Il mio tavolo finisce qui
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Ex libris
Questo estratto dal libro di Andrea Rossi fa parte del formato “Ex libris” su SALTO.
Dieser Auszug aus dem Buch von Andrea Rossi ist Teil des Formats “Ex libris” auf SALTO.
Il nostro piccolo corteo varca il cancello d’ingresso. S’incammina lungo il viale centrale del parco. Aiuole appena fiorite e primo taglio d’erba: è ormai maggio inoltrato. Sulle panchine bianche familiari e pazienti si godono l’ultima luce del giorno. Mamma ci precede con il consueto passo spedito e leggero. Indossa il suo impermeabile color cammello. Carlo e io la seguiamo a un metro. Non ci parliamo, cerchiamo solo di tenere il suo passo. Incrociamo infermieri venuti a recuperare i pazienti rimasti all’aperto. L’aria appena tiepida del tardo pomeriggio è forse ancora troppo rigida per chi soffre. Saliamo i pochi gradini che conducono al massiccio portone di legno bianco e vetro smerigliato spalancato sull’androne. Ritroviamo il consueto odore di disinfettante e di cucina.
La porta della tua stanza non è lontana.
Un fiato che impasta cibo e medicinali, vita e morte. Esala dai corridoi e dalle camerate. Staziona nell’ingresso dell’ospedale. Svoltiamo per la prima corsia a sinistra tenendoci stretti. Il viavai è quello dell’orario di visita. La porta della tua stanza non è lontana. Raggiuntala, mamma la tira a sé. Ne scopre la spessa imbottitura interna, trapuntata a losanghe. Quasi si volesse che grida e patimenti di chi è ricoverato non oltrepassassero quella soglia. Non si facessero sentire. Non esistessero al mondo. Valichiamo quel confine ormai da giorni. Tu ci attendi là dentro, nella semioscurità. Compostamente disteso, il volto appena sofferente, il respiro sottile. Il tuo corpo ci sta lasciando, come quello di molti altri qui. Te ne stai andando, disarmato e arreso. Sprofondato nel letto numero sei, il terzo dall’ingresso dell’ampia camerata. Reparto Medicina Uomini. Il tuo viso, senza più sguardo, è rivolto al soffitto, ai suoi graffi, ai fili scoperti, alle lunghe lampade al neon che balbettano.
Tutto è così ordinato e ordinario, qui.
Le braccia lungo i fianchi riposano sopra coperte color nocciola. Le mani, magre e nodose come non mai, non cercano più, febbrili nel delirio degli ultimi giorni, un’altra sigaretta. Tra le dita distese indovino il profilo di una greca, un ricamo più scuro della coperta. Tutto è così ordinato e ordinario, qui. Si addice al luogo e a chi come te sta per congedarsi. Nel suo studio il medico ci ha preavvisato con voce pacata e severa: è questione di giorni, forse di ore. Intanto te ne stai imprigionato in questa vita. Forzato in un letto dall’intelaiatura in ferro, laccato di bianco, sbreccato in più parti. Per nulla diverso da tutti gli altri in questa camerata. Lo sfioro con le dita. Avverto la sottile differenza degli spessori della lacca.
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Sulla persona
Andrea Rossi (Cremona, 1956) vive in Alto Adige dalla metà degli anni sessanta. Esordisce nella narrativa con il racconto Sinigo (Alphabeta, 2008), portato successivamente in scena dal Teatro Stabile di Bolzano. Seguono i romanzi Acquabianca (Alphabeta, 2012), con il quale si aggiudica il premio “Alto Adige-Autori da scoprire”, e La casa alla fine del mondo (Alphabeta, 2021), che tra cronaca e fiction narra dell’avventurosa edificazione di Ushuaia, nell’estremo lembo meridionale del mondo, a opera di emigrati italiani nell’immediato dopoguerra.
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Come se chi ha sofferto avesse stretto le proprie mani intorno alle spalliere e alle sponde fino a graffiarle, a corroderle. Prigioniero anch’io, tra il comodino e lo schienale del tuo letto: è il posto che mi tocca nella geografia del dolore e degli spazi dedicati ai parenti. Mamma al capezzale. Carlo dalla parte opposta alla mia. Non siamo soli. Tra gli altri letti dello stanzone, su tragitti segnati pendolano il calpestio quieto e le tenui voci delle infermiere. I portantini si scambiano ordini senza concitazione. Sono la malattia e la morte a dettare il tempo. Tutto scorre su un unico tappeto sonoro: i lamenti senza sosta dei pazienti e i sussurri indecifrabili dei parenti che li assistono. […]
C‘è un chiarore opaco che tutto appiattisce, come in un’unica grande quinta.
