Cultura | Feltrinelli story/9

Armi, bugie e audiotape

In un file conservato nella Hoover Foundation un giornalista-faccendiere inserisce la morte dell’editore rivoluzionario nella catena di omicidi legati al commercio d’armi. Quanto è attendibile? La cosa certa è che l’uomo aveva trafugato importanti documenti.
G.Heidemann Collection - Hoover Institute

Questo articolo è gratuito per te. Il giornalismo indipendente in Alto Adige ha però bisogno del tuo sostegno. Saremmo lieti se sottoscrivessi un abbonamento a SALTO. Grazie mille!

Abbonati ora a S+

Piccola divagazione metanarrativa: ci sono stati due momenti che nella ricerca su Feltrinelli mi hanno indotto a lasciare il confortevole terreno sudtirolese per avventurarmi a piedi nudi nei sentieri andini di pietre aguzze, e sono entrambi legati a una sorta di ossessione maturata nei confronti di Klaus Barbie e della “Nazi connection” che per decenni ha fatto il bello e il cattivo tempo in America Latina. Un’ossessione che, a ogni pagina che leggevo, e ancora di più a ogni frase che ascoltavo nei nastri, mi faceva sprofondare di un metro in più nel buio, inghiottito da un vortice che portava dritto in fondo al Male. Nel Cocito dantesco. Un freddo maledetto.

Il primo momento di “deviazione” è stato quando, nell’ottobre 2025, nelle pagine degli archivi CIA dedicate a Klaus Barbie, mi sono imbattuto in un articolo di un giornale americano del maggio 1972 (lo vedremo in dettaglio nella prossima puntata) che nominava Feltrinelli e parlava della scia di omicidi boliviani, dei traffici d’armi prima verso Israele e poi verso i palestinesi, e diceva che il commissario Calabresi, prima di essere ucciso, voleva interrogare Klaus Barbie sulla morte di Feltrinelli.

What?

Per capire se quella storia — ripresa anche dai principali quotidiani italiani e internazionali — avesse un senso ho quindi consultato compulsivamente “mesate” di giornali boliviani e israeliani che mi hanno permesso di ricostruire passo-passo la storia come l’avete letta nelle puntate precedenti.

Il secondo momento topico che ha portato alla “deviazione” della ricerca è arrivato a fine 2025, alcune ore prima dei fuochi d’artificio, ed è stato quando mi sono imbattuto in un audio del 1978 del giornalista “fanfarone” alla cui esistenza ho fatto cenno nella puntata precedente. 

Il cronista parla con un altro giornalista e racconta praticamente la stessa storia scritta da Weller e dagli altri giornali nel 1972 ma con molti dettagli in più. Troppo curiosa la coincidenza per non cercare altri riscontri alle sue parole.

Non ovviamente su tutto, ma i riscontri non sono mancati.

A quel punto ho riflettuto a lungo su cosa fare. Ho deciso che avrei riportato quello che questo tizio dice su Feltrinelli — fra mille distinguo e mani avanti, s’intende — fondamentalmente per tre ragioni.

La prima: l’uomo, lo vedremo, era senza dubbio in possesso di documenti scottanti sul traffico d’armi con Israele. 

La seconda: buona parte della storia che John racconta regge ai riscontri, anche al di là delle versioni ufficiali; e va considerato che per il suo interlocutore germanico la vicenda di Feltrinelli in sé poteva essere un dettaglio secondario, non qualcosa su cui valesse la pena mentire. 

La terza: John raccontava “storie segrete” per soldi, ma per incassare il denaro doveva accompagnare il tutto con delle prove. 

In un audio attualmente (e, speriamo, temporaneamente) non più ascoltabile nel sito della Hoover Foundation, John sostiene di avere prove anche sulla morte di Feltrinelli condensate in un microfilm che a suo dire in quel momento era già nelle mani dell’Interpol. John, parlando con Heidemann, dice  di essere disposto a vendere tutto allo Stern per qualche decina di migliaia di marchi. 

Solo en passant, per non mettere troppa carne al fuoco, va ricordato che oggi l’Interpol viene associata all’idea di affidabilità, efficienza, autorevolezza. Se si legge “indaga l’Interpol” viene da pensare, “wow, allora trovano subito il colpevole”. Ma alla fine degli anni Settanta l’Interpol fu al centro di vari scandali e inchieste perché la struttura dirigenziale dell’organismo sovranazionale era diretta da ex nazisti. Il caso più eclatante riguarda — nomen, omen — Paul Dickopf. Membro dell’NSDAP e delle SS, fu presidente di Interpol dal 1968 al 1972, dopo essere stato già presidente del Bundeskriminalamt tedesco dal 1965 e, simultaneamente, agente pagato della CIA all’insaputa della Germania. Dickopf è riuscito ad arrivare al vertice di Interpol grazie al fatto che i voti degli stati arabi glieli procurò il suo grande amico François Genoud, a sua volta amico intimo di Otto Skorzeny (l’uomo che liberò Mussolini sul Gran Sasso e collaborò con l’oscuro Guerin Serac e con il neofascista Stefano Delle Chiaie) e di Klaus Barbie (Genoud pagò la difesa di Klausdevil al processo di Lione). . 

