Cultura | Feltrinelli story/10

“Va interrogato il nazista Klaus Barbie”

A fine maggio 1972 uno scoop del New York Times rivela che la Questura di Milano vuole sentire “l’agente del diavolo” per la morte dell’editore. Sono giorni di grandi tensioni fra i poteri dello Stato, fra perquisizioni di giornali e depistaggi.
G. Heidemann Collection - Hoover Institute

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Prima parte - Intrigo internazionale

Nella tarda primavera del ‘72 Milano è una città sull’orlo di una crisi di nervi. Il 14 marzo l’editore rivoluzionario Giangiacomo Feltrinelli muore dilaniato sotto un traliccio a Segrate. Il 17 maggio il commissario Luigi Calabresi viene assassinato sotto casa, in via Cherubini. Un altro choc. Tre giorni dopo, 200.000 persone seguono il corteo funebre dalla Questura alla chiesa di San Marco, nel cuore di Brera. Per giornali e televisioni le indagini sui due fatti di sangue sono un’ossessione da “gridare” in prima pagina. I fari sul capoluogo lombardo, però, sono puntati anche dall’estero: che cosa succede nella città locomotiva d’Italia? 

L’aria è pesante. Nella notte tra il 24 e il 25 maggio succede una cosa inusuale in una democrazia europea: la Procura di Milano dispone la perquisizione del Corriere della Sera, il più importante quotidiano italiano. Un fatto eclatante, che provoca la vibrante protesta di tutto il mondo dell’informazione. La decisione degli inquirenti — lo vedremo nella seconda parte — ha un solo obiettivo: spaventare il giornalista Giorgio Zicari per i suoi scoop su Feltrinelli e Calabresi, mandando un messaggio a chi “ha orecchie per intendere”. In ogni caso è anche un evidente segnale di tensioni non più latenti tra poteri dello Stato, proprio in relazione ai due fatti di cronaca che avevano sconvolto quella primavera milanese. Tutto, però, resta sotto traccia, compresso, in facce di magistrati che immaginiamo con i denti digrignati e gli occhi torvi, ma pubblicamente composte e silenziose. Tutto perfetto per alimentare le fantasie  di chi proverà a capirci qualcosa più di cinquant’anni dopo. 

È in questo clima cupo che, tre giorni dopo la perquisizione, il 28 maggio 1972, esce sul Baltimore Sun un articolo firmato George Weller. Il giornalista non è un oscuro corrispondente di terza fascia: è l’inviato in Europa del Chicago Daily News, già Premio Pulitzer. Weller era stato il primo occidentale a entrare a Nagasaki dopo la bomba atomica, sfidando il tassativo divieto del generale MacArthur: scrisse 25.000 parole sugli orrori che vide, ma la censura militare bloccò tutto e il testo fu pubblicato solo nel 2006 per iniziativa del figlio Anthony. 

Il titolo dell’articolo che andremo a leggere è Italian Intrigue Involves Arms Smuggling (Intrigo italiano per un traffico d’armi). 

In realtà questo non è il primo pezzo sull’argomento a trovare spazio sulla stampa internazionale in quei giorni. Per noi, però, è importante perché è quest’articolo che finisce negli archivi della CIA de-classificati nel 2006 in base al Nazi War Crimes Disclosure Act. E ci finisce non in un gruppo tematico, come di norma avviene con i ritagli di stampa, ma da solo, incluso nel fascicolo su Klaus Barbie. Il ritaglio è peraltro il documento che di fatto ha dato il via alla parte “non sudtirolese” di questa ricerca, quello che tiene insieme un po’ tutto. Contiene diverse imprecisioni e veri e propri errori che fanno sgranare gli occhi, ma anche una serie di piccole gemme la cui autenticità dovrebbe apparire chiara alla luce delle ultime tre puntate di Feltrinelli Story.

Intrigo italiano per un contrabbando di armi

ROMA (CDN) — La polizia italiana, frustrata nelle sue indagini su due violenti omicidi politici, ha trovato nuove speranze nell’alibi improvvisamente mutato di Klaus Altmann, criminale di guerra nazista.

Dopo cinque mesi di smentite e fughe oltre i confini, Altmann ha confessato in Bolivia di aver usato in tempo di guerra l’alias Klaus Barbie (in realtà era viceversa, ma questo è scritto, ndr). Il presidente francese Georges Pompidou ha chiesto alla Bolivia di consegnare Barbie-Altmann per gli omicidi di partigiani e bambini ebrei a Lione, dove era capo delle SS.

La polizia italiana ha bisogno della testimonianza del fuggitivo nazista per far luce sulle morti dell’editore miliardario Giangiacomo Feltrinelli e del capo della polizia di Milano Luigi Calabresi. (Tre testimoni boliviani sono già stati assassinati)

Il denominatore comune nelle operazioni di Barbie-Altmann, del defunto editore maoista e del commissario assassinato è che apparentemente erano tutti coinvolti nel traffico clandestino di armi arabe e israeliane verso il Medio Oriente (il secondo, Calabresi, perché stava indagando, ndr). I paesi dell’Europa occidentale pongono in genere un embargo sulle armi per entrambe le parti. La Svizzera è il mercato illegale.

Barbie-Altmann era il prestanome per gli acquisti di armi del governo boliviano in Svizzera, destinate in realtà a Israele, stando alla testimonianza di Teddy Córdova Claure, ex segretario dell’ex presidente Gen. Juan José Torres. Lavorando per Israele, afferma Claure, Barbie-Altmann si è difeso dall’estradizione dalla Bolivia, sia verso la Francia, che la richiedeva, sia verso Israele, che non la richiedeva.

L’editore maoista Feltrinelli, secondo la polizia italiana, dopo aver visitato la Bolivia, ha girato il Medio Oriente con la sua segretaria (qui Sibilla Melega viene scambiata per una segretaria, ndr) prendendo contatti con i guerriglieri palestinesi. Era pedinato dai servizi segreti israeliani, e può darsi che fosse stato da loro contattato. Le sue operazioni suggeriscono che sia stato o raggirato dagli israeliani o che fosse diventato un loro agente doppio.

La polizia di Milano ha scoperto che Feltrinelli aveva organizzato un traffico di armi a favore dei palestinesi attraverso la Svizzera. L’affare era stato reso possibile dal finanziamento dal facoltoso proprietario di una squadra di calcio italiana, Giuseppe Pasquale, ex socio di Feltrinelli in alcune iniziative cinematografiche (Giuseppe Pasquale era stato presidente della Figc da 1961 al 1966, ndr).

