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“Siete nei Paesi Baschi, non in Spagna!”

Tra Bilbao, San Sebastian e Sad Hill, l'emozionante viaggio di un gruppo di bolzanini sulle tracce del “Buono, il brutto e il cattivo” di Sergio Leone e per vedere la partita tra Real Sociedad e Deportivo Alaves.
San Sebastian
Foto: A. Scolfaro
  • “Siete nei Paesi Baschi, non in Spagna!”

    Lo slogan, a caratteri cubitali, risalta su una moltitudine di lampioni adiacenti i due terminal che compongono il moderno aeroporto di Bilbao. E suona come un avvertimento, agli occhi dei turisti.

    Uscito dal tecnigrafo dell’archistar Santiago Calatrava, l’involucro dello scalo aeroportuale “bilbaínos” è frutto di un avviato contesto di radicata innovazione della mappa urbanistica della “Perla del Golfo di Biscaglia”. Come il bronzeo ed avveniristico edificio in titanio, che ospita il Guggenheim Museum, adagiato lungo le rive del Nervión, il fiume che taglia in due la città veicolando i trasporti fluviali verso l’oceano Atlantico.  Più che l’infrastruttura, comunque, poté quello slogan. Dal sapore così nazionalistico. E parecchio familiare. Soprattutto per chi, come il nostro gruppo formato da una decina di amici, proviene dall’identitaria realtà altoatesina.

  • Guggenheim: Il museo di arte contemporanea. Foto: A. Scolfaro
  • Ci sono un’infinità di opzioni perché possa nascere il desiderio di regalarsi un tour in questa orgogliosa comunità autonoma, popolata da oltre due milioni di abitanti, territorio in cui la tutela e la trasmissione delle sue secolari tradizioni restano basilari nella collettività basca. Le misurate motivazioni della nostra presenza qui, invece, al di fuori da quelle prettamente turistiche, sono principalmente due. E sono altrettanti sogni di ragazzi, custoditi per decenni, nella speranza di vederli realizzati.

    Il primo risiede nel desiderio di visitare San Sebastian, la cui fama è legata ai suoi magnifici arenili (Playa de la Concha e Playa de Ondarreta), ed assistere al derby tra la Real Sociedad ed il Deportivo Alaves, assieme all’Athletic Bilbao le tre realtà calcistiche per eccellenza dell’Euskal Futbola (il calcio dei Paesi Baschi).

    Il secondo, di spendere qualche emozionante ora a Contreras, minuscolo paesino del comprensorio di Castiglia e León, abitato da sole 97 anime ma reso celebre in tutto il mondo da uno dei leggendari registi cinematografici della storia: Sergio Leone. Perché proprio qui, in una landa brulla e desolata nella Sierra de la Demanda, poco oltre i mille metri d’altitudine, simile in modo imbarazzante alle caratteristiche formazioni rocciose presenti nel Deserto di Sorona, nel sud dell’Arizona, uno dei maestri del cinema italiano ambientò le iconiche scene del triello finale de “Il buono, il brutto e il cattivo”.

  • In viaggio: Il gruppo di amici partito da Bolzano Foto: A. Scolfaro
  • Prima di esaudire questi desideri, però, c'è una realtà tutta da scoprire. Ovvero il cosiddetto “Effetto Bilbao”. Per coglierne appieno il significato bisogna prima risalire ai tragici eventi accaduti nell’estate del 1983. Ad uno dei più terrificanti disastri idrogeologici mai avvenuti nella Penisola Iberica. Il 26 agosto di quell’anno, una drammatica sequenza di piogge torrenziali spazzò Bilbao con inaudita violenza. 500 millimetri d’acqua ricoprirono il suo perimetro urbano in appena 24 ore. Tragicamente, gli argini del fiume Nerviòn collassarono in più punti in città. Moltissime abitazioni ed infrastrutture del “casco antiguo” (centro storico) vennero travolte da un’impetuosa ondata di piena - alta più di tre metri -, composta da acqua, fango e detriti di ogni tipo. L’alluvione provocò danni ingentissimi oltre alla morte di 34 persone.