La materia è così vasta che la ricerca su queste vicende continuerà ancora a lungo. Ma fino a giugno 2026 è andata all’incirca così:

 

A Natale 2025 online trovo un documento in cui Altmann-Barbie parla con un tale G. H.

GH Collection

GH.: “Anche Feltrinelli è morto, ormai.” Altmann (impassibile): “Sì, sì, si è fatto fuori da solo, cioè per un incidente, no? Mentre piazzava la bomba, già.” (John mi aveva detto che Altmann avrebbe inscenato l’omicidio di Feltrinelli.)

Che cos’ho in mano?, mi sono chiesto per diversi giorni. Chi sono questi? Chi è G.H? Chi è John?  Inizialmente sono così fuori strada che penso sia il nome di battesimo di un agente americano della CIA, o qualcosa di simile, e mi perdo per l’ennesima volta nei meandri del sito dell’intelligence. Ma quanti John ci sono? Milioni. Ci metto almeno tre o quattro giorni a capire che John è un cognome tedesco che va letto con la J lunga. 

E il nome è Herbert, Herbert John

Spiegel 1964: Mentre la Cia lo dipinge come trafficante d'armi senza scrupoli, John scrive per lo Spiegel Spiegel

A forza di googlare trovo la fonte del documento ma non il testo completo. Risulta negli archivi della Stasi di Berlino, lo richiedo; la solita “botta” da 80 euro (a Praga invece ce la si cava più democraticamente con 10). Ma dopo qualche giorno lo trovo pure gratuitamente nel sito della Hoover Foundation, un’istituzione creata in ricordo dello storico direttore dell’FBI, inglobata nella Stanford University. Scopro quindi che G. H. sono le iniziali di Gerd Heidemann, giornalista tedesco morto nel 2024, che registrava e archiviava qualsiasi cosa avesse a che fare con il suo lavoro. Prima di pestare, nel 1983, “la gigantesca cacca” dei diari di Hitler — che erano un falso e lui aveva dato per veri — negli anni Settanta Heidemann era forse l’inviato germanico più noto in Europa. Non si capisce se anche per affinità ideologica o solo per ambizione giornalistica si era fatto “amici” quasi tutti i nazisti attivi in Sudamerica, da Karl Wolff a un altro “diavolo” come Walter Rauff, l’inventore delle camere a gas mobili. Alla morte di Heidemann l’archivio è stato acquisito dall’Istituto Hoover che ha digitalizzato tutto e lo ha reso disponibile online, audio compresi. Dal 2025 tutto è consultabile da chiunque. Una meraviglia.

Lo screenshot del dialogo pubblicato sopra è un breve estratto dell’incontro tra Heidemann e Barbie nell’agosto 1979. A quel punto della lunga conversazione il giornalista fa lo gnorri, butta lì il nome di Feltrinelli per verificare una confidenza fattagli da Herbert John alcuni mesi prima, a dicembre '78,, ma Barbie non si scompone, e fornisce la versione ufficiale del Feltrinelli “saltato in aria”. La frase tra parentesi — John mi aveva detto che Altmann avrebbe inscenato l’omicidio di Feltrinelli — è indirizzata ai lettori, per avvisarci che John gli aveva detto che Barbie e Schwend avevano di fatto ucciso - o comunque inscenato la morte di Feltrinelli. Ma Barbie, osserva Heidemann, non ha la minima reazione, e quindi la ricostruzione di John viene archiviata come una bufala.

Nella Heidemann collection ci sono alcune ore di conversazioni del giornalista di Stern con Herbert John. Ne sentiremo ampi stralci e vedremo la trascrizione con traduzione in italiano. 

Hoy

Ma prima è importante cercare di ricostruire il profilo di Herbert John, cosa per nulla facile (la foto nella prima pagina di Hoy è l’unica trovata in rete, ndr). Il giornalista tedesco, nato ad Amburgo nel 1931, vive in Sudamerica dalla fine degli anni Cinquanta. Nella seconda metà degli anni Sessanta si stabilisce a Lima, dove lavora in un giornale del potente uomo d’affari italo-peruviano Luis Banchero Rossi — tra i più ricchi imprenditori del paese, proprietario di un vasto impero nella pesca e nella farina di pesce. John è il caporedattore, guida diverse decine di giornalisti e scrive regolarmente per lo Spiegel  (la prima foto è uno screenshot di un suo articolo). 

A Lima entra in contatto e diventa in qualche modo collaboratore e uomo di fiducia di Friedrich Schwend, il quale, fra le altre cose, scrive per lui una lettera di raccomandazione al presidente paraguaiano Stroessner (documento presente sempre nei file della CIA declassificati). 

