Doppio cognome anche in Italia
Avvertenza: Questo contributo rispecchia l'opinione personale dell'autore e non necessariamente quella della redazione di SALTO.
Siamo pronti anche in Italia ad usare il doppio cognome?
Sono una comune mamma, sempre che si possa definire comune la straordinarietà di un essere che dona vita ad un altro essere, ed ho sempre sentito il bisogno di dare un senso alle scelte della mia vita partecipando in modo attivo, consapevole e presente. Ma non mi riferisco alle lotte in piazza per il salario, il caro benzina, le guerre, l’ambiente o la violenza sulle donne…no, io faccio tutto questo comodamente da casa. Come? Sto crescendo un figlio, alias il Futuro, a cui trasmetto dei valori per me importanti da quando è nato, e con questa lettera aperta vorrei porre l’attenzione sulla questione della parità di genere. Mio figlio ha giocato sia con le macchinine che con le bambole; bambole dalla pelle bianca, nera, le ha portate in fascia e se n’è preso cura come io mi prendevo cura di lui. Aiutava me in cucina, a sistemare il disordine in casa e a fare la spesa. Ha condiviso con me tutto quello che serviva fare nel fluire scorrevole delle nostre giornate, che fossero lavori più “femminili” come le pulizie o “maschili” come la riparazione di oggetti. Gli ho spiegato che il rosa non è il colore delle femmine e per questo da evitare, ma è il colore dell’amore e del romanticismo. Ho cercato di evitare fiabe in cui c’è sempre un valoroso Principe che salva una Principessa molto meno valorosa. A scuola lo ho sensibilizzato ad avere rispetto non solo per le bambine ma per tutti gli esseri con cui si relaziona e che se sente una forte emozione che lo travolge ha tutto il diritto di piangere perché non è da femminucce. Gli ho spiegato che i genitori sono quegli adulti che si prendono la responsabilità di crescere amorevolmente un bambino per dargli gli strumenti che lo aiuteranno ad affrontare la vita e che quei genitori possono essere a volte due maschi o due femmine. Ora, come glielo spiego che quando è nato ha avuto il mio cognome per un giorno scritto nella culla e sul suo braccialettino, che ancora custodisce sul comodino, e poi è subentrato quello del padre cancellando per sempre il mio, di madre, che lo ha custodito nove mesi nel ventre, che l’ha nutrito dal suo seno, che ha scelto per lui il nutrimento adeguato alla sua crescita, il tipo di educazione, come prendersene cura nella malattia, il tutto mentre il padre era fuori casa per lavoro tutto il giorno, ovviamente per mantenere la famiglia? Non è risaputo, ma dal 2022 la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale un articolo del codice civile in cui si prevede l’attribuzione automatica del singolo cognome paterno, visto ora come segno di inciviltà e uno strascico di obsoleto patriarcato. La normativa ora prevede che il figlio assuma il cognome di entrambi i genitori nell’ordine da loro concordato. L’ostacolo principale è la chiusura culturale di un paese non ancora pronto per questa riforma e in cui si giustifica il cognome del padre più come una presa di possesso che non di una reale cura della prole e come se la madre non economicamente autonoma non ne avesse pari diritto. Io sono separata da qualche anno e quando ho chiesto al padre del bambino di aggiungere il mio cognome ho ricevuto un perentorio “non acconsento” senza nemmeno uno straccio di argomentazione. Possibile che per i nati prima del 2022 non si possa esercitare questo diritto ma si debba andare in giudizio e spendere mila euro affinché un figlio porti il cognome di entrambi i genitori?
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