Il piano che non c’è
Avvertenza: Questo contributo rispecchia l'opinione personale dell'autore e non necessariamente quella della redazione di SALTO.
“Sono scioccato di essere in un certo senso il primo a dire: questo è folle. Sono assordato dal silenzio.” A parlare così, questa settimana, non è un attivista. È Bill Gates. Lo stesso che nel 2023 scriveva che i rischi dell’IA erano “reali ma gestibili” e la transizione paragonabile all’arrivo del PC. Oggi, in un lungo saggio sul suo blog e in un’intervista a Semafor, prevede “molti meno posti di lavoro di quelli che esistono”, parla di uno dei periodi più turbolenti della storia umana, e constata una cosa semplice: non c’è un piano.
Il coro, in realtà, si stava formando da mesi. A maggio la prima enciclica di Leone XIV — di cui abbiamo parlato su queste pagine — poneva la domanda più radicale di tutte: non basta rendere l’IA più etica, bisogna poter discutere chi decide quell’etica. E in mezzo ci sono i vertici dell’industria, che secondo Gates in privato annuiscono preoccupati e in pubblico minimizzano, per non disturbare raccolte di capitali e quotazioni in arrivo.
Manca una voce sola. Quella di chi dovrebbe occuparsene per mestiere.
Le due letture di comodo
Fin qui i governi hanno letto l’IA con due lenti soltanto, entrambe comode perché compatibili con il calendario elettorale.
La prima è la lente competitiva: l’IA come asset strategico. Chi ha i modelli e i chip vince, gli altri inseguono. È la dottrina di Washington e Pechino, e in scala ridotta di chiunque annunci un “piano nazionale per l’intelligenza artificiale” fatto di investimenti e conferenze stampa. La seconda è la lente regolatoria: trasparenza degli algoritmi, protezione dei dati, classificazione dei rischi. È la via europea dell’AI Act. Meritoria, per carità. Ma di secondo piano rispetto alla domanda che nessuno vuole fare ad alta voce: cosa succede al lavoro — e quindi alla distribuzione del reddito — quando una tecnologia sostituisce le funzioni cognitive?
Perché questa volta non parliamo dei forni delle Acciaierie. Il Fondo Monetario Internazionale stima che nelle economie avanzate il 60% dell’occupazione sia esposta all’IA, e l’esposizione cresce salendo nella scala dei redditi. È l’automazione della classe media istruita. Cioè della base imponibile su cui poggia lo stato sociale.
Su questo, il silenzio istituzionale è quasi totale. Quasi.
Chi si è mosso davvero
Ho provato a censire le eccezioni, scartando le enunciazioni generiche sulla “riqualificazione”. Il raccolto è magro.
La Corea del Sud è l’unico paese ad aver toccato la leva fiscale: dal 2018 ha tagliato i crediti d’imposta sugli investimenti in automazione per le imprese medie e grandi. Uno studio recente su dati fiscali amministrativi dice che ha funzionato meglio del previsto: meno investimenti sostitutivi, più occupazione, meno disuguaglianza salariale, e conti pubblici perfino migliorati. Non il disastro che gli oppositori di ogni “robot tax” pronosticano da un decennio.
Il Parlamento Europeo il tema lo aveva sul tavolo prima di tutti. Febbraio 2017, rapporto Delvaux sulla robotica: la proposta di una tassa sui robot per finanziare la formazione dei lavoratori spiazzati, insieme a quella di un reddito di base, fu respinta di misura in plenaria. L’argomento vincente: avrebbe penalizzato l’innovazione europea. Nove anni dopo, l’innovazione europea non è che se la passi benissimo lo stesso — ma il dibattito non è mai stato riaperto. Nel frattempo l’Europa ha prodotto la direttiva sul lavoro tramite piattaforme: presunzione di subordinazione, stop ai licenziamenti decisi solo da un algoritmo. Una buona legge sul sintomo. Non sulla causa.
Negli Stati Uniti la minoranza al Senato ha pubblicato in ottobre un rapporto dal titolo poco diplomatico — la guerra degli oligarchi tech contro i lavoratori — che stima quasi cento milioni di posti a rischio in un decennio e propone cose concrete: settimana di 32 ore a parità di salario, quote azionarie ai dipendenti, tassa sulle imprese che sostituiscono lavoratori con macchine. È un rapporto di minoranza. Lì resterà.
Singapore, infine, fa la cosa più seria sul fronte ammortizzatori: non voucher per corsi serali, ma fino a metà dello stipendio precedente coperto dallo Stato mentre gli over 40 si riqualificano a tempo pieno. Costa molto. E presuppone che alla fine il mercato assorba — il che non è affatto garantito.
Fine dell’elenco. Nove anni dal voto Delvaux, e questo - Houston - è tutto.
L’unico attore che pianifica oltre le elezioni è quello che le elezioni non le fa.
Il sussidio nascosto
C’è poi un fatto che viene prima di qualsiasi nuova politica, perché riguarda quelle che abbiamo già: i nostri sistemi fiscali sussidiano la sostituzione del lavoro. Assumi una persona: paghi i contributi, alimenti un’imposizione progressiva. Compri software cognitivo o un robot: lo ammortizzi, spesso lo deduci subito, e quella spesa allo stato sociale non versa un euro. Gli economisti del MIT — Acemoglu in testa — la chiamano automazione eccessiva: si automatizza anche quando il guadagno di produttività è marginale, perché conviene fiscalmente. Gates lo dice senza giri: “Oggi siamo molto pro-robot nelle nostre politiche fiscali, e penso sia un errore.” Lo Stato incentiva l’erosione della propria base imponibile. Nel momento esatto in cui i costi sociali crescono.