Un cablo CIA classificato “segreto”  del febbraio 1964, dalla stazione di Lima alla sede centrale dice che Schwend e John sono trafficanti internazionali di armi, operativi già da anni: l’ex nazista vende armi di contrabbando a cospiratori di destra in Bolivia e Venezuela, John agisce come agente commerciale di un senatore peruviano che produce mitra con licenza statale e rivende grandi quantità di armi all’Indonesia. Entrambi sono protetti politicamente dalla potente famiglia Miró Quesada, proprietaria di El Comercio. John è già in quel momento strettamente legato a Banchero Rossi e lavora nella sua redazione di Correo. Per stessa ammissione di chi lo scrive, il contenuto del “cablo” va preso con le molle perché la fonte è il genero di Schwend, poco affidabile. 

I documenti CIA con valutazioni sulle persone vanno letti sempre con grande prudenza, per non dire con diffidenza. Questo è comunque importante perché rivela che per l’intelligence americana John è un “personaggio losco”, un giornalista-faccendiere, e perché ci conferma che ha fonti di prima mano nel settore delle armi.

In un momento delle 14 ore di conversazioni con Heidemann, Barbie definisce John un “agente cecoslovacco”: Per capire quanto possono essere complicate le ricerche su fatti avvenuti durante la guerra fredda, va invece riassunto il contenuto della cartella dell’archivio dell’STB di Praga che rovescia completamente la prospettiva.

Agente cecoslovacco: GH.: “Mi dica, qual è la sua opinione su Herbert John?” Altmann: “John è un agente cecoslovacco! Lo chieda a Schwend. Io non lo conosco, Schwend lo conosce.” GH.: “Sì, è rimasto a lungo a Lima.” Altmann: “Sì, appunto. Lì arrivò con uno del BKA di Wiesbaden. Lì lo vidi per la prima volta. Non lo conoscevo.” GH Collection

Secondo i documenti che ho potuto consultare nell’archivio “ceco”, tra il maggio e il settembre del 1966 Herbert John viene arrestato al valico di České Velenice, sul confine ceco-austriaco, mentre accompagna una donna sovietica nascosta in un vano segreto ricavato dentro una Peugeot. Viene condannato a tre anni e li sconta nel carcere di Pankrác, a Praga. Il fascicolo che la StB cecoslovacca gli dedica — settantadue pagine, numero d’archivio 627864, nome in codice “Novinář”, cioè “Giornalista” — contiene un documento della Stasi della Germania Est secondo cui John è un corriere messo a disposizione dagli americani. I cechi lo sanno dall’inizio, ma non glielo contestano mai durante gli interrogatori — istruzione tassativa, per non bruciare la fonte. Nella rubrica telefonica sequestrata a John all’atto dell’arresto compaiono un agente CIA identificato con il nome in codice “Jiřín”, un colonnello a capo di un dipartimento di intelligence, e — dettaglio che vale da solo — Simon Wiesenthal, descritto dalla StB come “capo della documentazione ebraica dal 1946” con legami con l’intelligence austriaca. 

Barbie, che Heidemann tratta come una specie di oracolo, su John prende, quindi, un granchio gigantesco. Possiamo dire con certezza che John non è un agente cecoslovacco e possiamo desumere che se fosse stato di qualche altro servizio dell’est non si sarebbe fatto tre anni di carcere. Ma pure i cechi si dicono sicuri sia un agente CIA, mentre nelle carte CIA viene trattato come un trafficante di armi di cui non fidarsi. Infine, il memorandum biografico nel classificatore dell’archivio di Friedrich Schwend lo descrive esplicitamente come triplo agente tedesco, israeliano e francese.  Da perderci la testa.

Verbale: I documenti relativi all'arresto di John in Cecoslovacchia STB - SALTO

Sappiamo dunque che John è in contatto con Wiesenthal. Uscito dal carcere di Praga nel giugno 1969 il giornalista si reca in Bolivia con una troupe televisiva del Saarländischer Rundfunk. Ha una prima ipotesi sul nome vero di Altmann, ma sbagliata: crede si tratti di Theodor Dannecker, il responsabile delle deportazioni degli ebrei in Francia. Si mette in contatto con l’ambasciata tedesca a La Paz. Il diplomatico tedesco Karl Hampe, invece di smentirlo, gli conferma che Altmann ha usato espressioni naziste in pubblico, che l’ambasciata sospetta da anni che il nome sia falso, che un predecessore aveva già inviato a Bonn un rapporto sull’identità dell’uomo — e che quel predecessore era poi stato rimosso da La Paz. L'11 settembre 1969 John depone davanti alla Staatsanwaltschaft di Düsseldorf: mette a verbale i contatti con la colonia tedesca in Bolivia, con Altmann, con l’ambasciata. Ma la certezza sulla sua identità arriverà solo due anni dopo.

Il primo gennaio 1972, a Chaclacayo, tre mesi prima della morte di Feltrinelli, succede un evento chiave per le vite delle persone coinvolte in questa storia: nella casa di campagna dove Luis Banchero Rossi aveva festeggiato il capodanno con la segretaria María Eugenia Sessarego, il più ricco imprenditore della pesca peruviana viene trovato accoltellato alla schiena, con il cranio fracassato a colpi di statuetta. Ha quarantadue anni. La polizia chiude il caso in quarantotto ore incolpando il figlio del giardiniere, Juan Vilca, un ragazzo emaciato di diciannove anni, un metro e cinquanta di statura, che avrebbe atterrato e ucciso un uomo di un metro e ottanta, cintura nera di karate. Per invidia, si dirà al processo.

