disincantata sulla guerra, Porco Rosso è un’opera che sceglie da che parte stare, quella giusta
Marco è un sopravvissuto — tutti gli uomini che contavano per lui sono morti in guerra, uno dopo l’altro — e Miyazaki tratta la sopravvivenza come una forma di colpa silenziosa. La maledizione non è mai spiegata come punizione divina o sortilegio: è, con ogni evidenza, autoinflitta. Un uomo che ha smesso di riconoscersi come umano perché essere umano, in quel contesto storico, significava uccidere o morire per ordini che non condivideva. In questo senso, il muso di porco non è una deformità ma una scelta etica portata all’estremo: un modo per uscire dalla storia, per non essere classificabile, utilizzabile. La forma visibile di un rifiuto.
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L’anarchia ha il colore del mare
C'è però un merito di Porco Rosso che non viene citato abbastanza: il modo in cui Miyazaki costruisce i suoi personaggi femminili. Gina e Fio non sono love interest nel senso classico del termine — non esistono in funzione di Marco, non aspettano che lui le salvi, non si definiscono attraverso di lui. Gina gestisce il suo locale, porta il lutto con un’eleganza che non chiede né consolazione né spettatori. Fio ripara motori a diciassette anni in un cantiere di soli uomini e non ci trova nulla di straordinario — anzi, sembra quasi stupita che qualcuno possa trovarcelo. In fondo, sono figlie dello stesso mondo di Marco: un mondo che ha scelto di stare ai margini, fuori dalle regole.
Il mare, in questo film, è esattamente quello spazio — sottratto alla sovranità degli Stati, privo di indirizzi e giurisdizioni. I pirati dell’aria non hanno nazione, le basi galleggianti non hanno indirizzo, le trattative avvengono fuori da qualsiasi giurisdizione.
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È un’anarchia romantica e consapevolmente irrealistica ma è anche l’unica superficie in cui i personaggi sembrano respirare davvero. Quando la terraferma entra in scena, porta con sé burocrazia, sorveglianza, pericolo. Le sequenze milanesi — brevi, dense, ricostruite con cura quasi maniacale attraverso fotografie d’epoca e documentazione architettonica — hanno la precisione fredda di un promemoria: ecco cosa c’era, fuori dal mare.
Verso la fine del film il cielo adriatico si tinge di quell’azzurro impossibile che solo Miyazaki sa dipingere. Marco vola, come sempre. Solo, come quasi sempre. A volte l’unico modo per restare integri è diventare qualcosa che il mondo non sappia come arruolare.
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