Feltrinelli ha poi messo in piedi un affare ancora più grosso, sempre apparentemente per i palestinesi, del valore di un milione di dollari. Pasquale ha preso in prestito il denaro da una banca svizzera, desiderosa di concludere un affare più redditizio. Ma era una trappola. Al secondo tentativo, l’anno scorso, l’intera spedizione di armi — secondo la polizia italiana — è stata intercettata in mare dalla marina israeliana al largo dell’Algeria.

Pasquale ha supplicato Feltrinelli — un uomo molto più ricco di lui — di tirarlo fuori dai guai. L’editore ha rifiutato. Così Feltrinelli si è trovato nella posizione di aver orchestrato per gli arabi un gigantesco traffico di armi finito nelle mani degli israeliani. Pasquale è fallito ed è stato arrestato. Su sua richiesta di “protezione”, la polizia lo tiene ora in un ospedale speciale.

Il corpo di Feltrinelli è stato trovato fuori Milano, vicino a un traliccio dell’alta tensione, con una gamba saltata via dalla dinamite e diversi candelotti scaricati nelle vicinanze. La sua morte può essere stata accidentale, oppure può aver pagato con la vita il suo coinvolgimento nell’affare delle armi, emerso solo questa settimana.

CALABRESI, brillante capo della polizia trentaquattrenne, stava lavorando al caso Feltrinelli quando è stato freddato da un killer biondo davanti a casa sua la settimana scorsa. Era stato lui a riconoscere il corpo smembrato di Feltrinelli. “Mettetegli i baffi,” aveva detto agli altri detective che dubitavano dell’identificazione.

Era Calabresi che, scavando negli affari dell’editore, aveva trovato il suo nascondiglio con il passaporto — in un garage. Il garage era attrezzato con una cella e una guardiola da guerrigliero per tenere in ostaggio le vittime. I dirigenti della Fiat erano in cima alla lista. Per cinque mesi Calabresi aveva cercato la segretaria scomparsa di Feltrinelli, la bionda Monica (qui si confonde Sibilla Melega con Monika Ertl).

Era a Monica che la polizia tedesca era risalita attraverso un revolver calibro 38 con cui era stato ucciso un altro capo della polizia, un boliviano, ad Amburgo lo scorso inverno.

LA VITTIMA di quella sparatoria era Roberto Quintanilla, che era stato incaricato di rientrare in Bolivia per testimoniare sul presunto affare delle armi israeliane che coinvolgeva Barbie-Altmann. Era stato capo della polizia sotto l’ex presidente Gen. René Barrientos, il patron di Barbie-Altmann. “La sua morte,” ha osservato una fonte, “è stata straordinariamente conveniente per chi cercava di coprire le proprie tracce riguardo alle armi per Israele.”

Un paio di occhiali da sole di donna è stato trovato nell’auto di fuga usata dall’assassino del capo della polizia di Milano. Era Monica Ertl la donna al volante?

Barbie-Altmann è stato localizzato ad Amburgo il giorno in cui il capo della polizia boliviana è stato ucciso. Ma quando Calabresi è stato assassinato sul portone di casa sua, il nazista era già rientrato in Bolivia, dove negava di essere il Klaus Barbie richiesto dalla Francia.

Prima cosa: mettiamo da parte i capoversi della ricostruzione  che collegano l’omicidio del commissario Luigi Calabresi alla morte di Giangiacomo Feltrinelli (ci torneremo nella terza parte, ndr) anche se, ai fini del racconto, è utile ricordare che quelle righe sembrano contenere i semi di quella che di lì a qualche mese sarebbe sbocciata come la “pista del neofascista Nardi” — uomo legato anche al Mar di Carlo Fumagalli. Calabresi sarebbe cioè stato eliminato perché nei giorni antecedenti alla morte, mentre lavorava sul caso Feltrinelli, era stato a Trieste per indagare su traffici d’armi e aveva scoperto qualcosa di “grosso”.  L’ipotesi investigativa fino a un certo punto sembra reggere ma poi si sfalda. Nel 1976 Nardi muore in un misterioso incidente in Spagna che secondo qualcuno non è mai avvenuto. Da “pista promettente” a “vicolo cieco”, a volte, è un attimo.

Tolta, però, la connessione con l’omicidio Calabresi, l’articolo di Weller, a distanza di oltre cinquant’anni, continua a contenere elementi interessanti che abbiamo sentito raccontati nell’audio di Herbert John del dicembre di sei anni dopo. Il giornalista americano descrive, appunto, la polizia italiana come impegnata in una pista precisa nell’inchiesta Feltrinelli: i traffici di armi, con Klaus Barbie-Altmann come nodo operativo. 

Subito una pezza d’appoggio. Weller non ha preso un colpo di sole primaverile. Il nocciolo della storia viene diffuso in quei giorni anche da altre testate internazionali e ripreso dai media nazionali. Lo scoop originario è in realtà del New York Times. L’articolo di Weller è quella che in gergo giornalistico viene definita una “ripresa dinamica” e cioè lo sviluppo di una notizia data in esclusiva da altri con proprie informazioni. 

Il Corriere della Sera del 26 maggio, infatti, scrive:

CDS - Archivio

Breve ma intenso. ll giornale di via Solferino cita il NYTimes, quello di Weller l’ingleseThe Guardian. Insomma le informazioni circolano sulla stampa internazionale e vengono considerate attendibili. Non è irrilevante fare attenzione anche alle date. Difficilmente un cronista autorevole come Weller avrebbe ripreso la notizia a due giorni di distanza se la pista in quel momento non fosse stata considerata solida. 

Va poi osservato che Weller, a più di un anno dai fatti, nonostante le rivendicazioni dell’ELN e la pista Ertl-Feltrinelli ormai assodata, torna a mettere in dubbio in qualche modo anche l’omicidio del console boliviano Roberto Quintanilla, avvenuto ad Amburgo nel 1971.  Spiega che gli inquirenti a quel punto stanno valutando le ragioni della presenza di Barbie-Altmann ad Amburgo. Weller annota con una formula gelida, citando il Guardian, che la morte di Quintanilla fu “straordinariamente conveniente per chi cercava di coprire le proprie tracce riguardo alle armi per Israele”. E' esattamente ciò che aveva scritto Latin News, ma un anno prima, il 9 aprile 1971 (si veda l’ottava puntata) ed è ciò che sarà oggetto, con diversi dettagli curiosi, dell’undicesima e - per ora - ultima puntata di Feltrinelli Story. Ma come mai quelle ipotesi continuano ad apparire sulla stampa? 

