“Lasciare spazio alla natura”
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A Trento si è appena concluso il Festival dell’economia, organizzato anche quest’anno dal Gruppo Il Sole 24 ORE e da Trentino marketing, insieme alla Provincia Autonoma di Trento. L’edizione ha portato in città, come da consuetudine negli ultimi anni, molti ministri del governo attuale, impegnati, ancora una volta, nelle solite veloci passerelle di propaganda, con quasi completa assenza di contraddittorio. Molti sono stati anche i volti ormai abituali del Festival, da Romano Prodi ad Enrico Letta, da Luca Cordero di Montezemolo a Giulio Tremonti, fino al sempre presente format di dubbio gusto de La Zanzara.
Come da tradizione le sedi diffuse dei panel hanno coinvolto anche il MUSE, nel cui atrio si è svolta la conferenza La biodiversità dei pascoli alpini, implicazioni economiche e sociali, con i ricercatori del MUSE Lisa Angelini, botanica, Giulia Bombieri, zoologa e Alessandro Franzoi, ornitologo.
I tre ricercatori, insieme alla giornalista Sara Segantin, hanno illustrato i cambiamenti che pascoli e boschi stanno subendo: dal secondo dopoguerra l’agricoltura di sussistenza ha lasciato spazio alla produzione intensiva, che ha modificato gli equilibri del suolo, della flora e della fauna dell’ecosistema alpino. Le praterie ad alta quota e i prati sotto ai boschi, coltivati per secoli, sono stati abbandonati a favore di aree più ristrette, ma sfruttate in maniera intensiva, o lasciate alla cura di piccoli privati. Tale scelta ha modificato in poco tempo anche il paesaggio, a favore delle aree boschive, mentre a perturbarne il già fragile equilibrio si è aggiunto anche il cambiamento climatico. I prati rappresentano, infatti, un ecosistema complesso, in cui si intersecano varie interazioni tra terreno, piante e animali, ma dalle analisi risulta che tale complessità stia venendo meno, per essere sostituita da una minore varietà di flora, suoli meno ricchi e minor presenza di fauna, come avviene per gli uccelli prativi, in costante decremento, con un impatto anche sui grandi carnivori, con i quali gli abitanti delle Alpi, ormai non più abituati, sono dovuti tornare ad interagire.
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Lisa Angelini: “Serve, soprattutto, un cambio di prospettiva che permetta di integrare le varie discipline, per pensare in maniera interconnessa i vari ambiti, ad esempio urbanistica e zone coltivate”. Foto: Festival dell'economia di TrentoSALTO: Le iniziative come i Blumenwiesen possono aiutare a contrastare l’impoverimento dei prati?
Lisa Angelini: In Alto Adige ci sono dei progetti molto avanguardisti, che possono essere utili a ripristinare un prato disturbato, come nel caso di lavori stradali. Le sementi utilizzate devono, però, contenere specie locali per ripristinare la complessità e prevenire l’entrata di specie invasive, al contrario, progetti che intendono solo avvicinare insetti impollinatori contengono molto spesso miscele con genotipi non locali, che tendono a far aumentare le problematiche di gestione dei prati.
La possibilità di ricreare zone di prato spontaneo ai margini delle colture potrebbe, invece, preservarne la biodiversità?
L.A.: Si tratta di un’ottima pratica, seppur piccole, queste zone possono formare dei corridoi ecologici. Anche se le singole oasi sono grandi solo qualche metro, possono rappresentare un argine alla semplificazione dei territori, se distribuite uniformemente nella regione. Una pratica che aiuta a mantenere le specie che stanno scomparendo, da adottare in tutta Europa, anche a margine di coltivazioni intensive.
Occorre ricordare che abbiamo già perso moltissimo e a volte preservare può non essere sufficiente
Le normative vigenti costituiscono un valido strumento di tutela?
L.A.: Da poco tempo è stata approvata la Nature Restoration Law (giugno 2024) sul ripristino degli ecosistemi. Abbiamo grandi aspettative su questo regolamento europeo, ma credo serva, soprattutto, un cambio di prospettiva che permetta di integrare le varie discipline, per pensare in maniera interconnessa i vari ambiti, ad esempio urbanistica e zone coltivate.
Alessandro Franzoi: La struttura legislativa è presente, ma non sempre questa si traduce poi in un’applicazione tangibile, le buone pratiche di gestione degli ambienti naturali dovrebbero essere integrate in maniera più incisiva, a partire dai livelli locali, per risalire poi ad un piano più globale.
L’importazione controllata di specie non autoctone potrebbe contrastare gli effetti del cambiamento climatico?
L.A: In alcuni casi può essere utile per assistere il cambiamento climatico o rafforzare popolazioni che si stanno estinguendo, si parla, infatti, di migrazione assistita: un trasferimento intenzionale di specie capaci di resistere meglio alle condizioni climatiche ormai mutate. La situazione cambia molto, però, se si parla di flora o fauna, e se per alcuni ambiti la migrazione assistita può far parte dei progetti, per altri può risultare solamente dannosa. Occorre ricordare che abbiamo già perso moltissimo e a volte preservare può non essere sufficiente, ma davanti alla necessità di rinaturalizzare e rendere di nuovo gli habitat strutturalmente favorevoli alla diversità bisogna muoversi con cautela.
Alessandro Franzoi: “Il cambiamento climatico corre veloce, però spesso ci focalizziamo solo sugli interventi attivi e pensiamo poco a quanto servirebbe riuscire a rallentare le azioni dannose che hanno innescato questo cambiamento”. Foto: Festival dell'economia di TrentoRisulta difficile prevedere le tempistiche di adattamento dei nuovi territori?
A.F.: Il cambiamento climatico corre veloce, però spesso ci focalizziamo solo sugli interventi attivi e pensiamo poco a quanto servirebbe riuscire a rallentare le azioni dannose che hanno innescato questo cambiamento, è importante considerare che, accanto alle buone pratiche, serve anche rivedere alcuni modelli di sviluppo. É poi sempre difficile prevedere quanto tempo ci metterà un sistema a rigenerarsi, ma la natura ha le sue difese, un esempio estremo ma molto interessante è il caso della zona di alienazione di Chernobyl, in cui si pensava non dovesse crescere nulla ed invece oggi, a 40 anni dal disastro, brulica di vita.
Bisogna tener presente che i sistemi complessi sono molto più resilienti di quelli semplificati
Zona in cui però l’ingresso alle persone è vietato…
A.F. e L.A.: Il nostro modello di produzione è arrivato a scardinare anche i meccanismi di rigenerazione che la natura mette in atto, ma bisogna tener presente che i sistemi complessi sono molto più resilienti di quelli semplificati. Tutto questo ha ovviamente delle ricadute anche sugli umani, incastrati in un modello produttivo intensivo e impoverente. Valorizzare l’idea della lentezza e fare un passo indietro potrebbe lasciare il giusto spazio alla natura: a beneficiarne sarebbe l’intero ecosistema, di cui anche noi facciamo parte.
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