In guerra non c'è spazio per la scienza
-
Johanna Platzgummer: Il declassamento dello status di protezione del lupo è avvenuto rapidamente, benché generalmente queste procedure richiedano tempi molto lunghi.
Paolo Ciucci: Ritengo che il declassamento del lupo da specie rigorosamente protetta a specie protetta nel quadro della direttiva europea Habitat in materia di flora e fauna, avvenuto a maggio del 2025, sia una decisione politica. E un passo prematuro. Servono innanzitutto obiettivi chiari su come la società, intesa come insieme di gruppi di interesse, debba rapportarsi con il lupo e poi, dopo un certo lasso di tempo, questi obiettivi vanno verificati per confermare o correggere la direzione intrapresa. Ma questi obiettivi non sono stati formulati. Anche noi ricercatori e ricercatrici abbiamo domande ancora aperte, ad esempio riguardo alla composizione genetica delle popolazioni di lupi in Europa. Alcune popolazioni hanno una minore varietà genetica rispetto ad altre: il prelievo da queste popolazioni è un rischio.
-
L'esperto
Paolo Ciucci è professore associato presso l’Università La Sapienza a Roma.
-
JP: La motivazione addotta da coloro che hanno proposto il declassamento è stata che il numero dei lupi in Europa è notevolmente aumentato, andando a confliggere, in alcuni Paesi, con l’allevamento.
PC: Se lo esaminiamo dal punto di vista delle procedure democratiche, vediamo che il declassamento è stato trattato con procedura d’urgenza; la commissione ha contattato in forma privata due ricercatori e li ha incaricati di redigere un documento riepilogativo sulla situazione dei lupi in Europa (Blanco, Juan Carlos; Sundseth, Kerstin (2023) The situation of the wolf (Canis lupus) in the European Union – an In-depth Analysis. A report of the N2K Group for DG Environment, European Commission). Eppure esiste la Large Carnivore Initiative Europe (LCIE), un gruppo di circa 60 ricercatori e ricercatrici specializzati in grandi predatori, che si occupa professionalmente di questi animali e aveva già presentato dati riepilogativi delle attuali presenze. Questi esperti ed esperte non sono stati consultati. Il documento commissionato, tra l’altro, conteneva solo dati sui lupi, ma nessuna conclusione su azioni raccomandate.
“La gestione del lupo dovrebbe essere approfondita e bisognerebbe coinvolgere nel processo decisionale anche gli allevatori.”
JP: Quando la specie Canis lupus era ancora classificata come “rigorosamente protetta” esistevano delle deroghe che permettevano l’abbattimento degli esemplari cosiddetti “problematici”.
PC: Nei Paesi democratici le decisioni dovrebbero essere prese su basi scientifiche. Prendere le decisioni e attuarle è compito della politica, ma quando si tratta del lupo si fa sempre propaganda.
La gestione del lupo dovrebbe essere approfondita e bisognerebbe coinvolgere nel processo decisionale anche gli allevatori e le allevatrici in modo che sappiano quali sono le loro possibilità di intervento, alle quali sono collegate le pratiche per i finanziamenti. Ovviamente è necessaria una corretta informazione di tutte le parti. Ma a tutti questi aspetti è data minore rilevanza, perché l’abbattimento è considerato la soluzione.
-
JP: Da zoologo specializzato in grandi predatori cosa ha notato in confronto ad altri temi affrontati dai processi democratici?
PC: Lupo, orso, lince, ecc. riflettono lo stato di una democrazia, ne mettono in luce i meccanismi di funzionamento. La questione dei grandi predatori dovrebbe essere trattata in modo trasparente, alla stregua degli altri temi, così che tutte le persone interessate siano anche attivamente coinvolte. Purtroppo non è così. Si cerca sempre il consenso di blocchi compatti dell’elettorato e in parte vi è anche ostracismo: per evitare conflittualità, il tema del lupo non viene affrontato e iniziative sul tema vengono marginalizzate.
“Quando le persone si lasciano influenzare da teorie complottiste, vuol dire che c‘è poca fiducia nelle istituzioni.”
Ho discusso con l’antropologa Juliette Young sul perché molte persone ritengono che siamo stati noi scienziati o le associazioni ambientaliste a reintrodurre il lupo. Il che non è vero. La fauna è un bene pubblico, ma, in Italia, le istituzioni preposte non informano su ciò che succede. Il Ministero dell’Ambiente non si è mai preoccupato di far sapere che verso la fine degli anni Settanta i lupi hanno iniziato a diffondersi verso sud e verso nord, partendo da dieci aree montane residuali dell’Appennino centro-meridionale nelle quali la specie sopravviveva a stenti nei primi anni ’70. Ora anche le persone che non cercano attivamente i lupi, come facciamo invece noi nell’ambito dei progetti di ricerca, si rendono conto della loro presenza. Ma non conoscono i fatti biologici.
Nel 2003 avevamo dotato di GPS un lupo che si era ferito e che, una volta guarito, avevamo rimesso in libertà. Il giovane lupo è partito dalla provincia di Parma e ha raggiunto le Alpi occidentali, precisamente il Col di Tenda, dove è morto. Questo ci ha permesso, per la prima volta, di confermare tramite dati GPS il tragitto che compiono i lupi per raggiungere le Alpi dall’Appennino.