Il giornalista americano aggiunge un dettaglio contenuto anche nell’audio di Herbert John ascoltato nella puntata scorsa. Attribuisce cioè all’editore miliardario l’organizzazione di un primo traffico di armi ai palestinesi attraverso la Svizzera — andato a buon fine — e poi un secondo, molto più grande, del valore di circa un milione di dollari. In questa seconda operazione entrerebbe in scena un nome che fino a questo momento non abbiamo ancora sentito, quello di Giuseppe Pasquale, ricco imprenditore e già presidente della Federcalcio, partner di Feltrinelli in alcune iniziative cinematografiche. Secondo Weller è lui a finanziare l’affare nel 1971, indebitandosi. Ma l’operazione si rivela una trappola: l’intera spedizione viene intercettata in mare dalla marina israeliana nei pressi dell’Algeria. Le armi finiscono in mani israeliane. Pasquale crolla finanziariamente, viene arrestato e — scrive Weller — viene tenuto in una struttura protetta “per la sua sicurezza”. 

Notizia nascosta: La questione delle armi ai palestinesi Zicari la scrive due settimane prima di Weller RCS

Cercando un riscontro si scopre rapidamente che anche in questo caso il “povero” Weller non si è inventato nulla. Anzi. Ha fatto una sorta di collage. La storia di Pasquale è raccontata nel pezzo che riproduciamo qui sopra, firmato dal solito Zicari, uscito addirittura qualche giorno prima della morte di Calabresi e quindi abbondanti due settimane prima. Lo scalpore, in Italia, è grande: l’ex presidente della Federcalcio invischiato in un traffico d’armi internazionale con il terrorista “rosso” Feltrinelli .... 

Abbiamo visto articoli americani, boliviani, inglesi e italiani. Viene da chiedersi: la stampa israeliana come tratta la vicenda delle armi? E la morte dell’editore “amico dei palestinesi”? 

La risposta deve essere prudente perché utilizzando la traduzione automatica e l’intelligenza artificiale non si possono avere certezze granitiche. In questo meraviglioso sito, comunque, utilizzando diverse chiavi di ricerca, non compare un solo articolo sul traffico d’armi. Sull’editore, invece, si trova qualcosa di interessante. 

Il quotidiano Maariv dedica alla morte di Feltrinelli diversi articoli. Il 17 marzo 1972 scrive che la notizia del decesso “non sarebbe stata accolta con dispiacere” da Israele in quanto Feltrinelli forniva armi, denaro e materiale di propaganda a organizzazioni palestinesi, e che agenti del Mossad lo avevano individuato a Beirut, nella casa di un contatto. Pochi giorni dopo Maariv aggiunge un dettaglio decisivo: già nel dicembre 1970 i servizi di sicurezza israeliani erano a conoscenza di un carico di armi finito ai palestinesi e “che tramite microfoni nascosti si sarebbe ottenuta una testimonianza sui suoi contatti con altre organizzazioni armate”. 

Quali? Secondo un documento CIA del 18 ottobre 1972, Feltrinelli era il punto di riferimento italiano di Black September — Settembre Nero — la costola rivoluzionaria dell’OLP che pochi mesi dopo la morte dell’editore si renderà protagonista del tremendo eccidio di atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco 1972, cui farà seguito la spietata operazione “Ira di dio” con dozzine di omicidi commessi dal Mossad nell’arco di un ventennio. 

In Italia: Roma e Milano sono due basi essenziali, aperte nel 1971 con il sostegno diretto dell'editore miliardario Feltrinelli. Fu lui a introdurre nella cerchia l'avvocato G.B. Lazagna, l'architetto Ciruzzi, Vittorio Togliatti (nipote di Palmiro) e Maria Calimodio, ex moglie di Palmiro Togliatti. Nel frattempo a Milano, Arturo Schwartz, del gruppo trotskista “Redis”, consapevolmente o no, come tutti coloro che lo avevano preceduto, offrì il proprio sostegno all'organizzazione Settembre Nero. CIA

Fra i nomi che compaiono nel documento della CIA c’è pure quello di Arturo Schwarz — ebreo, gallerista, editore, intellettuale, fondatore della Quarta Internazionale trotskista in Egitto. E' accusato di aver offerto supporto a Settembre Nero — “consapevolmente o no”. È forse la più bella ammissione di non sapere quello che si sta scrivendo che si possa trovare in un documento dei servizi segreti.

Fin qui le connessioni internazionali. Ma nella primavera del 1972 tutto questo si intreccia con qualcosa che accade in Italia — dentro la questura di Milano e nelle redazioni. È lì che bisogna posare lo sguardo.

I soldi per liberare Che Guevara

E‘ forse necessaria una spiegazione “laterale” sulla seconda parte dell’articolo uscito il 26 maggio sul quotidiano di via Solferino, quello a una colonna, dove si dice che la polizia italiana deve sentire Barbie. Nel secondo capoverso si fa  il nome di Ted Córdova Claure — per un refuso chiamato Cordoba.

Córdova Claure, ne abbiamo già parlato nell’ottava puntata, è una figura che merita attenzione. Giornalista boliviano, consigliere del presidente Juan José Torres tra il 1970 e il 1971, è uno dei pochi testimoni diretti di quegli anni a mettere per iscritto, con nome e cognome, le connessioni tra la Bolivia e il traffico d’armi verso il Medio Oriente. Il Corsera in questo caso fa però cenno a un suo articolo uscito il 21 aprile sulle pagine del settimanale uruguaiano Marcha che aggiunge dettagli su fatti avvenuti nel 1967 di cui non ci occupiamo da un po’. 

Nell’articolo che è riprodotto in foto alla fine del box, Córdova scrive cioè che Feltrinelli nell’estate 1967 si era recato in Bolivia per trattare la liberazione del Che e aveva offerto al governo boliviano cinque milioni di dollari. Aggiunge che Giangiacomo e Sibilla Melega sarebbero stati fermati e poi liberati pagando 50.000 dollari. Sullo stesso periodo, il figlio Carlo Feltrinelli ha rivelato che nel maggio 1972 il ministro boliviano Antonio Arguedas — nel frattempo passato dalla CIA ai cubani — aveva rilasciato una dichiarazione analoga: nell’agosto del 1967 Feltrinelli avrebbe offerto ai boliviani un riscatto di cinquanta milioni di dollari per il Che vivo in caso venisse catturato. La CIA non volle sentirne nemmeno parlare. Secondo Córdova Claure, Feltrinelli parla in realtà con Héctor Mejía detto “Pincho”, direttore dell’informazione di Barrientos, e gli propone 50 milioni di dollari come riscatto se il Che fosse catturato vivo. Nelle conversazioni con Mejía non fu mai possibile stabilire con precisione la cifra esatta — si parlava anche di 7-8 milioni“, dice Cordova.

