La final girl non muore mai davvero
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Un serial killer con la testa a griglia d’aerazione non è, di norma, il punto di partenza migliore per una riflessione seria sul cinema. Teenage Sex and Death at Camp Miasma (Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte), presentato a Cannes nella sezione Un Certain Regard e premiato con la Queer Palm, arriva nelle sale italiane dimostrando esattamente il contrario: che si può essere insieme omaggio e decostruzione del genere slasher.
Cos’è
Il nuovo film di Jane Schoenbrun si inserisce, con calcolata consapevolezza citazionista, nel solco del filone che va da Friday the 13th a Halloween, fino a Sleepaway Camp. Al centro della storia c’è un vecchio franchise slasher, nato negli anni '80 e poi logorato da decenni di sequel mediocri. Per rilanciarlo viene chiamata Kris (Hannah Einbinder), una regista emergente diventata nota per aver rivoluzionato il modo di raccontare Psycho di Alfred Hitchcock.
Per costruire il suo reboot decide di andare a cercare l’attrice che nel film originale interpretava la protagonista sopravvissuta al massacro, per tentare di convincerla a tornare sul set. La donna, Billy (Gillian Anderson), si è ritirata da anni in totale isolamento, vivendo ancora oggi nello stesso luogo dove era stato allestito il set del campeggio estivo del primo film, a due passi dal lago da cui, in ogni capitolo della saga, riemerge il killer mascherato Little Death (Jack Haven).
Com’è
Camp Miasma prende lo slasher anni ‘80 e lo trasforma in un dispositivo per parlare di ossessione, memoria e desiderio queer. La struttura meta-narrativa (una regista che deve rilanciare un franchise horror morente e finisce per innamorarsi della “final girl” originale, ormai reclusa nei luoghi stessi del set) funziona meno come intreccio e più come meccanismo teorico: è un modo per interrogare il rapporto tra spettatore e immagine, tra performance e identità, tra il trauma vissuto e quello rappresentato. In questo senso il film si inserisce in una linea che va rintracciata più nella tradizione del cinema-sul-cinema che in quella dello slasher puro, di cui pure ostenta con affetto quasi filologico l’iconografia (il killer mascherato, il lago, il campo estivo isolato).
Camp Miasma prende lo slasher anni ’80 e lo trasforma in un dispositivo per parlare di ossessione, memoria e desiderio queer
Hannah Einbinder porta un’energia nevrotica e affamata al personaggio della regista; Gillian Anderson è perfetta nei panni di un’icona horror pietrificata dal proprio stesso mito, che non è mai davvero riuscita a lasciarsi alle spalle il film che l’ha resa famosa. Little Death smette presto di essere una semplice minaccia fisica per diventare quasi un simbolo, la personificazione di un desiderio che si esprime soltanto attraverso il linguaggio della violenza. È un’idea rischiosa, portata avanti con un certo compiacimento, ma che alla fine paga.
Dal punto di vista visivo la pellicola 35mm restituisce una grana sporca e dei colori saturi che sembrano usciti da un vhs mai esistito, capace comunque di far sembrare “vissuta” ogni inquadratura. Non tutto regge fino in fondo – il film è a tratti eccessivamente innamorato dei propri riferimenti, e nella seconda metà l’impianto concettuale prende un po' il sopravvento sulla tensione narrativa. Resta però un lavoro che merita di essere osservato con attenzione, non fosse altro perché testimonia come il genere horror continui a offrirsi, ciclicamente, come luogo privilegiato per l’elaborazione di discorsi identitari. Un film che si presta più alla discussione che al consumo immediato – e non è, di questi tempi, un demerito.
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