“Non solo Lidia Poët”
Questo articolo è gratuito per te. Il giornalismo indipendente in Alto Adige ha però bisogno del tuo sostegno. Saremmo lieti se sottoscrivessi un abbonamento a SALTO. Grazie mille!
Abbonati ora a S+Raccontare la storia delle donne vuol dire scontrarsi con la difficoltà di reperire documenti. Nei secoli libri, carteggi e biografie hanno permesso di dialogare in maniera più o meno costante con i personaggi storici del passato, con una prospettiva orientata in larga parte verso i personaggi maschili, oggetto di studi pressoché esclusivi anche nelle scuole. Nonostante le difficoltà quotidiane legate alle discriminazioni di genere, anche le donne, con fatica, sono riuscite a lasciare traccia delle proprie testimonianze: è il caso di Lidia Poët, prima avvocata italiana che si è battuta per la propria iscrizione all’albo nell’ostile ambiente forense italiano di fine ottocento. Le sue vicende si iscrivono all’interno delle rivendicazioni di altre avvocate europee che, nello stesso periodo, cercarono di ottenere la possibilità di esercitare la professione in Belgio e Francia, dando inizio ad una lotta che, dopo molte vicissitudini, permetterà alle giuriste di accedere a tutte le cariche forensi. Di questo parla il libro Lidia Poët e le prime avvocate, di Alberto Nicòtina, ricercatore e docente di diritto europeo all’Università di Amsterdam e vincitore del Premio Letterario Bolzano 2026 per gli under 35 della Società Dante Alighieri di Bolzano.
SALTO: Com’è nata l’idea di questo libro?
Alberto Nicòtina: Per lavoro mi occupo di contenzioso strategico e nell’ambito delle mie ricerche mi sono chiesto come fosse nato in Europa e che evoluzione avesse avuto, tra i casi storici è possibile inserire anche l’esperienza delle prime donne avvocate in Europa, le quali hanno portato davanti alle corti la loro lotta politica. Mi interessava particolarmente scoprire come, attraverso un percorso giuridico-legislativo, si esprimessero delle istanze diventate poi parte dell’azione collettiva dei primi movimenti femministi dell’Europa continentale.
Qual è la storia di Lidia Poët?
Nata in una famiglia valdese, in un ambiente liberale, sviluppa presto una coscienza politica, legata anche al suo status di appartenente ad una minoranza, quella valdese appunto, che aveva conosciuto forti discriminazioni in Italia. Ottiene un’educazione borghese che le permette di essere la prima donna laureata in giurisprudenza all’Università di Torino, nel 1881, non appena viene concesso alle donne di frequentare i corsi accademici. Dopo il praticantato otterrà in un primo momento l’iscrizione all’albo, che verrà poi impugnata e cancellata in un lungo processo tra i vari gradi delle corti. Riuscirà ad iscriversi solamente nel 1920, ormai sessantacinquenne, dopo la definitiva apertura della professione forense alle donne, nel 1919.
Il suo però non è il solo caso in Europa…
Una volta che viene data alle donne la possibilità di laurearsi, anche loro reclamano la possibilità di partecipare con la loro competenza alla vita lavorativa. In Belgio c’è il caso di Marie Popelin, che, nonostante le sue lotte davanti alle corti, morirà prima che l’albo venga aperto definitivamente alle donne, nel 1922. In Francia, invece, Jeanne Chauvin riesce a diventare avvocata, grazie al coinvolgimento dei partiti socialisti e liberali, che, nel 1900, approvano un disegno di legge sul tema, facendo cadere le barriere legate al genere. Singolare è poi il caso di Samirza Bilcescu, avvocata rumena che si laurea alla Sorbona e che ottiene l’iscrizione all’ordine di Bucarest, per poi non esercitare mai. Il suo caso rimarrà però isolato, anche a causa dell’assenza di un’organizzazione femminista di sostegno in Romania.
Una volta che viene data anche alle donne la possibilità di laurearsi, anche loro reclamano la possibilità di partecipare con la loro competenza alla vita lavorativa
La fine dell’ottocento in Europa rappresenta un momento di cambiamenti sociali?