    Bilbao, alle prese con una lenta e faticosa transizione, avviata per eludere gli effetti della dittatura fascista, perì nuovamente, assieme alle sue vittime. Ci volle una massiccia dose di solidarietà, individuale ed istituzionale assieme, oltre ad un adeguato piano strategico per la ricostruzione, perché Bilbao potesse risorgere dalle sue macerie.

    La politica trovò alleati preziosi tra le eccellenze dell’architettura, ai quali affidò il compito di ripensare il volto della città. La rinascita sarebbe passata attraverso un profondo restyling. Urbanistico ed architettonico. Nella concreta speranza di rilanciare il turismo. E di conseguenza l’economia.

    Frank Gehry, un colosso del settore, presentò agli amministratori comunali i documenti progettuali del Guggenheim Museum, dalle forme ardite, complesse ed innovative. L’opera sarebbe stata collocata proprio nel cuore cittadino, lungo la celeberrima passeggiata che corre parallela al Nerviòn, impreziosita da installazioni artistiche di pari livello. Come Zubizari, il ponte “a vela”, “Maman” (monumentale scultura a forma di ragno, realizzata dall’artista Louise Bourgeois, ed alta quasi 10 metri) e “Puppy”, il cucciolo di White Terrier di Jeff Koons, assemblato con decine di migliaia di fiori su una struttura in acciaio di ben 14 metri, posizionata proprio all’ingresso del “Museum” di Gehry.

  • Puppy: L'opera di Koons Foto: A. Scolfaro
  • In questo modo, nel 1997, nacque l'“Effetto Bilbao”. Un fenomeno culturale ed economico, che avrebbe definitivamente rilanciato la “Perla del Golfo di Biscaglia”. La città - che ha dato i natali al poeta e filosofo Miguel de Unamuno, al pianista di fama mondiale Joaquin Achùcarro ed alla stella del calcio Inaki Williams, simbolo dell’Athletic Club Bilbao -, è anche una piacevolissima scoperta a livello culinario. Piatti tipici di livello assoluto, gustati preferibilmente in centro storico, a Plaza Nueva, un baglio in stile neoclassico letteralmente incorniciato da un porticato. Qui, una miriade di localini sfornano quotidianamente migliaia di “pintxos” (la versione basca delle “tapas”, dalle guarnizioni molto più raffinate), il top di gamma quando accompagnano un aperitivo.

    Molto meno piacevoli, invece, sono le bizze del meteo. L’impatto della Corrente del Golfo è alla base delle mutevoli condizioni del clima atlantico. Nei Paesi Baschi, così come in Irlanda, Scozia e Norvegia, piove all’incirca 180 giorni all’anno. Dopo essere stato accolto da un tepore quasi estivo nel corso del primo giorno bilbaìnos, nelle seguenti 72 ore il nostro tour è costretto ad avere l’ombrello sempre a portata di mano, intrappolato nell’umida morsa di una temperatura costantemente oscillante tra i 5 ed i 12 gradi.

    La tanto agognata trasferta a San Sebastian, il coronamento di un sogno per qualcuno di noi, è condizionata proprio dalle avverse condizioni meteo. A soli 35 chilometri da Bilbao, non distante dalla superstrada che ci conduce ad est, sorge una minuscola cittadina. Il cui nome rievoca una tragedia dai contorni terribili: Guernica. Durante la guerra civile spagnola, nonostante non fosse affatto un obiettivo militare, il 26 aprile 1937 il piccolo centro rurale venne pesantemente bombardato dalla Luftwaffe e dall’alleata Aviazione italiana. In un giorno di mercato. Una strage pianificata. Pablo Picasso, scosso ed inorridito dalle conseguenze che ebbe quella sanguinaria azione militare (oltre 1600 morti tra i civili), si mise immediatamente al lavoro su una tela dalle dimensioni importanti. In un mese compose “Guernica”, il suo grido di dolore verso la brutalità della guerra. Al grande maestro del cubismo venne attribuito un eloquente episodio. Accaduto nel suo atelier parigino, nel bel mezzo di un colloquio con un gerarca nazista.

    L’alto ufficiale si pose davanti all’opera. E, dopo lunga meditazione, chiese a Picasso:

    “L’ha fatto lei questo orrore?”. 