Che siano 5, 7 o 50, i milioni per noi, oggi, fa poca differenza. Quindi, con tutto il rispetto per Regis Debray, cui Feltrinelli era indubbiamente legato in quanto anche ”suo“ autore, il motivo principale del viaggio in Bolivia non era forse liberare l’intellettuale francese ma dare una exit strategy al Che intrappolato nei monti boliviani. La versione trova una conferma importante. Nel libro Untold di Ferruccio Pinotti Sibilla Melega-Feltrinelli  dice che Giangiacomo ”voleva portare dei fondi a Che Guevara. Aveva fatto arrivare dei soldi da New York presso la Banca nazionale boliviana. I funzionari dell’istituto hanno subito avvisato i servizi segreti, perché si trattava di una somma importante. Aveva anche affittato un aereo per andare nella selva, dove si trovava Che Guevara". Regis Debray smentisce la versione di Marcha e quindi anche quella di Sibilla.  Ma da qualche anno sappiamo che l’intellettuale francese non la racconta sempre giusta (Nel 2001 i documentaristi svedesi Tarik Saleh ed Erik Gandini pubblicano il film Sacrificio. Chi ha tradito Che Guevara? Secondo loro fu Debrày a tradire e non il pittore argentino Ciro Bustos),

Marcha
Referio.org

Seconda parte - Giornalisti e servizi segreti

C’è un nome che in questa storia compare sempre, puntuale come un orologio svizzero, ogni volta che c’è una fuga di notizie sull’inchiesta Feltrinelli: Giorgio Zicari, cronista di nera e giudiziaria del Corriere della Sera. Nel 1972 è il principe della categoria: tira tre-quattro “buchi” alla settimana. Un incubo per i colleghi. Ma anche per la Procura di Milano, che come abbiamo accennato nella prima parte a fine maggio 1972 dispone una perquisizione in via Solferino proprio per mettergli paura.

Un breve passo indietro. La notizia che “la polizia deve sentire Barbie su Feltrinelli” è uno scoop del New York Times, non di Zicari. Il Corriere la riprende il giorno dopo, e così The Guardian, e poi, buon ultimo, il nostro Weller. La dritta è stata dunque data da qualcuno della questura o della Procura di Milano, non per forza di vertice. Nei giorni successivi allo scoop del NY Times nessuno smentisce (o sul Corriere non viene pubblicata la smentita) per cui la pista può essere dubbia ma la notizia che gli inquirenti la percorrono “è vera”    

Il luogo in cui esce dice molto. Meglio: il fatto che non esca sul Corriere tramite Zicari ma sul “giornale più autorevole del mondo”, dice molto. Dice ancora di più la decisione del pm Liberato (detto Libero) Riccardelli di mandare proprio in quei giorni gli agenti in via Solferino: senza alcun dubbio si tratta di un messaggio alle fonti di Zicari nei servizi segreti (a breve vedremo nomi e cognomi). Mi si perdoni il ragionamento tipicamente “dietrologico” ma, evidentemente la parte di inquirenti che “giocava nel campo di Zicari” che dobbiamo considerare maggioritaria, non voleva che la notizia di Barbie/Feltrinelli uscisse. E quindi qualcuno ha scelto di farla uscire in un giornale in cui i servizi italiani non avevano contatti diretti per scoprire la fonte. Per chi remava contro il punto, probabilmente, non era tanto evitare eventuali indagini sulla morte di Feltrinelli ma su tutto il resto.

Sia come sia, da fine maggio “l’agente del diavolo” Klaus Barbie scompare dai radar dell’inchiesta Feltrinelli. Nelle carte dell’istruttoria di Viola (pubblicate nel libro Criminalizzazione della lotta di classe, Bertani Editore) non c’è traccia di audizioni o perquisizioni in quella direzione. Può ben essere che scompaia a ragion veduta e che la questura di Milano abbia smentito la notizia di Barbie/Feltrinelli e il Corriere non l’abbia pubblicata. Può essere che esista un atto in cui si spiega perché il nazista non è poi stato sentito dai magistrati. Può essere tutto. Ma ogni sforzo per trovare documentazione al riguardo è stato vano. 

Vale la pena tenere ancora per un attimo fisso lo sguardo sulla perquisizione in via Solferino: quella sera il più alto in grado della questura è un funzionario di seconda fascia, il commissario Marcello Giancristofaro, ma  la perquisizione in realtà viene condotta dai Carabinieri. Sono loro a tirare le fila. A muoversi in redazione è niente meno che l’allora tenente Umberto Bonaventura, di lì a poco capitano della famigerata Divisione Pastrengo guidata dal generale Giovambattista Palumbo e poi ufficiale del Sismi. Lo stesso Bonaventura che catturerà Curcio e Franceschini nel 1974 grazie a Frate Mitra, che scoprirà il covo di via Montenevoso nel 1978 dove fu ritrovato parte del memoriale Moro, e, infine, a chiudere il cerchio, lo stesso Umberto Bonaventura che nel 1988, fuori da ogni controllo della magistratura, dopo 17 giorni di incontri informali nella caserma di Sarzana, raccoglierà le prime confessioni di Leonardo Marino che porteranno dietro le sbarre i vertici di Lotta Continua per l’omicidio Calabresi.

Da qualunque angolazione la si osservi la perquisizione al Corriere va letta sia come un segnale lanciato da un sostituto o da un funzionario di polizia milanese verso terzi, sia  come il sintomo di una tensione molto forte, in quelle settimane di maggio, fra i vari poteri dello Stato che stavano indagando su Feltrinelli e su Calabresi. Il mese prima, per dire, il procuratore capo di Milano, Enrico De Peppo, aveva tolto l’inchiesta Feltrinelli al pm “troppo di sinistra” Lorenzo Bevere e l’aveva affidata al giovanissimo Guido Viola.  

Ad ogni modo anche nei mesi successivi alla “visita” delle forze dell’ordine, Zicari continua ad avere regolarmente notizie in esclusiva. Le sue fonti nei servizi mostrano di catafottersene di perquisizioni e messaggi cifrati dalle Procure. Zicari mette a segno tanti scoop, forse troppi. Ma come fa?

E in effetti, ad un certo punto, il meccanismo si inceppa. 

il 20 giugno 1974, Giulio Andreotti in persona, allora ministro della difesa del Rumor IV, probabilmente imbufalito dall’ennesima fuga di notizie, lo “infama” in un’intervista rilasciata al settimanale Il Mondo, dicendo esplicitamente: “Il memoriale sui piani di Carlo Fumagalli, reso pubblico in due puntate dalla stampa di sinistra, l’ho fatto ricercare negli archivi del servizio. È risultato che il documento fu redatto da un informatore gratuito del SID che ora lo ha rimesso lui stesso in circolazione. L’informatore, nel frattempo, è passato alle dipendenze della direzione affari riservati della PS”. Una vera bomba.

