Politica | Governance Alperia

Quando si accetta di fare i vice

La riforma dello statuto di Alperia non è una semplice semplificazione tecnica: segna la fine della governance paritaria costruita nel 2015 tra Provincia,Bolzano e Merano
Avvertenza: Questo contributo rispecchia l’opinione personale dell’autore e non necessariamente quella della redazione di SALTO.
la nuova sede di Alperia a Merano
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  • Una conquista politica, non tecnica

    La modifica dello statuto di Alperia viene raccontata come una scelta tecnica, necessaria per rendere la società più veloce ed efficiente nelle decisioni.
    Ma chi ha vissuto davvero la stagione della fusione tra SEL e AEW sa bene che il tema è molto più profondo e molto più politico.

    Perché Alperia non nacque semplicemente come una grande società energetica.
    Nacque come un equilibrio.

    Un equilibrio costruito nel 2015 attorno ad un principio molto preciso: la Provincia poteva avere la maggioranza delle quote, ma Bolzano e Merano dovevano poter contare davvero nelle scelte strategiche della società. Non come semplici soci subordinati, ma come interlocutori dotati di una reale dignità politica e istituzionale.

    Questo era il significato della governance paritetica.

    In questi giorni sono tornato a rileggermi molti dei documenti di allora, quelli studiati durante il lungo e delicato processo che portò alla fusione.
    E devo dire che, riletti oggi, appaiono straordinariamente attuali.

    La Civica per Merano, all’epoca soggetto molto attivo dentro quel percorso politico, aveva messo nero su bianco già nel luglio 2014 alcune condizioni considerate indispensabili per poter anche solo cominciare a discutere la proposta che ha poi portato alla fusione.
    E il primo punto riguardava proprio la governance paritetica, con soglie di garanzia e maggioranze qualificate.

    Non era un dettaglio tecnico.
    Era considerato il cuore politico dell’operazione.

    Ancora più significativo è un documento del gennaio 2015, quindi a processo ormai avanzato, nel quale i super-consulenti incaricati di seguire la fusione spiegavano che non si poteva ragionare soltanto sulla percentuale di quote detenute dai soci.
    Scrivevano infatti che si sarebbe rischiato di rinunciare “a tante conquiste ottenute, a partire dalla governance paritetica, che fa parte del pacchetto e che non bisogna mai dimenticare”.

    Eppure oggi proprio quella conquista viene progressivamente smantellata.

  • La fine della governance paritaria

    Sia chiaro: nessuno ha mai contestato che la Provincia avesse la maggioranza delle quote.
    La aveva allora e la ha oggi.
    Ma il punto non era quello.

    Il punto era che Alperia non doveva trasformarsi in una società controllata in via esclusiva dalla Provincia.
    La governance duale serviva esattamente a garantire un equilibrio politico e territoriale diverso, dentro il quale Bolzano e Merano potessero stare al tavolo con un ruolo reale.

    Oggi, invece, tutto questo viene raccontato come una semplice “semplificazione”.

    Ma una governance più semplice, in questo caso, significa inevitabilmente una governance più centralizzata.
    E significa soprattutto una cosa molto chiara: accettiamo, nero su bianco, di fare i vice per statuto.

    Perché nel momento in cui si sancisce che la guida della società sarà espressione della Provincia, e si abbandona definitivamente quella logica di alternanza costruita nel 2015, si sta dicendo che i Comuni non aspirano più nemmeno formalmente ad avere un ruolo paritario nella guida della più importante società pubblica del territorio.

    E questo è un passaggio politico enorme.

  • Le promesse dei dividendi

    Ciò che più mi lascia perplesso è che tutto questo avvenga quasi con rassegnazione, come se fosse inevitabile.

    Oggi, per far digerire questo cambiamento, vengono nuovamente promessi dividendi garantiti ai Comuni, con la cifra simbolica dei 10 milioni annui per Bolzano e Merano.
    Ma anche qui la memoria aiuta. Perché promesse identiche erano già state fatte nel 2015. Eppure, in questi dieci anni, quei dividendi garantiti sono rimasti solo una promessa che non è mai stata mantenuta.

    Per questo è difficile credere che una rinuncia politica di questa portata possa essere compensata semplicemente da una promessa economica.

    Anche perché il problema vero, in questi anni, non è stato lo statuto.
    Il problema è che i Comuni non hanno mai avuto davvero la forza politica di esercitare fino in fondo quei diritti che lo statuto già garantiva loro.

    Dentro l’idea di governance paritetica vi era anche la possibilità di un’alternanza nella guida della società, come naturale espressione di quel principio di equilibrio tra Provincia e Comuni. Una possibilità che, nei fatti, non si è mai concretizzata.

    Ma il fatto che certi diritti non siano stati esercitati fino in fondo non significa che oggi si debba rinunciare definitivamente ad essi.

  • Il rischio di un arretramento politico

    Ed è qui che la vicenda di Alperia va ben oltre Alperia stessa.

    Bolzano e Merano hanno sempre rivendicato un ruolo diverso rispetto agli altri Comuni altoatesini.
    Hanno sempre chiesto di essere considerate città con un peso politico e istituzionale particolare.

    Alperia rappresentava uno dei pochi luoghi nei quali questa pari dignità trovava una traduzione concreta.

    Oggi quella possibilità viene meno.

    E credo che questo tema si intrecci inevitabilmente anche con il disagio degli italiani, che periodicamente riaffiora nel dibattito pubblico altoatesino.
    Perché quando una comunità percepisce di perdere progressivamente presenza e peso nei luoghi decisionali più importanti, quel disagio inevitabilmente cresce.

    E la cosa più amara è che questa volta non possiamo nemmeno limitarci a dare la colpa agli altri.
    Perché questa rinuncia viene accettata anche da una parte della politica italiana altoatesina, quasi come fosse inevitabile.

    Per questo il tema di oggi non riguarda soltanto una governance societaria.
    Riguarda un cambio culturale e politico molto più profondo.

    Riguarda l’idea che quell’equilibrio costruito nel 2015 non sia più considerato necessario.
    Riguarda la progressiva accettazione di un ruolo subordinato.
    Riguarda il momento in cui si smette persino di rivendicare la possibilità di contare alla pari.

    E soprattutto riguarda il momento in cui si accetta, serenamente, di fare i vice.