Tre strade diverse per l’assegno di cura
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Abbonati ora a S+Per ottenere lo stesso assegno di cura oggi in Alto Adige si può passare attraverso tre porte diverse. C’è chi viene valutato a domicilio dai team della non autosufficienza con il sistema V.I.T.A.(Valutazione integrata dei tempi assistenziali), chi, in presenza di una diagnosi di demenza, può ottenere il riconoscimento sulla base della valutazione di una Memory Clinic e, da ultimo, chi ha più di 70 anni e una certificazione di handicap grave ai sensi della legge 104 riceverà automaticamente il primo livello. Tre percorsi diversi per arrivare alla stessa prestazione. Ed è proprio qui che, secondo il Centro di Tutela dei Diritti del Malato, si apre un problema: chi stabilisce, alla fine, quale sia il reale bisogno assistenziale di una persona?
La domanda arriva dopo la decisione della Giunta provinciale di introdurre l’assegnazione automatica del primo livello dell’assegno di cura per gli over 70 in possesso della certificazione prevista dall’articolo 3, comma 3, della legge 104 del 1992. L’obiettivo dichiarato è ridurre i tempi di attesa e alleggerire il lavoro dei team di valutazione. Una finalità che il Centro considera condivisibile, ma che “rende ancora più evidente la progressiva frammentazione del sistema di accertamento della non autosufficienza”, si legge nella nota.
“Un sistema nel quale persone diverse arrivano all’assegno di cura attraverso strumenti, organismi e modalità di accertamento differenti.”
Nel percorso ordinario, infatti, sono i team della non autosufficienza a rilevare il concreto fabbisogno assistenziale attraverso la metodologia V.I.T.A., sulla cui base viene poi assegnato uno dei quattro livelli dell’assegno di cura. Per le persone affette da demenza è stato invece introdotto un percorso differente: la prestazione può essere attribuita d’ufficio sulla base della valutazione effettuata da una Memory Clinic, senza un successivo accertamento ordinario da parte del team. Con la nuova misura si aggiunge ora una terza possibilità: il possesso dei requisiti anagrafici e della certificazione di handicap grave fa scattare direttamente il primo livello.
“Non contestiamo la necessità di semplificare e accelerare”, sottolinea il Centro, che però osserva come si stia costruendo “un sistema nel quale persone diverse arrivano all’assegno di cura attraverso strumenti, organismi e modalità di accertamento differenti”.
Il punto più delicato riguarda proprio l’automatismo appena introdotto. La certificazione ai sensi “dell’articolo 3” attesta infatti una condizione di handicap grave, mentre l’assegno di cura prevede quattro livelli differenti, graduati in base all’intensità del fabbisogno assistenziale. Perché dunque, si chiede il Centro di tutela del malato, in assenza di una vera misurazione del bisogno viene attribuito automaticamente il primo livello?
La questione diventa ancora più concreta nel caso di una persona che ritenga insufficiente il livello riconosciuto. Se un settantacinquenne con handicap grave ritiene che le proprie necessità assistenziali corrispondano al secondo o al terzo livello, quale strada deve seguire? Formalmente resta la possibilità di contestare il provvedimento, ma il Centro mette in evidenza il problema a monte: che cosa viene riesaminato se una valutazione del fabbisogno non è mai stata effettuata?
Da qui una serie di interrogativi che l’associazione chiede alla Provincia di chiarire: chi effettua in questi casi la nuova valutazione, con quale strumento e secondo quali criteri? Si torna alla metodologia V.I.T.A.? L’accertamento viene svolto al domicilio della persona? E, soprattutto, chi riceve automaticamente il primo livello può chiedere espressamente che il proprio fabbisogno venga misurato per verificare l’eventuale diritto al secondo, terzo o quarto livello?
Il Centro insiste anche su una distinzione che considera sostanziale: diagnosi, disabilità e bisogno di assistenza non coincidono necessariamente. Una diagnosi di demenza descrive una condizione clinica, la certificazione della legge 104 attesta una situazione di handicap grave, mentre la valutazione assistenziale dovrebbe misurare quanto aiuto sia concretamente necessario nella vita quotidiana. “Se questi elementi vengono utilizzati in modo diverso per determinare il medesimo beneficio – osserva il Centro – è necessario spiegare quali garanzie assicurino che persone con bisogni assistenziali analoghi siano trattate in modo equivalente”.
“Quando è necessaria una valutazione diretta, questa dovrebbe continuare ad avvenire principalmente nell’abitazione della persona.”
C’è poi il tema del luogo nel quale l’accertamento viene effettuato. Secondo il Centro, quando è necessaria una valutazione diretta, questa dovrebbe continuare ad avvenire principalmente nell’abitazione della persona. È lì, infatti, che si possono verificare concretamente le difficoltà legate alle barriere architettoniche, alla mobilità, all’organizzazione della giornata, alla presenza o meno di familiari e alla quantità di aiuto necessaria nelle attività quotidiane. Elementi che, sostiene l’associazione, difficilmente possono essere valutati nello stesso modo in un ufficio.
La critica, dunque, non riguarda il tentativo di accelerare le procedure. Anzi, il Centro valuta positivamente anche la decisione provinciale di portare da 17 a 21 i team di valutazione. “Le persone non autosufficienti non possono aspettare mesi per ottenere una prestazione di cui hanno bisogno”, sottolinea l’associazione. Il problema nasce, semmai, se alla necessità di ridurre le liste d’attesa si risponde aumentando progressivamente il numero delle categorie per le quali la valutazione individuale viene sostituita da un automatismo.
Per questo il Centro chiede alla Provincia di chiarire l’intero sistema: quali criteri vengano utilizzati nei diversi percorsi per stabilire il livello dell’assegno, chi abbia il compito di effettuare la valutazione, quale strumento venga impiegato, come sia quantificato il bisogno assistenziale e a quale organismo ci si possa rivolgere per chiedere un riesame. Ma soprattutto chiede una procedura chiara per chi, dopo avere ricevuto automaticamente il primo livello, ritenga che le proprie condizioni giustifichino un assegno più elevato.
“Il nostro obiettivo non è mettere in discussione la necessità di semplificare le procedure”, conclude il Centro di Tutela dei Diritti del Malato. Il rischio da evitare, sostiene l’associazione, è che “la semplificazione amministrativa finisca per sostituire la valutazione del bisogno con una presunzione del bisogno”. Perché dietro ciascuno dei quattro livelli non c’è soltanto una pratica amministrativa, ma una persona e la quantità di assistenza di cui quella persona ha concretamente bisogno.
Da qui la richiesta alla Provincia di aprire un confronto pubblico sui criteri di valutazione e sulle modalità di riesame dell’assegno di cura, con l’obiettivo di tenere insieme rapidità delle procedure, equità di trattamento e appropriatezza della prestazione.
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