Il cronista finirà sulla graticola, sarà costretto a lasciare il Corriere e ammetterà pubblicamente di aver collaborato con i servizi a partire dal 1970. Prima con il maggiore Giorgio Burlando del SID e poi con Palumbo e il maggiore Rossi. 

Per capire l’Italia dell’epoca, i rapporti fra poteri, e in particolare quelli fra stampa e servizi segreti, è davvero molto istruttivo leggere gli atti parlamentari sulla Loggia Massonica P2.  Quelli relativi ai rapporti tra Zicari - il quale ovviamente non poteva non essere iscritto alla loggia di Licio Gelli - e i Servizi, e in particolare con il maggiore Burlando, cominciano a pagina 512 (506) della relazione ufficiale che è scaricabile sul sito del Parlamento.

Purtroppo proprio la deposizione di Zicari del 1974  è uno degli atti meno leggibili dell’intero documento. Ho chiesto all’AI Claude di rileggere e interpretare le parti “sbiadite”. Quello che segue è il risultato. Vale comunque la pena leggerlo con la consapevolezza che il testo può non essere fedele al 100 per cento. Ma anche se fosse fedele al 20 per cento basterebbe per farsi un’idea su moltissime cose.

Prima di quel maledetto giugno 1974 contrassegnato dalla zampata di Belzebù-Andreotti, nonostante le inevitabili chiacchere sul suo conto, Zicari è un punto di riferimento. Per tutti. Quello che scrive crea “verità”, genera “opinione pubblica”. 

Il giornalista del Corsera ha, infatti, un ruolo decisivo nel far passare ad un certo punto l’idea che Feltrinelli sia stato “amico” di Carlo Fumagalli, leader dei MAR. E' anche grazie alla serie di suoi articoli che inizia a insinuarsi l’idea che “terroristi” fascisti e comunisti collaborino a fine eversivi. Il famoso dubbio “nazi-maoista” si insinua nell’opinione pubblica su imbeccata dei servizi segreti “devianti”.

Carlo Fumagalli: Il leader del Movimento Armato Rivoluzionario referio.org

Dobbiamo però chiarire chi è Carlo Fumagalli. Ex partigiano decorato — nome di battaglia “Jordan”, formazioni di Giustizia e Libertà — nel dopoguerra compie una traiettoria politica singolare. Fonda il MAR insieme a Gaetano Orlando su posizioni rigidamente atlantiche e anticomuniste, con l’obiettivo di impedire al PCI di arrivare al governo e imporre una svolta presidenzialista. Lui stesso si definisce, con una formula che dice tutto, “estremista di centro”. Stringe però un alleanza militare e strategica con le Squadre d’azione Mussolini (SAM), realizzando quella saldatura tra oltranzisti atlantici e fascisti che alimenta l’intera strategia della tensione. Le complicità istituzionali di cui gode il MAR sono tra le poche documentate con certezza assoluta. Si può ormai gridare a pieni polmoni che i Carabinieri della Pastrengo di Milano erano arrivati persino a rifornire di armi il gruppo, e a non intervenire pur essendo al corrente delle responsabilità individuali per gli attentati ai tralicci in Valtellina del 1970. 

Ciònonostante, il 9 maggio 1974, venti giorni prima della strage di piazza della Loggia a Brescia, Fumagalli viene arrestato insieme ad altre undici persone mentre trasporta ingenti quantità di esplosivo e armi — tra cui un bazooka, divise militari, duecento targhe false, passaporti falsi e due tende cabine insonorizzate del tipo usato per detenere persone sequestrate. Fino a quel momento aveva goduto di una sorta di immunità. Le indagini successive si concluderanno con una sentenza di condanna per una lunga serie di attentati a cose e persone e per un sequestro di persona a scopo di estorsione. Fumagalli sconta dodici anni.

Ma se è giusto - in assenza di prove certe - respingere le teorie nazi-maoiste portate avanti anche dal Corriere della Sera dell’epoca, non ha senso oscurare un dettaglio come il fatto che Carlo Fumagalli, e cioè l’unico terrorista italiano noto per aver messo bombe ai tralicci (in Valtellina), e per averlo fatto addirittura “in collaborazione” con i Carabinieri della Pastrengo, era proprietario di un’officina di demolizioni auto a poche centinaia di metri dal “traliccio 71” dove morì Feltrinelli. Uno di quegli scherzi del destino che non possono essere sottaciuti. 

Gli articoli presenti nella gallery qui sopra contengono probabilmente alcune “veline” dei servizi ma uno in particolare sembra importante: riferendo delle testimonianze degli operai della ditta di demolizioni, colloca Fumagalli a Segrate il giorno dello scoppio e successivamente “sparito” per un periodo. Un altro articolo sostiene che sulla scena dell’esplosione in cui morì Feltrinelli sarebbero  stati trovati diversi pacchetti di sigarette pieni di esplosivo del tutto simili a quelli trovati in un covo di Carlo Fumagalli.

Tutte queste testimonianze, rese appena dopo la requisitoria del pm Viola, saranno state vagliate, per cui si deve supporre che non siano stati trovati altri riscontri. 

L’articolo della gallery importante per questa ricerca è, però, un altro, ed è quello che riferisce di una serie di interrogazioni al Bundestag germanico sui legami tra il servizio germanico BND e la destra italiana e in particolare con i Mar di Fumagalli. 

Gerhard Mertins: L'ex nazista che guidava la Merex ARD -

Il BND - giova ricordarlo -  era di fatto identificabile con l’azienda MEREX. Cioè: questa gestiva i traffici di armi nel mondo - ad esempio nella Grecia dei Colonnelli - per conto del servizio germanico. La stessa azienda che, come abbiamo visto, ha gestito il traffico di armi verso Israele e  - secondo Herbert John - anche verso i palestinesi.

Le cose di cui abbiamo appena scritto sono emerse nel 1974. Giusto per aiutare a comprendere quanto sia delicato affrontare gli anni Settanta in generale e il caso Feltrinelli in particolare, allego qui un lungo rapporto del Centro di Controspionaggio di Milano, datato  29 maggio 1972. Il documento è stato scritto, cioè, tre giorni dopo l’articolo di Weller, cinque dopo la perquisizione del Corriere. 

