“Da dove vieni?”
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Abbonati ora a S+A dominare lo spazio scenico del Teatro studio, dove in questi giorni è allestita la piéce “Eva schläft”, tratta dal romanzo scritto da Francesca Melandri nel 2010 e tradotto poi in tedesco, è una struttura mobile centrale, con la forma di un grande nido sovradimensionato, sospeso in alto.
Non importa quanto siano turbolente, dolorose e sanguinarie le azioni evocate dagli attori e attrici, tra loro anche la danzatrice Andressa Miyazato, che interpretano via via i vari personaggi; non importa quanto siano violente le parole dette, le parole subite e i tempi storici attraversati dal racconto che riavvolge un secolo di storia del Sudtirolo, l’immagine scenografica del nido sovrasta gli avvenimenti per tutto lo spettacolo.
L’intreccio di rami, resta un rifugio accogliente, come può essere una culla o una barca nella tempesta, un luogo dell’inconscio che si sottrae a una lettura cruenta e perennemente irrisolta della storia sudtirolese recente, affrontata prima nel romanzo italiano e ora in versione teatrale, sul palcoscenico bolzanino.
La regia di Sara Ostertag rinuncia a una narrazione didascalica e lineare, i cinque attori e attrici, Andressa Miyazato, Patrizia Pfeifer, Brit Purwin, Peter Schorn e Paolo Tosin, non cercano di interpretare i personaggi, ne esprimono invece di volta in volta i sentimenti e le emozioni, delineandone il carattere nelle tante sfaccettature, scambiandosi i ruoli in un efficace gioco drammaturgico, che sposta continuamente il focus e l’attenzione dello spettatore. Le singole vite di Eva, di Gerda, Ulli, Vito, e delle altre figure nate dalla penna di Francesca Melandri, condensate nelle pagine di un libro e ora nei singoli gesti rappresentati sul palcoscenico di un teatro, emergono e restano più importanti dei conflitti storici che ne determinano le esistenze.
La lingua, una o l’altra, non traccia più un confine, diventa suono che arricchisce e tocca nel profondo.
Se non possiamo sottrarci alle coordinate storiche e geografiche, o linguistiche, che ci impongono un’identità definita, possiamo sempre scegliere che valenza vogliamo dare loro. La scelta registica di usare alternativamente nei vari episodi toccati dal racconto scenico, le tre lingue: tedesco, italiano e dialetto sudtirolese, non è da leggersi come una mera concessione al plurilinguismo, nuovo, impacciato elemento, spesso non voluto, del folclore locale. Molto di più, suggerisce e permette concretamente al pubblico di avvicinarsi a una storia condivisa. La lingua, una o l’altra, non traccia più un confine, diventa suono che arricchisce e tocca nel profondo. Come il profumo del fieno accumulato sul palco, che a un certo punto pervade invasivo le papille olfattive degli spettatori in platea quando il fieno è mosso col rastrello dagli attori, in un gesto che racchiude tradizioni antiche e risveglia emozioni comuni, lontane eppure sempre presenti in ciascuno. Il inguaggio del corpo e i movimenti coreografici che accompagnano le azioni, curati dall’artista Andressa Miyazato, accentuano ancora una volta la dimensione multisensoriale dell’allestimento. Così come le canzoni e canzoncine tradizionali, inserite nel sottofondo musicale creato da Nastasja Ronck, con un effetto sonoro straniante.
Se fulcro e tema centrale della piéce teatrale in scena è la domanda “Da dove vieni?”, con cui si scontra la protagonista, che riguarda l’appartenenza e ricorre fin troppo spesso anche nella nostra quotidianità, la visione di ‘Eva schläft’ porta a sostituirla, e a chiedersi piuttosto “Dove stiamo andando?” o “Dove vogliamo andare?”.
Persino quella terribile e bellissima parola Heimat, intraducibile in italiano, diventa tangibile, se le diamo la forma di un nido, di un intreccio di esperienze destinate all’accoglienza. Utopia? Forse, ma è il potere e il fascino del teatro che l’altra sera è stato brevemente Heimat, anche per chi scrive.
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