La versione è fragile fin dall’inizio. Quello che è importante sapere è che tre giorni prima dell’omicidio, Banchero aveva firmato con Herbert John una lettera ai cacciatori di nazisti Serge e Beate Klarsfeld, rivelando che Klaus Barbie si nascondeva a Lima sotto il falso nome di Klaus Altmann, ospite di Friedrich Schwend, suo vicino di casa proprio a Chaclacayo. John aveva scoperto l’identità di Barbie da una foto della Sueddeutsche Zeitung e Schwend poi gli aveva dato conferma di chi fosse veramente Klaus Altmann. Pochi giorni dopo il caso Barbie diventerà un caso internazionale, “strillato” da tutti i giornali europei, con la Francia che subito chiederà  l’estradizione. 

Nei primi giorni del 1972 John accusa pubblicamente Barbie e Schwend dell’omiicidio Banchero, si versano fiumi di inchiosto. Il giornalista amburghese sembra quindi essere riuscito a rovinare per bene la vita ai due nazisti impenitenti. Ma è solo un’impressione. In quegli anni in America Latina il Male vince spesso sul Bene. 

Klaus Barbie e Friedrich Schwend: Una rara immagine insieme The Devil's Agent

Il 22 gennaio Barbie fugge in Bolivia attraverso Desaguadero — con la protezione esplicita del ministro dell’Interno di Velasco — mentre il giudice Santos Chichizola ha già emesso un ordine di arresto contro di lui nell’ambito del caso Banchero. Alla fine, però, il caso non verrà mai riaperto dalle autorità peruviane e e Barbie vivrà 11 anni indisturbato in Bolivia, fra un crimine e l’altro.. Solo nel 1983 il viceministro boliviano Gustavo Sánchez Salazar, dopo aver arrestato Barbie e averlo consegnato alla Francia, dichiara che i documenti sequestrati provano la partecipazione del nazista all’omicidio Banchero, e lo scrive quattro anni dopo nel libro Criminal hasta el final

Abbiamo capito alcune cose: Herbert John è un personaggi sfuggente, è anche senza dubbio uno a cui interessa fare soldi e che non si fa scrupoli di nessun genere. Gli va comunque riconosciuto che denunciare Barbie è stato un atto di coraggio non da poco. E infatti John diventa subito un bersaglio. Lo documenta anche la stampa latinoamericana. Il 15 aprile 1972, Hoy — il principale quotidiano boliviano del mattino — apre la prima pagina con la notizia dell’arresto di Schwend (la pagina con l’unica foto di John è riprodotta poco sopra, ndr) e dedica all’interno un articolo di spalla con foto (Schwend, ça va sans dire, sarà liberato in men che non si dica, ndr). Nella didascalia, John viene citato direttamente: “Me amenazan de muerte si sigo investigando el homicidio de Luis Banchero Rossi” (“Mi minacciano di morte se continuo a indagare sull’omicidio di Luis Banchero Rossi”). Il testo specifica che il giornalista tedesco si trova nascosto per timore della propria vita, ma che intende presentarsi davanti al giudice istruttore Santos Chichizola per confermare tutte le accuse contro Schwend e Barbie. 

Hoy

Tre settimane più tardi, il 4 maggio, sempre Hoy torna sulla vicenda con un dispaccio da Lima. Il titolo è “Poderosa maffia de ex-nazis habría asesinado a Banchero”.  Nell’articolo si legge che il giovane Juan Vilca — quello che si era autoaccusato dell’omicidio — ritratta e afferma che i killer erano tre persone che potrebbe riconoscere. La polizia chiude ugualmente il caso.

Heidemann e Barbie: Il giornalista assieme al nazista nel 1979 HOOVER FOUNDATION- Heidemann Collection

L’omicidio Banchero, con molti dettagli, occupa parecchi minuti delle conversazioni tra Heidemann e John. Ed è citato anche nella parte di audio in cui si parla di Feltrinelli. 

E‘ arrivato il momento di ricostruire il racconto di John sull’editore attraverso due file differenti. 

In questo file John -ovviamente in tedesco - racconta la sua versione, e nell’audio 457 fino a gennaio 2026 si poteva distintamente sentire John proporre a Heidemann la consegna dietro pagamento di un microfilm riguardante Feltrinelli (quella parte dell’audio è oggi silenziata, probabilmente per un problema tecnico, abbiamo chiesto alla Hoover Foundation di ottenere l’audio originale, ndr). 

Non sappiamo se questo microfilm sia mai stato consegnato. Nell’archivio Hoover — ho chiesto— non risulta. Bisogna per forza supporre che Heidemann, se avesse avuto un microfilm con le prove, avrebbe scritto della vicenda sul suo giornale, lo Stern, quanto meno per far esplodere la questione del coinvolgimento della Merex e del BND. In un altro audio Heidemann parla con la sua “capa” e liquida John come una fonte inaffidabile, probabilmente per un “pacco” riguardante voci sulla presenza di Martin Bormann - il braccio destro di Hitler - in Sudamerica (l’imbeccata fu peraltro di Schwend, ndr). Ma in altri file — ci sono ore di registrazione — Heidemann sembra dare credito a John soprattutto riguardo ad altri traffici di armi, in particolare uno con la Nigeria sotto la regia del BND, che diventa pubblico nel 1978. Forse in quell’ambito John ha sempre buone fonti. Forse.