Lo firma lo stesso maggiore Giorgio Burlando, e cioè la fonte del giornalista Zicari, di cui abbiamo letto poco fa. Tutto il rapporto serve di fatto a confermare la versione della morte accidentale, ma a pagina 24, in fondo, Burlando sembra parlare con la voce del capo dell’Ufficio Affari riservati Federico Umberto D’Amato quando dice: “Feltrinelli era una pedina manovrata da forze politiche con ben altra visione che quella, spesso limitata, infantile, e legata a vecchi schemi già sperimentati in altri Paesi, dell’editore”. Un vero guerrigliero impotente, avrà pensato. 

Luigi Calabresi: Il commissario di polizia ucciso in via Cherubini a Milano nel maggio 1972 Wikipedia

Terza Parte - Gli ultimi giorni di Calabresi

Tre giorni prima di essere assassinato, il commissario Luigi Calabresi è a Trieste. Ad Aurisina visita il Nasco 203, uno dei depositi creati per Gladio, il segmento italiano della Stay behind NATO, trovato dai Carabinieri il 24 febbraio di quell’anno. 

Questo è un fatto che si può dare per avvenuto. Per il resto, sui motivi del viaggio, sulle persone presenti, sulle armi trovate, circolano come sempre le ricostruzioni più disparate, così come sul fatto che il commissario sia rimasto turbato da quello che aveva visto.

Ad ogni modo quel deposito di armi entra  negli atti di molte inchieste di quegli anni in cui si parla di eversione di destra, armi alla Grecia dei Colonnelli o armi ai militanti neofascisti e di una possibile saldatura che coinvolga anche i servizi italiani e tedeschi. Se, come riportano più fonti, Calabresi ha effettivamente steso dei rapporti su quella visita nel capoluogo giuliano, questi sono andati perduti o fatti sparire.

Gianni Nardi: L'anima delle Squadre di azione Mussolini Wikipedia

Sulla base di questi elementi — la trasferta a Trieste, i rapporti scomparsi, il collegamento con il traffico di armi che ha incrociato tutta la vicenda Feltrinelli — prende corpo la pista neofascista per l’omicidio di Calabresi. L’inchiesta è condotta dallo stesso Libero Riccardelli della perquisizione al Corsera, magistrato che di lì a poco entrerà in aperto conflitto con il Procuratore capo e nel giro di qualche anno andrà a sedersi sui banchi del Senato nelle fila del Pci e poi di Sinistra Indipendente. Nell’autunno ‘72 la pista Nardi si sgonfia (i controlli su un bossolo e una pistola sono negativi), per poi ritornare prepotentemente nel 1974. Ed è in quella fase che l’inchiesta diventa molto interessante per Feltrinelli Story. Non per l’attribuzione della responsabilità dell’omicidio, ma per ciò che emerge sui traffici di armi e sugli scontri all’interno della Procura meneghina.

Partiamo dall’“indiziato” principale. Giovanni Nardi, detto Gianni, nasce ad Ascoli Piceno l‘11 aprile 1946 da una “ricchissima” famiglia di industriali marchigiani. Studia dai Barnabiti a Firenze, entra nei paracadutisti con il grado di sottotenente. Dopo il 1969 diventa il referente marchigiano del Movimento Politico Ordine Nuovo.

Quindi ecco la nota biografica più importante: nel 1970 il miliardario neofascista segue un corso in Spagna come allievo paracadutista nei legionari del Tercio franchista, passando loro informazioni acquisite durante il servizio militare.

Un dettaglio, questo, molto importante.

La Spagna franchista e l’addestramento di estremisti di destra sono esattamente il terreno in cui si muovono i nazisti Skorzeny e Mertins, entrambi istruttori di paracadutismo e tecniche militari. Il primo, va ricordato, è il “liberatore di Mussolini” e uno dei vertici dell’Internazionale Nera assieme a Stefano Delle Chiaie. Il secondo è il “patron” della Merex AG. Non a caso, dopo quell’esperienza Nardi si specializza nel traffico di armi.

L’ipotesi investigativa sulla responsabilità di Nardi nell’omicidio Calabresi prende corpo per la prima volta dopo il 20 settembre 1972 — sei mesi dopo la morte di Feltrinelli, quattro dopo quella di Calabresi — quando il leader delle Squadre di Azione Mussolini viene fermato al valico di Brogeda, al confine svizzero, su una Mercedes nera. Nella perquisizione viene trovato materiale esplosivo ad alto potenziale e numerose armi con caricatori. Con lui ci sono Bruno Stefàno, presidente del gruppo neofascista cattolico Europa Civiltà, e la tedesca Gudrun Kiess, ex attrice di film per adulti che frequenta il giro neofascista.

Gli stessi agenti che lo fermano notano una somiglianza tra Nardi e l’identikit del killer di Calabresi. I testimoni dell’omicidio avevano descritto un uomo biondo. Tre testimoni avevano descritto una donna bionda alla guida dell’auto del commando — come Gudrun Kiess.

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Ma nel giro di qualche settimana l’indagine si blocca. Non si trovano riscontri. A far riprendere fiato alla pista Nardi nel 1974 è la testimonianza di una detenuta a San Vittore, l’infermiera Luigina Ginepro, la quale racconta agli inquirenti di aver condiviso la cella con la Kiess e di aver ricevuto da lei una confidenza precisa: sarebbe stata lei al volante dell’auto del commando. La sua testimonianza tiene banco a lungo, poi però in sede processuale gli inquirenti accertano che la Ginepro aveva mentito.

Storie di ordinaria manipolazione anni Settanta.

Nardi viene infine rilasciato: avrebbe un alibi che lo colloca a Roma al momento dell’omicidio.

A questo punto serve una piccola deviazione che metta in primo piano nell’inquadratura il pm che ha in mano l’inchiesta. Nel febbraio 1973 Libero Riccardelli, il sostituto che indaga su Calabresi, apre la prima di molte inchieste nella storia repubblicana che ha al centro delle intercettazioni illegali. Il Watergate, italiano, lo chiamano i giornali. Riccardelli scopre che a Milano ci sono 300 telefoni sotto controllo, fra cui quello di Eugenio Cefis, presidente Montedison, e di vari magistrati, carabinieri, poliziotti e di numerosi giornalisti in tre redazioni diverse. Nell’inchiesta emerge che la centrale di ascolto era attiva dal 1966. Il primo grande accusato è l’investigatore Tom Ponzi che poi si scoprirà avere legami con i servizi e in particolare con il cosiddetto Anello, o “noto servizio”. L’indagine si espande e a fine marzo saranno addirittura arrestate 13 persone, fra le quali diversi tecnici della compagnia telefonica di Stato SIP. Secondo i risultati delle indagini il capo dell’organizzazione sarebbe stato l’ex commissario di polizia Walter Beneforti.