I lupi non sono assolutamente stati introdotti né in Italia, né in Europa, eppure è quanto si sente dire spesso. Questo aspetto è legato alla fiducia: quando le persone si lasciano influenzare da teorie complottiste, vuol dire che c'è poca fiducia nelle istituzioni.
-
JP: C‘è tutta una serie di elementi che ricordano una lotta culturale; la contrapposizione è molto forte e il linguaggio utilizzato dai gruppi nei social media è carico di odio e disprezzo.
PC: In guerra non c’è spazio per la diplomazia e la scienza. E lo stesso accade in conflitti di questo tipo. L’unico modo per rimanere su un piano oggettivo è definire l’obiettivo della gestione: cosa vogliamo raggiungere? Cosa otteniamo se abbattiamo un certo numero di lupi? Quali sono gli effetti? Come ricercatore sono abituato a verificare le ipotesi e dimostrare se il mio assunto è corretto. Noi predisponiamo la documentazione in base alla quale è possibile prendere le decisioni. In questo modo si può capire se la misura adottata porta davvero al risultato voluto. Senza un obiettivo che possa essere verificato facciamo solo propaganda.
“Per uscire da questo clima di rabbia e diffidenza dobbiamo lavorare sul tessuto sociale.”
JP: Per la classe politica promettere e dare effettivamente la possibilità di abbattere lupi può di certo costituire un obiettivo, perché in questo modo si fanno concessioni immediate agli elettori e alle elettrici.
PC: Il lupo è da sempre un animale ricco di valenze simboliche che, ovviamente, assumono connotazioni diverse per gruppi diversi. Ma questo non accade solo con il lupo. Per uscire da questo clima di rabbia e diffidenza dobbiamo lavorare sul tessuto sociale, altrimenti la società sarà sempre in conflitto.
Abbiamo tutti posizioni e valori diversi, mantenerli contrapposti alimenta il conflitto, mentre si dovrebbe cercare il consenso attraverso una moderazione neutrale. In quest’ottica, un gruppo di lavoro che operava nella provincia di Grosseto nell’ambito di un progetto UE (Life Medwolf), a cui ho partecipato anch’io, aveva elaborato delle proposte praticabili; in tale occasione erano stati coinvolti anche allevatori e allevatrici, e si era arrivati a soluzioni condivise da tutte le parti coinvolte. La Giunta regionale della Toscana, invece, non ha manifestato interesse per il progetto.
-
L'autrice
Johanna Platzgummer, PhD in Storia Antica, lavora nel settore museale dal 1998 e, dal 2007, presso il Museo di Scienze Naturali dell’Alto Adige, nel reparto Didattica e Relazioni con il pubblico. Il fulcro del suo lavoro sono i cosiddetti grandi predatori.
-
JP: Domanda allo zoologo: Gli abbattimenti raggiungono il loro scopo, ossia ridurre il numero di lupi?
PC: Gli animali reagiscono ai cambiamenti, nulla è statico. Quando i capostipiti vengono abbattuti il branco spesso si scioglie; i lupi solitari possono spostare la loro attenzione sul bestiame, se questo non è protetto. I lupi abbattuti lasciano libero un territorio che viene occupato da altri individui. In poco tempo, avendo a disposizione maggiore spazio e più potenziali prede, i lupi possono avere e allevare più cuccioli, compensando le perdite.
“Quando la politica e l’amministrazione agiscono solo in un’ottica a breve termine, buona parte della fiducia va persa.”
Organizzare ed eseguire gli abbattimenti richiede molto tempo, ed è costoso. I conflitti sociali perdurano e resta da chiarire anche l’aspetto etico: quale ruolo riconosciamo alla natura, agli habitat, agli animali selvatici? I valori sono molto diversi e di certo sono cambiati da quando i lupi erano quasi estinti in Italia. La dimensione umana, il contesto sociale, non sono tenuti in sufficiente considerazione. Quando la politica e l’amministrazione agiscono solo in un’ottica a breve termine, buona parte della fiducia va persa.
JP: Potremmo considerare la fiducia come una delle parole chiave nel dibattito sui lupi... Come la affronta nella sua veste di ricercatore?
PC: Ritengo che il compito mio e della comunità scientifica sia di raccogliere informazioni, che noi chiamiamo dati, e di collaborare su questa base nel momento in cui la società ha concordato una linea di gestione. Con i nostri strumenti tecnici e scientifici possiamo attuare ciò che è stato concordato e che, nel lungo periodo, porterà a raggiungere l’obiettivo.
JP: La neutralità della ricerca e la credibilità della scienza sono state messe fortemente in discussione, soprattutto dai tempi della pandemia di Covid-19.
