Il ritmo del ping-pong
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Debora Vivarelli ha “respirato” ping-pong fin da piccola. Entrambi i suoi genitori praticavano questo sport e tra i suoi primi ricordi ci sono i pomeriggi da piccola a vedere le partite del padre. Da lì, il passo verso la prima racchetta è stato naturale. “A sei anni anche io ho iniziato a correre dietro a una pallina e, nel giro di poco, sono passata dalle partite con mia sorella Lisa agli allenamenti e ai tornei”, racconta. Sin da bambina il talento è evidente: arrivano le prime vittorie e le prime medaglie, prima a livello locale e poi nazionale e Vivarelli capisce presto che il tennistavolo sarebbe diventato molto più di una passione.
A 15 anni si allena già due volte al giorno, ma in un contesto piccolo come quello altoatesino non trova le condizioni ideali per crescere ulteriormente e decide di trasferirsi a Milano. Resta nel capoluogo lombardo due anni, poi si sposta a Castel Goffredo, in provincia di Mantova. “Sono rimasta lì altri due anni, ma il richiamo di casa era forte e a un certo punto mi sono detta che non valeva la pena stare lontana”, ricorda. Nel frattempo sua madre prende in mano la società sportiva di Appiano e le propone di costruire una squadra competitiva. Vivarelli accetta la sfida e da allora, oltre a essere tesserata per il Centro Sportivo Esercito, milita nelle fila dell’Asv Eppan/Appiano Tischtennis.
“In media passiamo tra le cinque e le sei ore al giorno al tavolo.”
Nel tennistavolo il percorso degli atleti si sviluppa su due piani. Da una parte c'è il circuito internazionale, dove – a livello individuale – si conquistano i punti per il ranking mondiale. È qui che una giocatrice costruisce la propria carriera, con il sostegno fondamentale dei gruppi sportivi militari, che in Italia garantiscono stabilità economica e supporto tecnico e logistico. Dall’altra ci sono i campionati a squadre con i club, in Italia e all’estero, che danno continuità alla stagione. Il vertice di questo percorso è rappresentato dalla Nazionale, con cui si disputano Europei, Mondiali e Olimpiadi.
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Come in tutti gli sport, anche nel tennistavolo l’allenamento è decisivo per raggiungere e mantenere un alto livello di gioco. “In media passiamo tra le cinque e le sei ore al giorno al tavolo – spiega Vivarelli – e a questo si aggiunge la preparazione fisica dove curiamo forza, agilità, velocità e prevenzione degli infortuni”. Le sessioni seguono una struttura precisa. Si parte con il riscaldamento, lavorando sulle diagonali di dritto e rovescio, per poi passare ad esercizi in cui un giocatore tiene il ritmo in modo più passivo, mentre l’altro costruisce il punto. “Si parte da sequenze semplici – rovescio, dritto, ancora rovescio – e poi si aumenta la complessità”, continua Vivarelli. Con il passare dei minuti si introducono situazioni di gioco reali, legate agli avversari che si affronteranno, cercando di sfruttarne i punti deboli e consolidare i propri. Una parte importante è dedicata anche al servizio. “Non facciamo ace come nel tennis, ma possiamo lavorare molto sugli effetti e sui piazzamenti, corto o lungo, per impostare lo scambio e determinarne lo sviluppo”.
Perché in questa disciplina il margine è minimo. Bastano pochi minuti fuori ritmo o un breve passaggio a vuoto e la partita può essere compromessa. L’esperienza aiuta, ma non basta. “Anche dopo tanti anni ci sono momenti in cui non si è mai pronti abbastanza – osserva Vivarelli –. Di recente sono stata ferma due mesi e mezzo per un infortunio alla cervicale e quando sono rientrata, nonostante giochi da vent’anni, le prime partite sembravano la prima volta”. Ed è qui che entra in gioco l’aspetto psicologico. Da anni la giocatrice sudtirolese si affida a Monika Niederstätter, ex atleta e oggi psicologa. “È un aiuto fondamentale, non solo per gestire le partite ma anche tutto quello che c'è attorno: stress, pressione, rapporti con allenatori, compagni, federazione”. Tutti elementi che dovrebbero restare fuori dal campo, ma che in realtà è molto difficile non portarsi dietro. Il lavoro è imparare a separarli, così che “quando inizia la partita si è in grado di isolarsi”.