John racconta:

"E Feltrinelli — questo volevo dire — è tra le vittime di Schwend. Non si è fatto saltare in aria da solo. Feltrinelli si reca in Bolivia per tirare fuori di prigione Régis Debray — che era stato condannato per il suo ruolo nella guerriglia. Arriva dunque in Bolivia e gira a chiedere: come faccio a tirare fuori Debray? E tutti gli dicono: deve andare dal signor Altmann, dal signor Altmann in Bolivia. O dal signor Schwend. In Sudamerica tutto passa per questi due signori. (…) Dunque: Feltrinelli è entusiasta di Schwend e Altmann, ottiene la liberazione di Debray — costa poco, 20.000 dollari o qualcosa del genere. E poi, due anni dopo, dopo che in Bolivia muoiono un sacco di persone per questo contrabbando d’armi, si fa vivo l’ambasciatore boliviano ad Amburgo, Quintanilla. Roberto Quintanilla scrive in Bolivia: sa che tutto questo non torna, e che il suo venerato ex generale Barrientos deve essere stato assassinato. Era il presidente, quello dell’elicottero. A quel punto uno sconosciuto penetra nell’ufficio di Quintanilla qui a Harvesterhude (la conversazione tra i due avviene ad Amburgo, ndr). Un uomo travestito da donna. E spara a Quintanilla.

E lascia un revolver — Colt Cobra 38 — accanto al cadavere e scappa. Il cadavere è lì, e come vuole il caso, Klaus Altmann Junior, il figlio di Klaus Altmann, entra proprio in quel momento nell’ambasciata. Vede il cadavere, dice: ’È tutto terribilmente triste‘ — chiama immediatamente l’impresa di pompe funebri, fa mettere subito il cadavere nella bara, mentre la polizia discute ancora se con l’immunità diplomatica può entrare o no. Dentro — e vola con il cadavere a La Paz. Ora la polizia criminale di Amburgo si mette al lavoro, trova la Cobra, esamina il numero di serie — viene accertato: è stata venduta in Italia in quella data. E chi l’ha comprata? Il signor Feltrinelli. ’Ah‘, si è detto, ’Feltrinelli — quel porco, si è vendicato.‘

(…) Già, finisce quindi nel peggior cono d’ombra immaginabile. Ma era successa la cosa seguente: quando Feltrinelli era a La Paz (per liberare Debray nel 1970, si deduce, ndr), gli avevano rubato il revolver dall’albergo, dalla valigia, durante il viaggio. E non l’aveva denunciato alla polizia locale perché disse: ’E che me ne faccio di denunciare con questi mezzo fascisti selvaggi?'

Regis Debray: Il filosofo in Bolivia Wikipedia

Be‘, ora era nei guai. Ma scrive subito in Sudamerica al suo amico Schwend: ’Caro signor Schwend, non può aiutarmi? È terribile, sono ora sospettato di omicidio.‘ E Schwend si procura immediatamente un documento della polizia boliviana: al signor Feltrinelli questo revolver era stato rubato. La polizia non poteva saperlo — non era stato denunciato. Il signor Feltrinelli era dunque fuori dai guai.

E poi cominciano — dopo che il contrabbando d’armi con Israele era saltato — a organizzare un contrabbando d’armi a favore dei palestinesi. Che all’epoca non disponevano ancora di tutti questi mezzi che hanno oggi, non erano ancora socialmente riconosciuti, erano ancora in qualche modo semi-illegali. E così il contrabbando d’armi andava dalla Bolivia al Brasile fino in Italia, da La Paz a Rio, da Rio a Genova, da Genova ad Algeri. Andò sempre bene.

E alla quinta volta, nel mezzo della notte, nel mezzo del Mediterraneo, arriva una pattuglia israeliana e sequestra la nave. Solo quattro persone erano a conoscenza dell’operazione.

Altmann e Schwend avevano naturalmente il miglior alibi del mondo. Ne restavano a sapere solo due. Feltrinelli — che aveva co-organizzato la cosa. Per i palestinesi, per i suoi amici di sinistra. Aveva partecipato un po’ e dato un po‘ di soldi. E Jacques de Bernonville  che aveva organizzato il trasbordo a Rio. Dunque Bernonville e Feltrinelli diventavano un pericolo. Chi se ne occupa? Altmann-Barbie dice subito: ’Lo facciamo alla nostra maniera. Si consegna sempre un lavoro pulito.‘

Il signor Altmann-Barbie aveva inventato qualcosa durante la guerra — per questo aveva avuto la Croce di Ferro. Quando acchiappava i partigiani in Francia, lo faceva sempre così: prima li spremeva con gli interrogatori, naturalmente. E quando non riusciva a tirar fuori nient’altro, metteva in scena la cosa come se fossero saltati in aria mentre costruivano bombe nel proprio appartamento. In questo modo venivano anche esposti al ridicolo. Alla fine: morti. ’Erano troppo stupidi per costruire bene la bomba.' Ed è esattamente così che è andata con Feltrinelli.“