PC: La credibilità del mio lavoro è per me la cosa più importante. Le nostre ricerche possono essere d’aiuto nella gestione del lupo, perché noi non ci basiamo su valori e tantomeno su opinioni, ma su dati raccolti con metodi standardizzati e che forniscono una visione oggettiva della realtà. Se so quanti attacchi di lupi si verificano in un determinato territorio, posso studiare un modo per migliorare la situazione. Ma la percezione che gli attacchi siano un numero enorme è una categoria che uno zoologo non può considerare.
-
JP: Lei reagisce raramente agli sviluppi politici connessi ai suoi ambiti di ricerca. Sull’abbattimento dei lupi però si è espresso.
PC: Io sono uno studioso, un ricercatore. Anche se ho a che fare con animali che studio da molto tempo, resto comunque oggettivo. Non mi identifico con i singoli esemplari di lupo, orso, lince, ecc. Anche la conservazione incondizionata della specie Canis lupus è un atteggiamento che giudico non neutrale. Per me è importante il concetto di “advocacy”, che è parte della cultura democratica: chi ha conoscenze fondate su un argomento prende posizione nei dibattiti. Io ho lavorato sul controverso tema “allevatori di bestiame e lupi”; conduco studi sull’ibridazione del lupo nell’Italia centrale, cerco anche fondi per questi studi. Siamo di fronte a numeri scomodi: in alcune regioni l’ibridazione è talmente alta da mettere a rischio l’integrità e l’identità genetica della specie Canis lupus.
JP: Questi studi offrono una base per la gestione del lupo?
PC: Esatto. Spetta poi all’autorità competente valutare se attuare la gestione e con quali mezzi. Generalmente non viene fatto poco o nulla.
“Per tenere le greggi per lo più al sicuro da lupi e altri predatori esistono oggi buone attrezzature.”
JP: Durante il suo lavoro entra in contatto anche con allevatori e allevatrici?
PC: Sì, entro in contatto soprattutto con il mondo rurale abruzzese, ma conosco anche quello di altre regioni e province. Ritengo che confrontarsi con allevatori e allevatrici di bestiame più anziani sia difficile, perché devono cambiare abitudini più radicate, mentre conosco giovani che affrontano la cosa in modo molto pragmatico e accettano il maggiore impegno che richiedono recinzioni o i cani da guardiania. Per tenere le greggi per lo più al sicuro da lupi e altri predatori esistono oggi buone attrezzature, in grado di integrarsi con le tradizioni, ad esempio, della pastorizia abruzzese. Dopotutto, è grazie a pastori e pastore che ci sono ancora cani da guardiania in Italia. Se gli allevamenti condividono e adottano queste misure, la protezione delle greggi funziona. I valori sociali sono cambiati ed è anche per questo che i lupi hanno potuto diffondersi. Questo sviluppo non è comprensibile per chi ha la mentalità di un tempo. Ma, del resto, oggigiorno la produzione agricola si avvale di tutta una serie di sovvenzioni pubbliche che nei secoli scorsi non esistevano.
JP: L’ISPRA ha indicato per ogni regione e provincia autonoma il numero degli abbattimenti consentiti. In Alto Adige sono due. Cosa cambia?
PC: Può essere abbattuto il 5% delle popolazioni di lupi; il numero complessivo è stabilito tramite monitoraggio. Quello che manca, per me, è la documentazione tecnico-scientifica. L’obiettivo, la strategia, non sono abbastanza chiari. Ad esempio, per quanto concerne l’Alto Adige, due lupi è un numero che scontenta tutti, ambientalisti tanto quanto allevatori, che continueranno a subire attacchi. A ciò si aggiunge la qualità dei dati. Sappiamo che in Italia il bracconaggio è molto diffuso e che le autorità intervengono di rado per reprimerlo o prevenirlo. Molto probabilmente viene tollerato per attenuare le tensioni sociali che si sono inasprite sul tema lupo. Ma non ci sono studi sul bracconaggio; non sappiamo quanti lupi spariscono in questo modo. Se dovessimo verificare l’impatto effettivo degli abbattimenti legali sull’allevamento al pascolo, ci mancherebbero sempre i numeri totali dei lupi.
JP: Si sostiene spesso che gli abbattimenti legali farebbero diminuire il bracconaggio.
PC: Questa è una questione molto controversa. Per chiarirla si sarebbero dovuti rilevare i dati del bracconaggio prima di introdurre la possibilità del prelievo venatorio; invece non conosciamo i numeri dei lupi abbattuti illegalmente. Il fenomeno del bracconaggio è per sua natura difficile da rilevare.
La caccia al lupo è uno strumento sociale, e di questo dovremmo essere consci. Utilizzare il lupo come capro espiatorio è molto comodo.
-
L’intervista a Johanna Platzgummer è già stata pubblicata nella newsletter “Ritorno alle Alpi” 2026/3 del Museo di Storia Naturale dell’Alto Adige.
-
Articoli correlati
Umwelt | Großraubwild“Dann kommt es zu Selbstjustiz”
Umwelt | HerdenschutzZwischen Wolf und Weide
Umwelt | GastbeitragLa bugia del Sudtirolo wolfsfrei
Acconsenti per leggere i commenti o per commentare tu stesso. Puoi revocare il tuo consenso in qualsiasi momento.