Nel tennistavolo bastano pochi minuti fuori ritmo e la partita può essere compromessa.
Se la testa è una componente decisiva, lo è ancora di più in una carriera che si svolge costantemente in movimento. Il tennistavolo internazionale è fatto di continui spostamenti. “Siamo perennemente in giro: oggi in India, domani a Singapore, e così via”. Un ritmo che può anche logorare, ma che per Vivarelli resta una degli aspetti più affascinanti della professione. Tra tutte i Paesi in cui ha giocato, un posto speciale lo occupa sicuramente la Nigeria, dove ha vissuto uno dei momenti chiavi della sua carriera. Proprio a Lagos, in occasione del Nigeria Open 2019, raggiunge la semifinale, un risultato che le dà la spinta necessaria per entrare tra le migliori 70 giocatrici del mondo e conquistare il pass per le Olimpiadi di Tokyo 2020.
In piena pandemia da covid, l’atmosfera olimpica è quasi irreale. Vivarelli viene sconfitta 4 a 1 al primo turno dall’australiana Jian Fang Lay e chiude la competizione al 49esimo posto. “Sembrava quasi una gara come un’altra, ma me la sono goduta dall’inizio alla fine”, racconta. Nonostante l’eliminazione precoce, il bilancio resta positivo. In un contesto così competitivo il livello è altissimo, la sola qualificazione è già un traguardo importante. Per Vivarelli, dunque, Tokyo è soprattutto la prima presa di contatto con il palcoscenico olimpico. Un’esperienza destinata a ripetersi. Quattro anni dopo, infatti, riesce a qualificarsi anche per Parigi 2024, confermandosi ai vertici del movimento internazionale. Sorteggiata contro una delle favorite, la giapponese Hina Hayata, esce al primo turno. Ma, rispetto a Tokyo, il contesto è completamente diverso. Il palazzetto è pieno e sugli spalti ci sono anche i suoi genitori e suo marito. “Durante la partita il pubblico mi incitava e quando sono uscita dal campo si sono alzati tutti in piedi ad applaudire: emozioni che solo un’Olimpiade può dare”.
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Le due qualificazioni olimpiche, però, le presentano il conto. Nei dodici mesi che precedono i Giochi, tra viaggi, tornei e punti da conquistare, il calendario di Vivarelli è un vero tour de force. Il contraccolpo è inevitabile. “Mi sono spremuta come un limone e dopo entrambe le Olimpiadi ho avuto un calo”. Insieme al fisico viene meno anche la continuità nei risultati. Vivarelli perde posizioni nel ranking e si trova a dover ricominciare da capo. Dopo una pausa, necessaria anche per superare alcuni problemi fisici, la giocatrice di Appiano è tornata in campo. “Le sensazioni sono buone, devo solo ritrovare qualche vittoria”. L’obiettivo è chiaro: provare a centrare la terza Olimpiade.
Se lo sguardo è rivolto a Los Angeles 2028, inevitabilmente si allarga anche oltre la carriera sportiva. “Dopo vorrei iniziare la mia ‛seconda vita'”. Negli anni, tra un torneo e l’altro, Vivarelli si è iscritta all’università ed è prossima alla laurea in Lingue e mercati. Nel frattempo ha già avviato un nuovo percorso di studi in psicologia. “Da qualche tempo mi sono avvicinata a questa disciplina e vorrei capire se può diventare la strada su cui costruire il mio futuro”, dice. L’idea è costruirsi alternative e tenersi aperte più strade, così da “avere una base solida per scegliere cosa fare quando smetterò”. Perché alla fine, più dei risultati, ciò che conta per Debora Vivarelli è rimettersi in gioco. Ogni volta, verso un nuovo orizzonte.
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