Proprio nei giorni in cui dilaga l’inchiesta sulle “cimici”, il 17 maggio 1973, ad un anno esatto dall’omicidio Calabresi, il finto anarchico Gianfranco Bertoli compie l’attentato alla Questura di Milano facendo esplodere una bomba durante la cerimonia in ricordo del commissario. In via Fatebenefratelli muoiono quattro persone. Anche questa inchiesta viene assunta da Riccardelli.

Intanto l’indagine sulle microspie si sviluppa in due tronconi paralleli, uno a Milano e l’altro a Roma, e presto tra i magistrati scoppia quella che i giornali dell’epoca definiscono la “guerra tra Procure”. Il 20 giugno 1973 Riccardelli apre un conflitto di competenza per un fatto che dice tutto su che meraviglioso e folle Paese — allora come ora — è l'Italia: la principale teste dell’omicidio Calabresi ha il telefono sotto controllo. La microspia è dello stesso tipo di quelle dell’inchiesta sulle intercettazioni illegali che in quel momento sta travolgendo Milano. Il tecnico SIP a cui era stato affidato il lavoro è implicato nell’affare dello spionaggio telefonico e riferisce ai magistrati che si tratta di “una cosa grossa”. Per ordine di chi la teste dell’omicidio Calabresi era spiata?

Non si saprà mai. Riccardelli prova a puntare i piedi e nel documento inviato alla Cassazione rivendica il fatto che le due inchieste — quella sui telefoni-spia e quella sull’omicidio Calabresi — sono connesse. Trattenerle entrambe a Milano è secondo lui l’unica strada per arrivare agli assassini del commissario. Come nelle migliori storie italiane di quegli anni, a luglio la Cassazione decide di lasciare l’inchiesta sulle microspie alla Procura di Roma.

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Nel febbraio 1974 Riccardelli entra in conflitto con il nuovo Procuratore di Milano, Giuseppe Micale, che apre un procedimento disciplinare contro di lui. L’accusa? Scarso rendimento. Esplode la protesta dei magistrati contro Micale, in 20 chiedono il trasferimento. Dopo un’ispezione il ministro di grazia e giustizia chiede il trasferimento d’ufficio per Riccardelli e altri 4 pm. Riccardelli viene accusato di aver “remato contro” l’allora capo della Procura. Il magistrato napoletano e un collega si oppongono al trasferimento e due anni dopo il Csm dà loro ragione. Nel maggio 1976 Micale si dimette dalla magistratura.

Come detto, per due anni la pista Nardi, accesasi dopo l’arresto per il traffico d’armi, si spegne, ma si riaccende nel marzo 1974 in seguito alla testimonianza dell’infermiera. Ed è in quel momento che riprende vigore l’ipotesi che Calabresi possa essere stato ucciso perché aveva scoperto un traffico d’armi “colossale”. Il 5 giugno 1974 il solito Zicari scrive anche di un piano di un gruppo neofascista di Rieti per rapire Riccardelli e altri 4 magistrati milanesi.

Ottobre 1974. A Bonn è in corso una delle settimane più turbolente della storia parlamentare della Repubblica Federale Tedesca. Il governo è sotto pressione per lo scandalo Guillaume — la spia della Stasi infiltrata fino all’ufficio del cancelliere Brandt — e il Bundestag deve rispondere ad interrogazioni urgenti sul ruolo del BND, il servizio segreto esterno tedesco. Il Corriere della Sera del 25 ottobre riporta che il programma televisivo tedesco Monitor accusa il BND di aver diretto — non tollerato, non sfiorato: diretto — un vasto commercio illegale di armi. Attraverso la Merex.

Il generale Wessel, che ha preso il posto del nazista Gehlen a capo del BND, ammette davanti alla commissione parlamentare che ci sono stati trasferimenti di armi dalla Germania verso altri Paesi e “non esclude del tutto” la partecipazione diretta di alcuni funzionari del servizio. Il deputato socialdemocratico Lambinus porta in aula l’accusa esplicita di contatti tra neofascisti italiani e BND. Negli stessi atti parlamentari, compare il nome di “Nardi” definito “agente segreto del BND” (erroneamente chiamato Guido invece di Gianni).

Il Corriere riporta nello stesso periodo che è in corso a Coblenza un procedimento contro la ditta Merex di Bonn, imputata per aver procacciato armi ai colonnelli greci. Il giornale scrive anche che una parte delle armi sequestrate ai neofascisti italiani è di origine tedesca. Ma l’azienda legata al BND gode - come ovvio - di protezioni trasversali. Il deputato Cdu - allora di opposizione - Karl Carstens difende pubblicamente il servizio e la Merex.

Il giorno dopo, 26 ottobre 1974, l’accusa al BND per l’omicidio Calabresi arriva da una fonte inaspettata: Guido Giannettini, giornalista, agente del SID, mestatore e mistificatore professionista, processato per la strage di piazza Fontana (condannato all’ergastolo in primo grado nel 1979, assolto in appello nel 1981), afferma che ad eliminare Calabresi furono i servizi tedeschi. Non gli dà retta nessuno.

Al di là di tutte le manipolazioni e di tutte le congetture possibili la questione dei traffici d’armi e dei legami tra la destra neofascista e il BND resta uno dei misteri meglio coperti di quegli anni. E che eventuali “collaborazioni” siano avvenute all’insaputa dei servizi italiani è largamente improbabile.

Servizio.com

Sarebbe interessante spendere qualche parola sulla morte di Nardi in Spagna nel 1976, ma la carne al fuoco è già troppa. E‘ sufficiente sapere che L’Europeo conduce un’inchiesta sul posto e ne pubblica i risultati il 26 novembre 1976 con un titolo che non lascia spazio ad ambiguità: “Noi diciamo che Nardi non è mai morto”.

Nella documentazione raccolta dalla Commissione Stragi, Nardi compare inoltre come membro di quello che gli storici chiamano il “noto servizio” — detto anche Anello o SID parallelo. La struttura viene scoperta nel 1996 dallo storico Aldo Giannuli che stava lavorando su incarico del giudice Guido Salvini, all’interno di un archivio abbandonato dell’Ufficio Affari Riservati sulla via Appia Nuova a Roma, e ricostruita nel volume Il Noto Servizio (Tropea, 2011). Il referente politico dell‘Anello, secondo alcune testimonianze negli atti dell’inchiesta, era Giulio Andreotti. Oltre al ricco neofascista marchigiano avrebbero fatto parte dell’Anello - e la coincidenza non è del tutto irrilevante - anche diversi nomi che abbiamo incontrato come il leader del MAR, Carlo Fulmagalli,  l’investigatore Tom Ponzi (inchiesta intercettazioni illegali) e il senatore del MSI Giorgio Pisanò, che ritroveremo come direttore di Candido nell’undicesima puntata.