I casi di queste avvocate sono legati alla prima ondata femminista che raccoglie a Parigi le precedenti e concomitanti lotte delle suffragette nel Regno Unito: proprio la Francia, a quei tempi, è il centro delle rivendicazioni femministe e tutte loro, compresa Lidia Poët, parlano e si muovo in un ambiente francese, questo permette loro interagire, di scambiare carteggi e riconoscersi in una battaglia collettiva.
Fondamentale è anche la figura di Louis Frank, avvocato e attivista francobelga?
Fu proprio lui a rappresentare Marie Popelin davanti alla corte belga per l’iscrizione all’albo, studiò il caso di Lidia Poët e supportò Jeanne Chauvin in Francia. Grazie al suo archivio, conservato nella biblioteca reale di Bruxelles, ho potuto accedere ai carteggi delle avvocate e confrontarmi con la loro voce. Nel 1896 Louis Frank iniziò a lavorare ad un archivio delle donne giuriste, corredato di fotografie, che si apriva anche alle esperienze di giuriste non europee.
La difficoltà di raccontare la storia dei personaggi femminili è resa più complicata dal fatto che ci sono meno archivi?
Purtroppo quando si parla di donne non è facile reperire documenti e bisogna spesso affidarsi ai racconti di altre persone, quasi sempre uomini. I ruoli pubblici destinati alle donne erano molto esigui e, di conseguenza, anche gli archivi a loro dedicati, inoltre si riteneva che le vicende femminili fossero di minore importanza. Nel libro, però, volevo che fossero le donne a parlare e proprio per questo, nella parte finale, ho voluto riportare le lettere dell’archivio di Louis Frank, che lui stesso aveva ricevuto da Jeanne Chauvin, Lidia Poët e Samirza Bilcescu.
Quanto sono conosciute queste donne in Europa?
Si stanno riscoprendo solamente in questi anni, in alcune città come Torino, Bruxelles o Parigi ci sono strade o piazze intitolate a loro, ma purtroppo non fanno ancora parte della nostra memoria collettiva, come avviene per altre figure maschili. In Italia la serie su Lidia Poët ha sicuramente contribuito e devo dire che ho apprezzato l’intento di accendere i riflettori sul personaggio, con una narrazione gialla e senza particolari velleità storiche. Se posso, però, fare un appunto, trovo che il ricercare ancoraggio storico attraverso le figure maschili sia sbagliato, nonostante il clima dell’epoca il fratello e il padre di Lidia Poët erano suoi alleati e sostenitori.
Purtroppo quando si parla di donne non è facile reperire documenti e bisogna spesso affidarsi ai racconti di altre persone, quasi sempre uomini
Nel libro, infatti, si trovano diversi uomini, di appartenenza socialista o liberale, che si unirono alle rivendicazioni femminili?
Diversi uomini sposarono la causa femminista, a partire da John Stuart Mill nel Regno Unito, passando per Émile Chauvin, fratello di Jeanne, o Léon Richer, per arrivare allo stesso Louis Frank. Mi preme sottolineare che furono tutti degli importanti alleati, ma non si appropriarono della causa: nel loro ruolo non sovverchiarono le donne, ma divennero parte del collettivo.
Nel libro si evince quanto l’azione coordinata di molti ha permesso di ottenere risultati...
Con il mio libro vorrei proprio riaffermare la centralità dell’opera collettiva: il successo di queste rivendicazioni fu dovuto soprattutto al costante apporto di molti e non ad isolate figure che avevano lo scopo di ottenere l’etichetta di eroi od eroine. Nonostante la differenza di visione su come portare avanti il cambiamento, l’alleanza negli intenti ha permesso al percorso di andare avanti e stabilire cambiamenti duraturi, dovremmo iniziare a ripensare il modo di raccontare vicende storiche come atti dei singoli e spostare il focus sul lavoro enorme che coinvolge per intero i movimenti.
Aggiungi SALTO alle tue fonti preferite su Google
Acconsenti per leggere i commenti o per commentare tu stesso. Puoi revocare il tuo consenso in qualsiasi momento.