Politica | Catchword

Salvare il multilateralismo

Benjamin Netanyahu : durante il suo discorso all’Assemblea generale dell’ONU. Immagine: Associated Press, Screenshot Youtube
Dall’Assemblea generale dell’ONU emerge un mondo sempre più tentato dalla forza e dall’unilateralismo. Il multilateralismo si dimostra indispensabile proprio quando è messo in discussione.

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Si è appena conclusa la settimana di alto livello dell'81. Assemblea generale delle Nazioni Unite. Al Palazzo di Vetro di New York sono sfilati oltre 130 leader mondiali. Non Merz e Meloni, per ragioni di politica interna: un presidente del Consiglio italiano non mancava da 15 anni, ma evidentemente ci sono altre priorità.

L’Assemblea si è riunita mentre l’ordine internazionale attraversa una crisi profonda e l’ONU fatica a mantenere la propria rilevanza. 

Gli incontri più proficui si sono svolti a margine, specie tra USA e Cina, e tra Trump e Zelensky, per il quale dover continuamente sottostare alle umilianti bizze del presidente americano dev’essere un peso secondo solo a quello della guerra.

Lo show di Trump e la performance di Netanyahu (che ha dato dei codardi antisemiti a tutti coloro che osano anche solo interrogarsi sull’opportunità delle sue guerre, figuriamoci criticarle) sono stati tra i momenti in cui maggiormente si è attaccato l’ordine internazionale fondato sul multilateralismo. Ossia il principio che, tra mille contraddizioni, ha retto le relazioni internazionali dal secondo dopoguerra. Quella regola per cui le controversie non riguardano soltanto i diretti interessati, ma devono essere gestite entro un sistema di regole che vincolano tutti. Perché la pace e il corretto svolgimento delle relazioni internazionali sono un interesse collettivo, non una faccenda privata tra i contendenti. Una regola che si regge sulla convenienza di lungo periodo, che spinge quasi evangelicamente a non fare agli altri ciò che non si vorrebbe fosse fatto a sé.

Catchword è una rubrica di parole per guardare dietro (o sotto) alle parole. Ogni due settimane Francesco Palermo parte da una parola chiave (catchword, appunto) per spiegare in modo conciso il concetto (o l’inganno) che le sta dietro. Da leggere o da ascoltare in formato podcast.

Le picconate al multilateralismo sono la proiezione internazionale dell’attacco alle democrazie costituzionali cui assistiamo da tempo. In entrambi i casi, le istituzioni di garanzia, i controlli reciproci e i limiti posti al potere vengono presentati come intralci all’efficienza. Ma senza regole condivise rimane soltanto il rapporto di forza. In politica interna come nelle relazioni internazionali.

L’interesse immediato individuale (pardon, il “pragmatismo”) sembra diventato l’unico criterio orientativo delle scelte. L’orizzonte delle decisioni si accorcia, conta il (presunto) vantaggio di oggi, non la sostenibilità di domani. Il prossimo sondaggio, non la prossima generazione.

Emblematico è il recente referendum con cui l'Islanda ha respinto la riapertura dei negoziati di adesione all’Unione europea, assestando un’altra spallata alla già vacillante autostima dell’organizzazione sovranazionale. Su interessi geostrategici di lungo periodo hanno prevalso le immediate preoccupazioni del settore della pesca, nonostante Bruxelles avesse garantito il mantenimento di un regime speciale di quote per l’isola. Ancora una volta, l’interesse percepito nel breve periodo ha avuto al meglio sulla visione strategica.

Del resto, in un contesto in cui individui e collettività hanno quasi smesso di programmare e guardano tutt’al più alle prossime elezioni, è difficile attendersi maggiore lungimiranza. La tragedia climatica è l’esempio più drammatico di questa dinamica autodistruttiva. Ed è anche la prova dell’indispensabilità di soluzioni multilaterali: se ciascuno fa ciò che (crede) conveniente nell’immediato, nel giro di poche generazioni il pianeta diventerà invivibile per tutti.

Non tutto però è ancora perduto. La stessa Assemblea generale che ha visto gli sfregi recati al multilateralismo da alcuni leader, ha assistito anche ad appassionati appelli a invertire la rotta. 

Come già anticipato in un articolo congiunto pubblicato sul Financial Times, i leader di Canada, Brasile, Kenya e Consiglio europeo hanno ribadito che il multilateralismo “non è un atto di idealismo, ma una necessità concreta”. E il presidente del governo spagnolo Sánchez ha lanciato un potente messaggio in favore del multilateralismo, definito “il migliore strumento che l’umanità ha a disposizione per gestire la sua diversità e interdipendenza, specie in un mondo globalizzato e multipolare”.

Contemporaneamente il Consiglio di Sicurezza ha ascoltato l’amministratore delegato di OpenAI Sam Altman: l’intelligenza artificiale, come il clima o la sicurezza globale, è una sfida che nessun Paese può affrontare da solo. Anche qui la risposta potrà essere soltanto multilaterale.

Salvare il multilateralismo non significa non doverne riformare le istituzioni. Anzi!

Una riforma è forse più urgente che mai, a partire dalle Nazioni Unite per arrivare a tutte le organizzazioni regionali, che sono piene di problemi, contraddizioni e modalità di azione a volte irritanti e pericolosamente autoreferenziali. La sfida è tra riformare insieme il multilateralismo e demolirlo a colpi di atti unilaterali. Da questa scelta dipenderà non soltanto la sopravvivenza dell’ordine internazionale ma dell’umanità stessa.

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