Cultura | SONORA 709

In bilico tra visibile e invisibile

L’ensemble Brú propone musiche della tradizione, arrangiamenti e composizioni originali. SALTO intervista Krishna Nagaraja, ideatore del progetto “Scandinavian Spirits”.
Nagaraja, viola
Foto: Danna Maria Viksten
  • SALTO: Maestro Nagaraja, l’ensemble Brú a Merano per SONORA 709 presenta il progetto “Scandinavian Spirits”. Cosa intendete per “New early music”?

    Krishna Nagaraja:  il motto “New Early Music” risale agli albori dell’ensemble, fondato intorno al 2012 da un manipolo di musicisti barocchi accomunati da una grande passione per le musiche tradizionali, specie irlandesi e scozzesi. Tra i membri fondatori, a parte me, ricordiamo Alessandro Tampieri al violino, Marco Frezzato al violoncello, e Michele Pasotti alla tiorba: tutti musicisti attivi nella prassi storicamente informata del repertorio barocco, che si chiedevano se non fosse possibile usare criteri simili anche nella musica di tradizione popolare, per (ri-)costruire uno stile esecutivo che rispettasse i codici dell’epoca per esempio settecentesca. Il lato “New” del motto, tuttavia, veniva da un approccio all’arrangiamento che si ispirava non solo alla matrice barocca ma anche a quella folk, e che infine comunque non si voleva necessariamente vincolato a uno stile particolare. In questo senso la musica prodotta – che visto il nostro background non poteva che essere almeno in parte di gusto “Early” – era anche “New”: la locuzione “New Early Music” mostrava con un filo di ironia anche il dialogo spesso contraddittorio tra nuovo e antico, e tra musica antica e musica antica ricreata oggi. 
     

    “Non presento più i nostri programmi sotto l’egida del motto ”New Early Music“, che ormai secondo me non esaurisce tutte le direzioni che gli arrangiamenti hanno preso.”

     

    Con lo svilupparsi del progetto, le prime escursioni nella musica nordica e il peso sempre maggiore dell’attività arrangiativa (realizzata più che altro da me) mi portarono a svincolare l’estetica del gruppo da denominazioni troppo cariche di connotazioni stilistiche; infatti da anni ormai non presento più i nostri programmi sotto l’egida del motto “New Early Music”, che ormai secondo me non esaurisce tutte le direzioni che gli arrangiamenti hanno preso. Pur mantenendo, ovviamente, una chiara impronta barocca sia nelle partiture che negli strumenti che suoniamo, sia anche nello stile con cui li suoniamo: è pur sempre una grande parte di noi, anche se non vorrei limitasse troppo le nostre esplorazioni. So però che il motto compare ancora qua e là nelle nostre (dis)incarnazioni online: colpa mia, avrei dovuto aggiornare cose che non ho mai aggiornato…

    ...e a cosa allude il nome dell’ensemble?

    La storia del nome vero, Brú, è in realtà molto più semplice e molto più divertente. Nei primi anni 2000 suonavo con un gruppo di musica irlandese, scozzese e bretone, e spesso andavo in vacanza in Irlanda con il percussionista del gruppo (Daniele Rigamonti, tuttora mio grandissimo amico). Una volta ci trovavamo a Newgrange, sito archeologico con monumenti neolitici denominati in gaelico irlandese Brú na Bóinne. Al di là della traduzione letterale (qualcosa tipo “dimora del fiume Boyne”), ci divertì molto il suono della prima parola, di cui ignoravamo assolutamente il significato: era come il verso di un bizzarro animale mitologico! Caso voleva che noi andassimo in giro con un pupazzetto buffissimo, messo per gioco di fianco alle nostre custodie aperte quando suonavamo per strada per accattivare i passanti, consentendoci di raggranellare qualche decina di euro da trasformare in Guinness la sera al pub. Quel pomeriggio a Newgrange decidemmo di battezzare il pupazzetto col nome Brú! E mentre giravamo con Brú il pupazzetto assurdo decidemmo che, se mai io e lui avessimo fondato una band nostra di musica irlandese, l’avremmo chiamata con lo stesso nome. L’occasione di fare un gruppo con Daniele non si è poi presentata, la vita ci ha chiamato in direzioni musicali diverse: ma quando alla fondazione dell’ensemble attuale mi trovai a dovergli dare un nome, la scelta di Brú fu praticamente automatica…