Successivamente John si vanta di essere venuto a sapere un sacco di cose e conclude da vero fanfarone: ”Non sono un cacciatore di nazisti, come la gente sostiene sempre, o un patologico odiatore dei nazisti — sono tutte stupidaggini. Ma le persone venivano sempre da me (a raccontare tutto, ndr). Dove altro sarebbero andate?". Solo da John, Herbert John

Billetal: La nave cargo noleggiata dalla Merex per i traffici di armi Deutsche Digitale Bibliothek

Farneticazioni al limite della mitomania? Diverse cose in realtà le rileggeremo pari-pari nell’articolo uscito sei anni prima, nel maggio 1972, che sarà il focus della prossima puntata. Ciò significa che la fonte di informazione - ignorata al di fuori di questo ristretto circuito - è la stessa. Secondo Barbie, John era una spia e questo, come abbiamo visto, è verosimile, anche se non sappiamo per chi lavorasse. Per cui è possibile che John parli in nome di qualche interesse non identificato. Ok, ma quale? 

Ciò che conta è che nel suo racconto, in ogni caso, ci sono molte cose indubbiamente vere o altamente verosimili.

Indispensabile a questo punto fare una sorta di lettura critica con parafrasi. 

La parte del racconto più “forte” e circostanziata è quella sui traffici di armi, prima verso Israele e poi verso i palestinesi. Al minuto 16 di questo file John dice che tutti i documenti sul traffico di armi sono nelle mani dell’Interpol. Tornando al primo traffico verso Israele dice che i tre — Altmann, Skorzeny e Schwend — erano a bordo della nave  e che quando arrivano in Spagna a Santander i tre vanno dal capitano e gli dicono di proseguire fino a Haifa. 

Controversa e bollabile come “bullshit” la parte su Debray? Il filosofo francese viene liberato il 23 dicembre 1970, dopo oltre tre anni di carcere. La data è significativa. Da due mesi al governo c’è Torres, “il generale di sinistra” nemico di Barbie che alcuni mesi dopo fa uscire le carte sul traffico d’armi verso Israele. Ma delle circostanze che hanno portato alla liberazione si trova poco.

Quello che dice John potrebbe essere tutto inventato oppure l’uomo confonde gli eventi e gli anni. Nessuna biografia su Feltrinelli parla di un ruolo dell’editore nella liberazione di Debray nel 1970. Tutti scrivono del viaggio nel 1967, oggetto della seconda puntata di Feltrinelli Story. Ma se Herbert John non si è inventato tutto cosa si può ipotizzare?

Nel dicembre 1970 Feltrinelli è in clandestinità da più di un anno. Si muove in tutta Europa e nel mondo con passaporti e identità false. Appena può va a Oberhof e passa del tempo con Sibilla, alla quale non rivela la gran parte dei suoi spostamenti. Possibile che con l’appoggio di un servizio straniero — quello cubano? — Feltrinelli raggiunga prima Cuba e poi La Paz sotto falsa identità e paghi quella cifra per la liberazione di Debray? Possibile è possibile, ma c’è una grande contraddizione di fondo: come possono Barbie e Schwend aver aiutato Feltrinelli se al potere c’era un generale di sinistra? Comunque, se John ha costruito una realtà parallela lo ha fatto minuziosamente. 

Nel suo infinito dialogo con Barbie, Heidemann prova a buttare lì la domanda se Feltrinelli era arrivato in Bolivia per la liberazione di Debray (intendendo nel 1970, suppongo) e Barbie risponde sì sì, ma poi sembra fare riferimento al 1967 (anche se nella pagina prima aveva dimostrato di sapere che Debray era stato condannato a 30 anni nel 1967 ....) e poi cambia discorso parlando del governo di sinistra che prende i contatti con i comunisti. 

“Klaus Altmann su Che Guevara e Régis Debray”: “... E poi questo presidente Torres, con il suo governo mezzo comunista, lo ha lasciato andare!” G.H: “E per questo Feltrinelli era qui? Lui si era infatti impegnato per la liberazione di Debray.” Altmann: “Sì, sì. Feltrinelli era presente al processo. No, qui non danno molto peso a cose del genere; fino ad ora non esistono nemmeno relazioni con Cuba. Adesso i comunisti hanno chiesto di stabilire relazioni con Cuba.” G.H: collection

Banzer è stato deposto con un colpo di stato nel 1978 e quando Heidemann e Barbie si trovano a La Paz e poi sul Lago Titicaca in Bolivia sta governando il riformista Padilla. Insomma, la risposta di Barbie è confusa, forse volutamente. E' peraltro documentato che Barbie già dal 1978 stia progettando con i Novios de la Muerte - i fidanzati della morte - e Stefano Delle Chiaie il Cocaine Coup del luglio 1980.