Una mano si posa sulla mia spalla. Gentilmente mi allontana. Con un sorriso mite un medico mi invita a uscire. È terminata l’ora di visita. Seguo il suo camice bianco e m’incammino verso la porta rimasta spalancata. Fuori, il corridoio è illuminato ormai più dai lampadari che pendono gravi dal soffitto che dalla luce del tramonto. C’è un chiarore opaco che tutto appiattisce, come in un’unica grande quinta. All’ingresso dell’ospedale mi attendono Carlo e mamma. Non so come ti abbiano salutato, se lo abbiano poi fatto. Né come avrebbero voluto. So cosa ho deciso per noi. So cosa ci legherà ancora in queste ore, in questa notte di maggio del 1978. […]
Mi allaccio stretto le mie Adidas Running blu con le bande laterali gialle.
Rincasati, mamma si precipita in cucina. La sento aprire e chiudere con foga il frigorifero e gli stipetti della credenza. Con Carlo raggiungo la nostra camera da letto. Lui si butta sulle coperte e sprofonda in una rivista. Io mi libero dei vestiti. Li getto sulla sedia con impazienza. Spalanco le ante dell’armadio. Dalla sacca degli allenamenti afferro ciò che mi servirà nelle prossime ore. Porto tutto con me, anche le scarpe. Entro in bagno e con meticolosità mi cambio, seduto sull’orlo della vasca. Mi allaccio stretto le mie Adidas Running blu con le bande laterali gialle. Ripeto ciò che tacitamente ho promesso al tuo capezzale, stringendo i pugni dentro le tasche dei pantaloni. Questa notte la correrò tutta, ecco ciò che farò. Le starò dentro fino all’alba, fino a quando il fiato non mi andrà definitivamente di traverso. Finché il mio cuore, accanto al tuo, mi sosterrà.
Maggio 1978. In un ospedale un uomo è sospeso tra la vita e la morte. Suo figlio lancia una sfida al destino: correre nella notte per tenerlo in vita fino all’alba. Falcata dopo falcata, tra le vie deserte, riaffiorano i ricordi: l’infanzia nebbiosa lungo il Po, la giovinezza in un Alto Adige dalla lingua dura e il mistero di un padre affettuoso ma sfuggente, che incideva col coltello confini invalicabili sul tavolo di casa. Una maratona notturna che si trasforma in un atto di resistenza e in un dialogo silenzioso tra chi resta e chi se ne va. Con una prosa cristallina, Andrea Rossi narra la fragilità umana e la forza di una memoria che non si arrende all’addio.
“Che fai?” mi chiede inquieta mamma, mentre percorro di fretta il corridoio e sorpasso di slancio la porta della cucina.
“Esco” le rispondo con la mano già sulla maniglia dell’uscio.
Si alza dalla sedia. Mi raggiunge quasi trascinando i piedi.
“A quest’ora?”
“Non ce la faccio a stare qui, ad aspettare. Devo muovermi. Devo fare qualcosa.”
“Ed esci così?”
“Ne ho bisogno. Non starò via molto.”
“E se telefonano?”
“Non telefoneranno.”
“Ma hanno detto che ogni momento... Se telefonano, dico, se succede, cosa faccio io, da sola?”
“Non lo sei, c‘è Carlo. È di là, disteso a leggere. E poi non telefoneranno. Non finché starò fuori.”
“Non lasciarmi anche tu.”
“Io torno.”
Le sere ormai non sono più fredde. È primavera inoltrata. C’è un vento tiepido, sottile, che gonfierebbe niente di più che una minuscola vela. È ciò che mi serve. Basterà a saziarmi i polmoni senza seccarmi la gola, ad asciugarmi il sudore dalla fronte prima che coli e mi bruci gli occhi. Ho deciso: non comincerò piano, cercando pazientemente il ritmo. Partirò forte, invece, e da subito. Spezzerò il fiato o ci morirò dentro. Nessun calcolo, nessuna progressione nello sforzo, questa notte e in questa corsa. Voglio qualcosa di violento, di vivo. E lo voglio immediatamente. Qualcosa che scuota il corpo, che lo porti via da questa attesa e lo getti dentro la fatica, un mondo che conosco. Almeno qui, per queste strade. Faremo lo stesso sforzo io e te, papà. Andremo a cercare l’aria in ogni nostro respiro. E sarà vita rubata, la tua e la mia. Il nostro ansimare, questa notte, sarà il suono più vero della città.
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