    “No, lo avete fatto voi!”. Rispose l’artista, di rimando.

    Lasciando le colline di Guernica, le auto del nostro gruppo si immergono nell’immacolata vegetazione del parco naturale Urkiola. Vero e proprio paradiso per rapaci diurni e notturni. In prossimità dell’oceano, la strada si assottiglia improvvisamente. Come un sipario che si apre sulla scena.

    San Sebastian si manifesta finalmente in tutta la sua bellezza. Il vento sta malauguratamente rinforzando. Segno che, a breve, la pioggia riprenderà a cadere. Saremo costretti a recarci all’Estadio Municipal de Anoeta a bordo di un mezzo pubblico. Senza poter ammirare da vicino l’inconfondibile stile “Belle Époque” di questa amena località di mare. Buen retiro per molti profili della borghesia “vasca”. Il primo particolare che risalta agli occhi, nell’area adiacente agli ingressi dello stadio, è la totale indifferenza con la quale gli ultras di Real Sociedad e Deportivo Alaves si mischiano tra loro. In occasione di un derby particolarmente sentito, come quello basco, altrove sarebbe praticamente impossibile. Specialmente in realtà come Italia, Inghilterra, Francia, Grecia o Olanda.

    In Spagna, il tifo violento è stato estirpato da molto tempo. Ed oggi è solo un termine astratto, che non ha praticamente alcuna proiezione sugli strati sociali. Lo si può evincere anche dalla totale assenza di barriere tra il campo per destinazione e le primissime file delle tribune. Zero plexiglas, zero recinzioni. Solo una manciata di addetti alla sicurezza, separati tra loro da decine di metri di distanza, giusto per scongiurare la remota possibilità di qualche pacifica invasione di campo. Si avvicina il momento del match. E la caldissima tifoseria organizzata della Real, raccolta in curva sud nella “Grada Aitor Zabaleta”, sta già scaldando le ugole.

  • Allo stadio: Partita di grandi emozioni Foto: A. Scolfaro
  • Chi fosse Aitor lo scopriremo in seguito. In uno dei momenti più emotivamente intensi del match. Le squadre fanno il loro ingresso sul terreno di gioco. Proprio nel momento in cui la pioggia si insinua come un vortice nell’imbuto delle tribune, aumentando progressivamente d’intensità. La gara parte con il piede sbagliato per i padroni di casa. L’Alaves va in vantaggio grazie ad uno sventurato autogol. Ma passano solo pochi minuti e la Real Sociedad trova l’immediato 1-1. Quelli che scorrono in tribuna, subito dopo il pareggio, sono istanti davvero molto emozionanti. All’unisono, i tifosi “txuri urdin” (bianco-celesti) volgono le spalle al campo, abbracciandosi tra di loro. E cominciano a saltare sul posto, in un trascinante ritmo sincopato.

    È il cosiddetto “poznàn”, coreografia che stempera solo quando viene eseguita da tutto lo stadio. All’improvviso, uno striscione viene esposto dal lembo di curva dove sono raccolti i tifosi ospiti. I 40.000 spettatori presenti all'“Anoeta” si alzano in piedi ad applaudire. Uno scroscio assordante. “Vincete la Coppa per Aitor Zabaleta!” - cita la gigantesca pezza. In riferimento all’imminente finale di Coppa del Re, tra Real Sociedad ed Atletico Madrid, che si giocherà proprio a “La Cartuja”, il tempio dei biancorossi.

    Necessario, a questo punto, un passo indietro. 9 dicembre 1998: a Madrid si sta per giocare un Atletico - Real Sociedad che non verrà più dimenticato. Fuori da un locale, diversi ultras madrileni affrontano un gruppetto di tifosi della Real. Tra loro il povero Aitor, in compagnia della fidanzata. Zabaleta ha solo il desiderio di raggiungere pacificamente il “Vicente Calderòn”, lo stadio dove si disputerà il match. Ma viene accerchiato. E colpito mortalmente da una coltellata sferratagli al cuore da Ricardo Guerra Cuadrado. Riconosciuto colpevole dell’omicidio, a causa del quale sconterà 17 anni di carcere. Il nome di Aitor viene scandito a lungo dal pubblico assiepato sulla “Grada” a lui dedicata. Sono momenti di intensa commozione, che non si stemperano nemmeno sotto un diluvio che non accenna a diminuire. Il risultato di una gara vibrante e combattuta, come ogni derby che si rispetti, viene fissato sul rotondo 3-3 finale da una splendida rete dell’Alaves, proprio negli ultimi secondi di recupero.