Tra i molti spunti poco noti o del tutto inediti del racconto di John salta subito all’occhio un nome nuovo, “Bernonville” che solo il giornalista collega all’omicidio Banchero, alle altre morti di cui si è scritto e pure a Feltrinelli. John si riferisce a Jacques Dugé de Bernonville, un nobile francese, collaborazionista, che a Lione nel 1943 lavora fianco a fianco con Barbie: braccio destro della Milice, cacciatore di partigiani, torturatore. Presta giuramento a Hitler, si arruola nelle Waffen-SS, dà la caccia ai maquisard delle Glières. Condannato a morte in contumacia dalla Francia liberata, fugge travestito da prete — prima in Spagna, poi in Quebec, poi in Brasile, dove la Corte Suprema nel 1957 si rifiuta di estradarlo. Si sistema a Rio, dove vive indisturbato sotto un ritratto di Pétain. Il 27 aprile 1972 — quattro mesi dopo Banchero, sei settimane dopo Feltrinelli — viene trovato nel suo appartamento legato, imbavagliato e strangolato. La polizia brasiliana arresta il figlio della domestica, un ragazzo con deficit mentale. Come vedremo, sembra una replica dell’omicidio Banchero: un capro espiatorio di servizio, una versione impossibile, un caso chiuso troppo in fretta. Possibile movente sempre lo stesso: chiudere la bocca a chi è al corrente dei traffici con il Medio Oriente.

Jacques Dugé de Bernonville,: Collaborazionista francese rifugiatosi in Canada e poi in Brasile journals.openedition.org/

Una frase dell’audio tutta da verificare è quella su Feltrinelli fatto saltare in aria “come i partigiani francesi” dopo che erano stati “spremuti” negli interrogatori. Suona assurdo che Barbie si faccia problemi a giustiziare “semplicemente” i prigionieri e si premuri di farli saltare in aria per far fare loro la figuraccia degli improvvidi. Allo stesso tempo anche questa è una frase che non si capirebbe perché un giornalista germanico che parla della morte di un editore italiano con un altro giornalista germanico dovrebbe inventarsi del tutto.

Tanto più che Herbert John è già al corrente di un fatto storicamente preciso: Barbie aveva in effetti ottenuto la seconda Croce di ferro, la Eisernes Kreuz I. Klasse mit Schwertern, nel novembre 1943, esattamente per il lavoro svolto contro la Résistance francese. La valutazione di servizio firmata dall’SS-Sturmbannführer Wanninger, che raccomandava la contestuale promozione, recita testualmente: “Per particolari risultati investigativi e per il suo instancabile impegno nel contrasto di un movimento di resistenza, il Reichsführer-SS ha espresso a Barbie il proprio riconoscimento personale attraverso una lettera personale”.

Complicate ricerche online hanno portato a individuare due casi — ovviamente “dubbi” — documentati nella zona di competenza della Gestapo di Lione diretta da Barbie. Il primo è quello di Serge Basset, detto Alexis, studente e partigiano del gruppo di Saillans-Vercheny nella Drôme. Nella notte tra il 21 e il 22 dicembre 1943, Basset partecipa a un’operazione di sabotaggio ferroviario sulla linea Livron-Briançon tra Vercheny e Pontaix: per mancanza di esplosivi il gruppo smonta e sposta i binari con attrezzi manuali, facendo deragliare un treno di soldati tedeschi in licenza, uccidendone 19. La rappresaglia tedesca è immediata e spietata: 57 uomini rastrellati e deportati in Germania, 38 dei quali non tornano. Basset — che in quell’operazione non aveva usato esplosivi — risulta poi “déchiqueté accidentellement par l’explosion prématurée d’une mine”, “dilaniato accidentalmente dall’esplosione prematura di una mina”. Secondo la ricostruzione fatta dal ricercatore francese Robert Serre, il 18 giugno 1944, nell’ambito del piano di protezione del Vercors, Serge Basset — che comanda il Battaglione FTPF del Diois appena costituito — si reca assieme a due altri resistenti a Pontaix per minare un ponte. Un errore nella miccia dell’esplosivo provoca un’esplosione prematura che uccide i tre partigiani. Non padroneggiando gli esplosivi, avrebbero usato al posto di una miccia lenta il “cordone arancione” riservato agli ordigni incendiari — una miccia a combustione istantanea, paracadutata nei container britannici del SOE e codificata per colore come le altre, ma con un comportamento radicalmente opposto: invece di dare il tempo di allontanarsi, innescava la carica con una rapidità identica a quella del cordone detonante. È un errore difficile da spiegare, soprattutto perché i tre uomini erano insieme: normalmente chi piazza un ordigno viene affiancato da compagni esperti, e la presenza di tre persone avrebbe dovuto garantire un controllo reciproco sul materiale impiegato.

Ci sarebbe un secondo caso - e quindi un quarto morto -  si tratta di di un panettiere lionese nato il 18 febbraio 1920, morto “accidentellement” il 21  giugno 1944 a Vanosc, in Ardèche, ma per questo decesso attualmente nella ricostruzione mancano dettagli cruciali. 