    Quello che ancora non sapevo era che, secondo una leggenda druidica, Brú è la dimora oltremondana degli dèi, in cui dimorano tre alberi che portano incessantemente frutto e al cui centro sta un calderone dal quale nessuna compagnia mai si ritirò insoddisfatta: mai ideale potrebbe essere più alto, per un gruppo che fonda la propria essenza su organismi perennemente vivi come le tradizioni musicali! 

    Negli anni ho inoltre scoperto altri significati di parole simili a Brú, tipo “bro” (pronunciato “bru”) che nei linguaggi nordici vuol dire “ponte”: non è un caso se al centro del programma “Scandinavian Spirits” c'è una composizione che racconta l’ingresso del protagonista sul ponte che collega il nostro mondo all’Aldilà, e che nel poema norvegese originale è denominato proprio gjallarbrú.

  • Brù: Dopo una tournée di debutto in Finlandia, il gruppo ha suonato per il Festival MA Early Music di Bruges, alla Filarmonica di Varsavia. Nel 2021 è stato ospite per la terza volta di MITO SettembreMusica. Foto: Brù
  • Sulla pagina di UNIARTS Helsinki abbiamo appreso che nell’istituzione della capitale finlandese è, o è stato?, ricercatore. Lei proviene da una famiglia indiana, vive a Milano. Quale è stato il percorso che la ha portata a Helsinki, a interessarsi e appassionarsi alla tradizione scandinava?

    Confermo che sono tuttora ricercatore artistico affiliato all’Accademia Sibelius dell’Università delle Arti di Helsinki. E confermo che la mia famiglia è mista, mio padre indiano e mia madre umbra, io nato in Umbria ma cresciuto in provincia di Varese. Sono approdato a Helsinki grazie alla musica folk, e in generale alla mia curiosità musicale – pur essendo di estrazione classica, ho percorso sentieri diversi quali musica vocale, musiche tradizionali, e persino pop a cappella in qualità di percussionista vocale. Conobbi la musica folk nordica dopo aver bazzicato per qualche anno l’ambiente italiano di musica cosiddetta “celtica”, quando un’amica esperta anche di altre tradizioni mi sottopose un CD di musiche svedesi, norvegesi e finlandesi: fu amore a primo ascolto. Anni dopo, quel semino piantato inconsapevolmente mi spinse a iscrivermi a un master in musica globale (GLOMAS) presso la Sibelius Academy, a completarlo con il primo concerto pubblico di Brú con arrangiamenti miei, e poi a proseguire le ricerche con un dottorato finito qualche anno fa alle stesse latitudini. Trovo che la storia e la varietà delle musiche nordiche siano stupefacenti nel panorama europeo, e meritino senza dubbio molta più diffusione di quella di cui attualmente godono. 

    Nell’ensemble, oltre alla viola barocca, suona lo “Hardanger fiddle”. Ci presenta questo strumento?

    L’Hardanger fiddle (hardingfele, in norvegese, ndr) è un violino con corde di risonanza che rappresenta un po' il simbolo della tradizione folk norvegese. Tre caratteristiche sono forse i suoi tratti distintivi: il fatto che quattro o cinque corde di risonanza poste sotto la tastiera vibrino per simpatia quando le stesse loro note vengono suonate sulle corde sopra la tastiera, producendo un alone di riverbero davvero magico; il ponticello quasi piatto che “obbliga” a suonare due corde insieme, rendendo possibili polifonie e accompagnamenti con bordoni; gli elaboratissimi intarsi di madreperla e gli ornamenti sul corpo dello strumento, che non hanno effetto sul suono ma catturano parecchio la vista!

