Alternanza e prezzo delle uova
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C'è troppa partigianeria nel guardare agli eventi politici in altri Paesi (no, non nazioni). Nelle ultime due settimane, chi si è rallegrato della sconfitta di Orbán e del suo partito in Ungheria, si è poi rabbuiato per la vittoria elettorale in Bulgaria di una coalizione euroscettica e filorussa guidata dall’ex presidente Rumen Radev (e farebbe bene a preoccuparsi anche per la Slovenia, dove sembra probabile il ritorno al potere di un altro estremista, Janez Janša).
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Catchword è una rubrica di parole per guardare dietro (o sotto) alle parole. Ogni due settimane Francesco Palermo parte da una parola chiave (catchword, appunto) per spiegare in modo conciso il concetto (o l’inganno) che le sta dietro. Da leggere o da ascoltare in formato podcast.
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Bisogna però evitare di sovra-interpretare questi risultati, traendone conclusioni troppo semplici: sono stati i giovani europeisti, l’influenza di Mosca, il supporto ormai tossico di Trump. Tutte cose vere e importanti, certo, ma non decisive. Purtroppo (e qui svelo una preferenza, perché per altri è invece una cosa buona) le dinamiche elettorali sono determinate da fattori interni molto più che da quelli esterni e dagli equilibri geopolitici. Comun denominatore delle elezioni ungheresi e bulgare è stata la (promessa) lotta alla corruzione. Il regime orbaniano non era solo illiberale, filorusso, euroscettico, ipernazionalista. Era corrotto. Dopo tanti anni al potere aveva sistemato amici incompetenti e senza scrupoli in tutti i posti chiave. L’occupazione del potere (e più ancora la protervia di pensare di poterlo e doverlo fare) porta corruzione anche senza volerlo, perché genera la sensazione di impunità e onnipotenza. Magyar ha costruito la sua popolarità su questo. Certo anche sull’agenda europea e sul ripristino dello stato di diritto, ma da soli (ahimé) non sarebbero bastati. Lo stesso per Radev, che ha puntato tutto contro il sistema corrotto che ruotava intorno al GERB di Bojko Borisov, il deus ex machina dell’instabile politica bulgara da oltre un decennio. Che Radev sia più filorusso del predecessore agli elettori bulgari è importato poco, come (ripeto: purtroppo) è importato poco a molti ungheresi che Magyar lo fosse meno di Orbán.
Se Trump dovesse (auspicabilmente) perdere le elezioni di midterm in autunno non sarà tanto per i disastri che sta causando al mondo, per le picconate alle relazioni internazionali, per le violazioni intollerabili ai diritti umani (e alle stesse vite della gente che bombarda), ma per il prezzo della benzina e delle uova.
Queste sono anche le dinamiche che in Italia hanno fatto sì che finora, dal 1992 in poi, ad ogni elezione sia cambiata la maggioranza.
Perché se i cittadini sono scontenti, o hanno la sensazione di esserlo (vedi il maggior peso elettorale del prezzo delle uova rispetto all’ordine mondiale), guardano sempre alle promesse di chi al governo non c‘è. Salvo poi restarne delusi al giro successivo.
In tutto questo c’è una dinamica sana e una malata. La parte sana è che si genera alternanza. Che la democrazia necessita come l’ossigeno. Senza alternanza (tra forze democratiche) la democrazia non c‘è. O è comunque a rischio permanente, e deve essere compensata da forti contrappesi, come ad esempio la distribuzione verticale del potere (in Alto Adige e in Baviera, ad esempio, due territori senza alternanza, la democrazia rimane perché non si decide tutto localmente, e perché comunque c’è una qualche rotazione nei partner dei partiti-istituzione).
La parte malata è invece che la sana alternanza si produce per motivi abbietti: la corruzione del potere, l’egoismo di politici ed elettori, l’incapacità (talvolta impossibilità) di risolvere i problemi, la delusione spesso spinta da un sistema informativo distorto. E in parte dalla natura umana.
L’alternanza è l’ossigeno della democrazia, ma il fiato è corto se alimentato dalla delusione più che dalla convinzione. E l’essere umano – che è più facilmente deluso che convinto – si lascia convincere dalla delusione.
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