La possibilità che tecniche di questo genere fossero nella disponibilità operativa della Gestapo di Lione non sembra comunque campata in aria. L’organismo che Barbie controllava attraverso Francis Andréil Mouvement National Anti-Terroriste, MNAT — era un apparato specializzato nella manipolazione della violenza partigiana a fini propagandistici. La sua firma operativa era il cartello appeso al collo dei cadaveri: “Terreur contre terreur. Cet homme paie de sa vie l’assassinat d’un national” — “Terrore contro terrore. Quest’uomo paga con la vita l’assassinio di un nazionalista” (testimonianza di Harry Stengritt, membro della Sezione VI/Gestapo/SD Lyon, davanti al tribunale militare di Lione il 18 febbraio 1949). Un organismo che costruiva la propria legittimità sull’idea che ogni morte partigiana fosse la conseguenza naturale delle scelte della vittima non avrebbe avuto difficoltà concettuali a presentare un sabotatore fatto saltare in aria come un incompetente vittima della propria bomba.

Parafrasi finita.

Dobbiamo tornare a John. Prima abbiamo visto quanto si sia esposto pubblicamente nelle accuse a Barbie e Schwend. Dopo gli articoli di Hoy  il giornalista scappa dalla Bolivia. Ma prima di sparire ruba dei documenti molto importanti dall’archivio di Schwend. Come lo sappiamo? Da questo pdf:

CIA disclosure act

La mia faccenda qui si sistemerà da sola, purtroppo con molto spreco di tempo, esattamente come accadde nel caso Banchero. Io non ho mai avuto nulla a che fare con quest’ultimo, non lo conoscevo, né avevo rapporti con le sue aziende. Analogamente, nel caso che mi viene qui contestato, non ho mai avuto in mano un dollaro o un sol del farabutto Schneider, né ho mai effettuato alcun trasferimento. Gli agenti John/Schneider si servono del caso Banchero per depistare la giustizia locale e per penetrare nella mia casa. In tal modo hanno potuto impossessarsi in tutto o in parte degli atti più importanti, tra cui una cartella con la dicitura Barrientos/Israel/Bonn — documenti originali insostituibili relativi al noto affare di armi e alle commissioni pagate, di cui anche qualche milione è poi confluito verso Israele — e poi gli atti sul caso Hatvany, anch’essi documenti originali che avevo potuto ottenere tramite Jack Levis van Harten e Gyssling.

Cordiali saluti Schwend

Secondo il documento desecretato dalla CIA — che riproduce una lettera “intercettata” dello stesso Schwend — l’ex nazista riferisce che John e Johannes Volkmar Schneider-Merk, vicesegretario della camera di commercio di Lima, gli avevano sottratto una cartella riservata denominata “Barrientos/Israel/Bonn”, contenente informazioni dettagliate sui traffici di armi. Il destinatario della lettera è Julius Mader, uno dei più noti scrittori della DDR specializzati in intelligence, in realtà un maggiore della Stasi, impegnato in operazioni di propaganda e guerra psicologica contro la Germania Ovest e la NATO. Schwend triplogiochista? A questo punto della storia c’è poco di cui sorprendersi. Nelle ultime righe della sua missiva il nazista dice che nella cartellina c’erano i documenti originali che riguardavano anche le “gezahlte Kommissionen” delle quali “un paio di milioni fluirono verso Israele”.  Un dettaglio, questo, per noi molto importante per comprendere le possibili ragioni della scia di sangue.

Il “caso Hatvany” a cui allude Schwend  riguarda la collezione d’arte del barone ungherese Ferenc Hatvany, uno dei più importanti collezionisti europei del primo Novecento. Durante la guerra la collezione — Renoir, Courbet, Cézanne tra gli altri — viene in parte trafugata, in parte dispersa. Schwend scrive a Mader di possedere “documenti originali” su questo caso, ottenuti tramite Jack Levis van Harten e Gyssling — figure a loro volta collegate alle reti di riciclaggio e intelligence che ruotavano attorno a Schwend stesso.

Dal momento che la CIA non metterebbe online un documento che metta in cattiva luce le forze “occidentali” o comunque gli alleati degli USA — falso o artefatto — lo si deve dare per buono. Il che trasforma John da semplice narratore forse inattendibile a qualcuno che ha avuto accesso a fonti di primissima mano.

Possiamo dunque essere certi di una cosa: almeno per ciò che riguarda il traffico di armi con Israele e gli omicidi boliviani, John può essere considerato attendibile. Aveva sottratto i documenti a Schwend. Era questo il contenuto del microfilm che ha proposto a Heidemann? Nell’archivio di Schwend ha trovato una lettera di Feltrinelli sulla Colt Cobra? Non lo sapremo mai con certezza. Come non sapremo mai perché John abbia voluto infilare Feltrinelli nella storia.

Ciò che sappiamo è che nei mesi prima della sua morte, Feltrinelli è esposto su troppi fronti contemporaneamente.  Nell’articolo americano uscito nel maggio 1972 — quello da cui è partita tutta questa storia — c’è qualcosa che ancora non abbiamo letto. Lo faremo nella prossima puntata.

Gli altri articoli della serie si trovano qui: https://salto.bz/it/feltrinelli 

E qui i podcast: https://salto.bz/it/feltrinelli-story-podcast