Ripristino delle competenze
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Uno slogan azzeccato è già una mezza vittoria. “Ripristino delle competenze”, la catchword della recente revisione dello Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige/Südtirol, funziona perché evoca la riparazione di un torto, il recupero di qualcosa sottratto nel tempo. E in Alto Adige il tema dell’autonomia come riparazione storica risuona ancora profondamente.
La versione istituzionalmente più elegante dello slogan l’ha offerta la Presidente Meloni nel discorso programmatico del 2022, quando (incassando per questo la benevola astensione della SVP) promise il “ripristino degli standard di autonomia che nel 1992 hanno portato al rilascio della quietanza liberatoria ONU”. Il che non significa scoprire, dopo sette lustri di “autonomia dinamica”, che nel 1992 l’autonomia era più forte di oggi (non è così, ovviamente). Vuol dire richiamarne l’ancoraggio internazionale: la restituzione del maltolto avviene con l’Austria come illustre testimone. Il vero successo politico è stato far pronunciare quelle parole alla Presidente del Consiglio. Il resto è venuto da sé, e politicamente contava meno. Anche la povertà tecnica della riforma.
“In Italia non manca l’autonomia, manca la cultura dell’autonomia.”
Negli ultimi 25 anni, paradossalmente dopo la riforma costituzionale che avrebbe dovuto trasformare l’Italia in senso federale, sono esplosi i conflitti di competenza tra Stato e Regioni. E l’arbitro di questi conflitti, la Corte costituzionale, tende quasi sempre a dare ragione allo Stato. Certo, le leggi regionali e provinciali spesso non brillano per qualità; talvolta sono persino volutamente traballanti, così da scaricare su Roma il compito di dire no a misure popolari ma impraticabili – come qualche volta Roma fa con Bruxelles: è il gioco delle parti. Anche tenendo conto di questo, il quadro resta problematico. In Italia non manca l’autonomia, manca la cultura dell’autonomia. E senza quella, ogni competenza non statale viene vista con sospetto, e le Regioni hanno quasi un onere probatorio nel giustificare le proprie competenze.
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Catchword è una rubrica di parole per guardare dietro (o sotto) alle parole. Ogni due settimane Francesco Palermo parte da una parola chiave (catchword, appunto) per spiegare in modo conciso il concetto (o l’inganno) che le sta dietro. Da leggere o da ascoltare in formato podcast.
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Nella riforma c‘è poco di ciò che servirebbe davvero, e nulla del metodo corretto per arrivarci. Ma c’è quello che era politicamente possibile fare. Rinviando ad altre sedi e ad altri formati l’illustrazione dei contenuti e del significato (politico e giuridico: e differiscono molto) di questa riforma, torniamo alla catchword. Il “ripristino delle competenze” è un modo per limitare l’intervento della Corte costituzionale. Comprensibile, visto come generalmente decide. Forse era l’unica strada realisticamente percorribile. Ed è positivo che si sia riusciti anche ad aggiungere qualcosa, come una (generica, da non sopravvalutare, ma potenzialmente rilevante) competenza esclusiva sull’ambiente, minori vincoli sulla gestione della fauna selvatica (e sui meno sbandierati ma molto più redditizi appalti pubblici) e mano libera nella composizione delle giunte comunali e provinciale. Comprensibile, appunto, forse addirittura buono. Ma triste. Perché quando si costruisce un sistema pensando soprattutto a evitare l’arbitro, significa che qualcosa nel gioco si è incrinato.
“Per ottenere un po‘ più di autonomia giuridica bisogna spesso rinunciare a una buona dose di autonomia politica, adattandosi alla maggioranza romana del momento.”
Per evitare l’intervento della Corte, bisogna innanzitutto evitare il conflitto con chi può attivarla: il Governo centrale. E per evitare il conflitto col Governo serve sintonia politica. In altre parole, per ottenere un po’ più di autonomia giuridica bisogna spesso rinunciare a una buona dose di autonomia politica, adattandosi alla maggioranza romana del momento. In Alto Adige non è una novità: è una pratica consolidata, più o meno esplicita a seconda delle stagioni, e per questo non lo si vede come un problema, anche se lo è. In Trentino la questione è ancora più delicata, perché il Presidente della Provincia viene eletto direttamente, e se arriva la persona “sbagliata” nel momento “sbagliato”, il meccanismo rischia di incepparsi.
La catchword, per una volta, offre comunque un motivo di ottimismo. Perché in nessun’altra regione italiana funzionerebbe. Dove l’autonomia non è percepita come un valore in sé, indipendentemente dall’uso che se ne fa, sarebbe difficile vendere una riforma come restituzione di un maltolto. Funziona invece in Alto Adige (forse in Trentino). E questo dice qualcosa di importante: qui la cultura dell’autonomia c‘è, ed è solida. C’è un terreno fertile, e tutto dipenderà ora da cosa si deciderà di coltivarci sopra. Se un’autonomia adulta, aperta e capace di assumersi responsabilità (qualche speranza c'è) oppure l’ennesima palizzata identitaria, stile villaggio di Asterix, assediato dal mondo e soddisfatto soprattutto di resistere. Staremo a vedere, augurandoci che funzioni. O meglio, che la si faccia funzionare.
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All'episodio in forma podcast: "Ripristino delle competenze"
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