E l’obiezione classica — tassare l’automazione frena l’innovazione — merita una risposta onesta: sì, tassare il capitale ha costi reali, e la formazione da sola non basta, perché funziona solo se la tecnologia crea in parallelo lavori nuovi e complementari, non quando punta dritta a replicare il giudizio umano. Per questo la ricerca più seria — Korinek, Stiglitz — suggerisce di non tassare i robot uno a uno, ma le rendite: gli extraprofitti di chi controlla calcolo, dati ed effetti di rete, da redistribuire come dividendo sociale. La ricchezza dell’automazione esiste già, sta nelle capitalizzazioni record. E sappiamo già dove va a finire.
La parentesi cinese
E qui va aperta una parentesi scomoda. L’unico sistema che pianifica strutturalmente su questi temi — piani occupazionali, riconversione obbligatoria dei laureati, assorbimento della manodopera nelle imprese di Stato, dentro una strategia industriale decennale — è la Cina. Un paese che resta terribile, se misurato sulla nostra qualità della vita e sulle nostre libertà. E la cui pianificazione serve alla stabilità del Partito, non al benessere delle persone: di redistribuzione vera non c’è traccia, e se sia davvero applicabile a questi problemi non lo so, potrei sbagliarmi. Ma come specchio funziona lo stesso, ed è impietoso: se l’unico a guardare al 2035 è chi non deve rispondere ai cittadini, il problema non è il sistema Cina. Siamo noi.
L’orizzonte che manca
Qui arriviamo al disallineamento degli orologi. L’IA raddoppia le capacità in mesi e trasforma un’economia in un decennio. La politica democratica ragiona sulla prossima scadenza elettorale. E su quell’orizzonte, occuparsi del tema non conviene mai: i costi delle riforme — fiscali, sociali, formative — cadono dentro il mandato, i benefici cadono fuori. Nessun attore razionale del consenso le fa. È lo stesso dilemma dell’incumbent di cui ho scritto parlando di imprese: il conto economico dell’anno in corso vince sempre sul mercato che verrà. Solo che qui l’anno in corso si chiama legislatura. E il mercato che verrà si chiama coesione sociale.
I costi delle riforme cadono dentro il mandato. I benefici fuori. Per questo nessuno le fa.
Gates, che pure non risparmia l’industria (“i costruttori di modelli non sono gente di policy — la risposta non può essere: ehi industria, risolvete voi”), riserva il giudizio più duro alla politica: nessuno dei due partiti americani, dice, è competente o riflessivo sul tema. Da questa parte dell’oceano non è diverso.
E - permettiamoci una parentesi locale - il Sudtirolo, a guardarlo bene, complica perfino la mia tesi. Qui la scusa dell’orizzonte elettorale non regge: da sessant’anni governa sempre lo stesso partito, le elezioni al massimo spostano i pesi tra i centri di interesse — oggi turismo in testa, poi agricoltura, il resto a seguire, e chi rappresenta i ceti più deboli al tavolo non c’è proprio. Qualche pianificazione a media scadenza, volendo, la si fa pure. Ma su questa materia il limite viene prima della competenza: chi decide rappresenta, pro quota, le categorie economiche che lo esprimono. E — preziose eccezioni a parte — non è dall’albergatore o dal contadino che può arrivare una visione sull’automazione del lavoro cognitivo. Non è il loro campo, né il loro conto economico. Il risultato è identico: nessun piano. Intanto i giovani sono già mezzi fuori per conto loro, prima ancora dell’IA — stipendi d’ingresso che non coprono il costo dell’abitare, aziende che cercano competenze digitali e non le trovano. L’automazione si prenderà per primi proprio i ruoli d’ingresso: il colpo arriverà su una porta già mezza chiusa.
La finestra che Gates indica ai leader — agire ora, prima che la disoccupazione salga e la fiducia si eroda — resta comunque quella che nessuno vuole usare. Dove i governi si alternano, perché i costi si pagano oggi e i benefici li incassa qualcun altro. Dove non si alternano, perché nessuno degli interessi seduti al tavolo la chiede. Quindi, salvo sorprese, le istituzioni si muoveranno in modalità crisi, quando non muoversi costerà più che muoversi. E le politiche scritte in modalità crisi sono quasi sempre le peggiori.
Il silenzio che assorda Gates non è mancanza di analisi. Le analisi ci sono, le proposte pure: respinte di misura nel 2017, archiviate come rapporti di minoranza nel 2025. Quello che manca è un sistema politico capace di rappresentare chi non vota ancora: i lavoratori del 2032. Finché non lo troviamo, il piano che non c’è resterà l’unica politica sull’IA condivisa da tutte le democrazie del mondo.
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Fonti: Bill Gates, “The turbulent AI era is here. The choices we make now are critical”, GatesNotes, agosto 2026. Reed Albergotti, intervista a Bill Gates, Semafor, agosto 2026. Reuters, “European parliament calls for robot law, rejects robot tax”, 16 febbraio 2017. Kang, Lee, Quach, “The Welfare Effects of a Robot Tax” — effetti della riforma coreana. US Senate HELP Committee, “The Big Tech Oligarchs' War Against Workers”, ottobre 2025. IMF, “Gen-AI: Artificial Intelligence and the Future of Work”, 2024. Acemoglu, Manera, Restrepo, “Does the US Tax Code Favor Automation?”, MIT.
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