    L’aver vissuto questa esperienza condivisa, tra amici di lunga data, rimarrà uno dei momenti più belli e coinvolgenti trascorsi insieme. L’indomani, dopo un paio d’ore d’auto, siamo tutti “di scena” al cimitero di Sad Hill, sul set di Sergio Leone, a Contreras. Dove Clint Eastwood, Eli Wallach e Lee Van Cleef (“Il buono, il brutto ed il cattivo” oppure, se volete, il “Biondo”, “Tuco Martinez” e “Sentenza”) si affrontarono a triello sessant’anni prima.

  • Indimenticabile: La scena del triello Foto: Screenshot
  • Il secondo ed ultimo desiderio da esaudire nel nostro lungo peregrinare nei Paesi Baschi. Ultima pellicola della “Trilogia del Dollaro” (comprendente anche “Per un pugno di dollari” e “Per qualche dollaro in più”), il film girato nel 1966 nelle province di Burgos, Almeria e Madrid, contiene immancabilmente la straordinaria colonna sonora composta dal grande maestro Ennio Morricone. Che sembra risuonare lontana, al nostro arrivo al parcheggio della struttura.

    Siamo gli unici turisti di passaggio a Sad Hill. Il silenzio attorno a noi è lo stesso che calò quando il Biondo, Tuco Martinez e Sentenza si squadrarono da lontano, per istanti che sembrarono eterni, sull’iconica pietraia circolare del cimitero. Prima del confronto finale, a colpi di Colt Navy, calibro 36. Nessuno spoiler, giusto per salvaguardare eventuali e tardive visioni di una straordinaria pellicola, della durata complessiva di quasi tre ore. Possiamo rivelare soltanto che Quentin Tarantino la reputa tuttora alla stregua di uno dei migliori film western della storia del cinema. Le foto, che ciascuno di noi deposita a decine nella memoria del cellulare, non rendono e non potranno rendere mai l’atmosfera carica di pathos che questo luogo magico continua a preservare. 

  • Sad Hill: Il triello rivisto oggi Foto: A. Scolfaro
  • È quasi ora di rientrare a Bilbao. Ma ognuno di noi sa che lascerà a Sad Hill una piccola parte di sé. Il giorno seguente è quello del nostro rientro in patria. La pioggia concede solo rari momenti di tregua. In cui cediamo alla lusinga dello shopping. Consumato anche nello store ufficiale dell’Athletic Club Bilbao, proprio al San Mamés, il suo stadio di proprietà.

    Non è una leggenda metropolitana qualsiasi. Giocare per l’Athletic non è per tutti. Solo coloro che provengono dall’Hegoalde (la parte meridionale del Paese, in Spagna) o dall’Iparralde (quella settentrionale, in Francia) posseggono i requisiti per indossare il “rojiblanco”. Sabato sera, buona parte del nostro gruppo si è infine ritrovata. Perché mancava un solo tassello per dare un volto definitivo a questo racconto. Assistere in tivù alla finale di Coppa del Re. Quella tra Atletico Madrid e Real Sociedad.

    Ebbene, proprio laddove Aitor Zabaleta perse la vita nel 1998, la sua Real ha superato l’Atletico ai calci di rigore, vincendo - per la quarta volta nella sua storia - questo prestigioso trofeo. Al culmine di un match acceso e vibrante, come previsto dal protocollo del calcio iberico. La maglia che la Real Sociedad gli ha dedicato molto tempo fa, quella con l’eloquente numero 12, viene sollevata al cielo dal capitano Mikel Oyarzabal, fino alla consegna del trofeo.

    Perché, come la stessa stampa spagnola ha celebrato a margine dell’evento: “Aitor c'è. E resterà, per sempre, accanto alla sua squadra del cuore”.