Film | Recensione

NAZA, la grammatica dello sterminio

Il film che ha conquistato Venezia 83 racconta, con la freddezza di un rapporto tecnico, come nasce e funziona – dentro le stanze dell’intelligence israeliana – il vocabolario che rende pronunciabile la morte di migliaia di civili palestinesi a Gaza.
Immagine: Screenshot

Questo articolo è gratuito per te. Il giornalismo indipendente in Alto Adige ha però bisogno del tuo sostegno. Saremmo lieti se sottoscrivessi un abbonamento a SALTO. Grazie mille!

Abbonati ora a S+

***

NAZA, un acronimo freddo, burocratico. Dietro quella sigla si nasconde il numero di civili che un sistema militare considera “sacrificabile” per colpire un bersaglio. Il film che la porta nel titolo ha incassato la standing ovation più lunga nella storia della Mostra di Venezia – 24 minuti e mezzo – e si è aggiudicato il Premio Speciale della Giuria. Poi il governo israeliano ha minacciato di togliere la cittadinanza ai suoi registi, Yuval Abraham e Rachel Szor, accusandoli di “tradimento”. Dopo l’uscita nelle sale il documentario sarà reso disponibile gratuitamente online sul sito del Guardian.

Cos’è

Le notti di Tel Aviv fanno da sfondo a un racconto costruito quasi interamente attraverso voci fuori campo: 24 militari ed esponenti dei servizi di sicurezza, ripresi in ombra o di spalle, spiegano dall’interno il “Nezek Agavi” – il danno collaterale – ovvero quante vite civili palestinesi l’esercito israeliano giudica “accettabili” per eliminare un singolo miliziano o un obiettivo ritenuto nemico.

Il materiale alla base del documentario non nasce sul set: arriva da un lavoro di inchiesta durato circa tre anni, tra il 2023 e il 2025, condotto dalla rivista israelo-palestinese +972 Magazine, dal portale in lingua ebraica Local Call e dal Guardian, quest’ultimo anche tra i produttori della pellicola. Il film prende quelle rivelazioni giornalistiche e le trasforma in qualcos’altro: non un semplice resoconto, ma la messa in scena del silenzio e delle omissioni che circondano il sistema stesso.

Nimrod Kamer

Com’è

Abraham e Szor, già coautori di No Other Land, scelgono la strada più sobria possibile: lo stile di un reportage d’inchiesta, riuscendo però a delineare una visione cinematografica del tutto inedita grazie a una manciata di intuizioni lucide e prive di fronzoli. Niente ricostruzioni, solo testimonianze dirette di chi il meccanismo lo ha visto funzionare da vicino. L’obiettivo è catalogare e dare un nome alla distruzione sistematica e al genocidio in corso a Gaza, lasciando parlare direttamente i responsabili e riducendo al minimo ogni concessione all’emotività. In questo modo fa emergere la vera retorica delle forze armate israeliane, restituita attraverso le voci stesse dei suoi soldati. Il documentario si affida quasi interamente alla parola, e proprio qui si gioca la sua tenuta: ottanta minuti costruiti su racconti verbali reggono se il montaggio sa dosare i tempi, e non sempre NAZA ci riesce. Ci sono tratti in cui il materiale sembra accumularsi più che comporsi, come se tre anni di riprese avessero prodotto troppe cose da dire e poche da scartare.

Chi parla usa un linguaggio da rapporto tecnico, fatto di sigle e percentuali, e questa distanza clinica tra le parole e ciò che descrivono basta da sola a generare orrore

Quando invece il film trova il suo passo, lo fa restando sottotono, quasi in sordina. Chi parla usa un linguaggio da rapporto tecnico, fatto di sigle e percentuali, e questa distanza clinica tra le parole e ciò che descrivono basta da sola a generare orrore, senza che serva alcuna sottolineatura musicale o visiva. È la scelta più matura del film: c’è chi troverà quella freddezza insufficiente, chi la leggerà invece come l’unica forma onesta di raccontare un processo in essere, non ancora storicizzato.

Resta solo da chiedersi se NAZA non rischi, come spesso accade in questi casi, di trasformarsi in un rito collettivo di indignazione più che in un reale strumento di comprensione. Alla proiezione veneziana, a differenza di quanto accaduto un anno fa con The Voice of Hind Rajab, non si sono registrati cori né contestazioni: solo un silenzio che pareva più simile alla stanchezza che alla commozione. Difficile dire se fosse il silenzio di chi ha capito, o quello di chi ha semplicemente smesso di provare a farlo.

Aggiungi SALTO alle tue fonti preferite su Google