     

    “La reputazione del violino norvegese ha attraversato alti e bassi nei secoli: in periodi più puritani era associato a manifestazioni addirittura demoniache e dunque non visto di buon occhio.”

     

    Le origini esatte dello strumento si perdono nella nebbia dei secoli precedenti al XVII (il più antico esemplare conservato è del 1651): alcuni pensano sia un discendente del violino italiano cui, giunto in Norvegia, furono aggiunte delle corde di risonanza; altri pensano che derivi direttamente da strumenti medievali (giga, fidla). Quale che sia la verità, i primi esemplari di cui si ha notizia vengono a quanto pare dalla regione di Hardanger, donde il nome inglese “Hardanger fiddle”.

    La reputazione del violino norvegese ha attraversato alti e bassi nei secoli: in periodi più puritani era associato a manifestazioni addirittura demoniache o comunque esoteriche e dunque non visto di buon occhio. Innumerevoli sono le leggende di esseri soprannaturali più o meno malvagi che attraggono le loro vittime al suono del violino, compresa quella narrata in un brano del nostro programma intitolato “Näcken och Jungfrun”. Il Näcken è un essere muta-forma che appare sotto forma di cavallo bianco, o di nobiluomo, oppure per l’appunto suonatore di hardingfele, e con abilità diabolica seduce le sue vittime per poi annegarle o rapirle per sempre. Nel nostro pezzo, ho incrociato questa leggenda a una ballata medievale svedese e tre melodie norvegesi famose per il loro carattere ipnotico. Quello è, non a caso, l’unico momento nel programma in cui suono l’Hardanger fiddle. 

  • Nel corso o a margine di un suo concerto le è capitato un episodio buffo (o tragicamente comico) di cui ancora sorride?

    La leggenda urbana vuole che tra gli strumentisti ad arco i violisti siano quelli un po' meno svegli, il che è testimoniato dal numero notevole di barzellette sulla nostra categoria, quasi paragonabile a quelle sui Carabinieri. L’unica vera “figura da violista” che io abbia mai fatto fu qualche anno fa con un gruppo barocco italiano in concerto al Muziekgebouw di Amsterdam. Ero l’unica viola, e non suonavo tutti i pezzi; in un mottetto infatti io dovevo uscire dal palco e rientrare autonomamente dopo gli applausi per il pezzo successivo. Sbagliai però clamorosamente la durata del mottetto, e senza dire nulla a nessuno mi ritirai in camerino a studiare per troppo, troppo tempo…quando, ignaro di tutto, uscii da camerino pensando che il pezzo stava per finire, vidi l’intendente dell’orchestra che correva a perdifiato nei corridoi chiamandomi a gran voce...un tremendo sospetto mi attraversò la mente…quel che mi ricordo è che poi fui scaraventato sul palco da intendente e direttore, col direttore artistico del Muziekgebouw di fianco che tratteneva a stento le risate, davanti al resto dell’orchestra sogghignante in silenzio, alla povera solista che era lì come una statuina da più di cinque minuti, e al pubblico che al vedermi e all’annuncio “Ecco il nostro violista!” scoppiò in una grande risata (che non ho ancora capito se prendere come benevolenza o derisione…)

    Ci segnala un libro che è stato per lei importante?

    “Narciso e Boccadoro”, di H. Hesse, e “Il Signore degli Anelli” di J.R.R. Tolkien, mi hanno cambiato profondamente. 
     
    Pensa con Dostoevskij che “la bellezza salverà il mondo”?

    La questione vera per me è se il mondo riuscirà ancora a riconoscerla, la bellezza…

  • 8.04.2026 ore 20.30

    SONORA 709 – classic - SCANDINAVIAN SPIRITS

    Brú:

    Nadia Kuprina – Voce

    Davide Monti – Violino barocco

    Krishna Nagaraja – Viola barocca, Hardanger fiddle

    Marco Testori – Violoncello barocco

    Giangiacomo Pinardi – Arciliuto

     

    Merano - Teatro Puccini