Come va avanti con Calabresi è storia nota. Nel 1988 dal nulla emerge Leonardo Marino: un uomo che nel 1972 portava baffi e capelli scuri a cespuglio che, sentito preventivamente per settimane dal carabiniere dei “servizi” Bonaventura, afferma di essere stato l’autista del commando di Lotta Continua. Dopo sette gradi di giudizio Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani, e Ovidio Bompressi vengono condannati in via definitiva.

Da quasi quarant’anni Adriano Sofri nega con risolutezza di essere il mandante. Il figlio del commissario, Mario Calabresi, dopo aver incontrato Pietrostefani a Parigi, di recente ha chiesto all’ex leader di Lotta Continua “una parola di verità” (a far intendere: Pietrostefani mi ha confermato tutto). In una lettera aperta del 12 febbraio 2026, Sofri ha ribadito la propria innocenza.

Ferite aperte. Nebbie mai diradate.

Quarta parte - Ciò che non sapremo e ciò che possiamo dire

Siamo partiti da un ritaglio di giornale negli archivi della CIA. Con Feltrinelli un po' lontano sullo sfondo ci siamo fermati su Zicari e Bonaventura, su Calabresi, Riccardelli e Nardi. Prima di chiudere vale la pena tornare su quegli archivi americani online — perché c’è un altro documento interessante sull’editore miliardario, e stavolta non è un ritaglio di giornale. È un rapporto interno scritto nel 1981 e parzialmente de-secretato nel 2008. Ed è quello che non dice a essere interessante.

Nelle trentanove pagine lo schema di oscuramento è semplice e prevedibile: singole parole cancellate, brevi sequenze a inizio o fine capoverso. Quasi mai intere frasi. Quasi mai interi paragrafi. Poi arrivi al nome di Feltrinelli, e la logica cambia.

Ecco il testo, con traduzione:

“Le Brigate Rosse si finanziano principalmente attraverso rapine in banca e riscatti raccolti per il rilascio di vittime di sequestri. Nel 1981 avrebbero rapinato la compagnia telefonica di Roma per 600.000 dollari, e ricevuto un riscatto di circa 1,45 miliardi di lire (circa 1,2 milioni di dollari) per Ciro Cirillo, boss politico di Napoli. I terroristi hanno usato i legami con la criminalità organizzata per le trattative sui riscatti e per il riciclaggio di denaro. I terroristi potrebbero anche ottenere fondi attraverso i loro collegamenti con la criminalità organizzata, e [CENSURATO] potrebbero essere coinvolti nel traffico di stupefacenti. [CENSURATO] Nei loro primi anni le Brigate Rosse e gruppi simili potrebbero aver ricevuto sostegno finanziario da simpatizzanti di sinistra come Giangiacomo Feltrinelli, un ricco editore italiano che was killed mentre cercava di piazzare esplosivi su un traliccio dell'alta tensione. [BLOCCO CENSURATO ESTESO] le Brigate Rosse sono ora in gravi difficoltà finanziarie. Sono state costrette a compiere furti di gioielli oltre alle rapine in banca.” CIA FOIA

Sulla locuzione was killed vale la pena soffermarsi un secondo. In inglese è la forma passiva di “to kill” — letteralmente, “fu ucciso”. Al primo sguardo fa quasi sobbalzare. Ma la stessa formula viene usata anche per le morti accidentali: chi muore in un incidente, nella scrittura burocratica americana, di norma “died” — he died while attempting to plant explosives — ma was killed si usa anche nel senso di “restare ucciso” senza responsabilità di terzi. Ragionevole dunque che chi ha scritto quel report intendesse esattamente questo. Il punto non è la formula. Il punto è quello che viene dopo.

Dopo la frase sul traliccio, invece della consueta cancellatura di una parola o due, compare un blocco di censura esteso che copre l’intera porzione successiva del paragrafo. Il documento riprende solo quando si parla di altro — delle difficoltà finanziarie delle BR, dei furti di gioielli. Tutto ciò che stava nel mezzo, tra Feltrinelli e le Brigate Rosse, è sparito.

Ventisette anni dopo la sua stesura, qualcuno ha deciso che quella porzione di testo non poteva ancora essere resa pubblica. Quasi certamente non sapremo mai cosa ci fosse scritto. Peccato.

E‘ arrivato il momento di tirare qualche conclusione. Come detto, la versione sulle ultime ore di Feltrinelli di cui non si può non tenere conto è quella del figlio Carlo, che è stato il suo più attento biografo. L’erede Feltrinelli “sdogana” la morte accidentale, lasciando aperta una possibilità — ipotetica, ma non ignorabile: qualcuno che “dà una mano al fato”, che consegna a un artificiere inesperto come l’editore un timer fatto apposta per scattare prima del previsto, sfruttando la sua inesperienza nel maneggiare esplosivi. Un po’ come il partigiano Serge Basset, che abbiamo visto nella decima puntata commettere - assieme ad altri due compagni di lotta - un errore assurdo sbagliando colore della miccia e saltare in aria poche settimane prima che Klaus Barbie lasciasse Lione.

C’è anche un dettaglio che in questo contesto va menzionato tra gli elementi su cui riflettere: il “timer” di Segrate era costituito da un orologio da polso “dozzinale” di marca Lucerne, modificato per fare da innesco. Lo stesso tipo di orologio Lucerne era stato usato un anno e mezzo prima — il 2 settembre 1970 — nell’attacco all’ambasciata statunitense di Atene. Un attentato che viene comunemente attribuito al Superclan parallelo alle Br del chiacchierato ed enigmatico Corrado Simioni, accusato alternativamente di essere uomo CIA (più spesso) o KGB. Anche nella capitale greca la bomba era esplosa prima del previsto. E pure lì gli unici morti erano stati gli attentatori “di sinistra” Maria Elena Angeloni, milanese, e un membro della resistenza greca. Questi sono, a quanto risulta, gli unici due casi nella storia del terrorismo europeo in cui un orologio Lucerne viene usato come timer. La coincidenza è stata rilevata, tra gli altri, da br Alberto Franceschini — che ha anche sottolineato un dettaglio tecnico preciso: il Lucerne usato a Segrate era stato privato della lancetta delle ore invece di quella dei minuti, riducendo drasticamente il tempo a disposizione dell’attentatore. Materia per magistrati. E in quanto tale, ormai andata. Puff. Finito. Kaputt.

Più di qualcuno a questo punto avrà notato che quasi tutte tutte le biografie su Feltrinelli parlano delle armi ai palestinesi, ma nessuna dei possibili collegamenti con i nazisti boliviani e la Merex. Non ne fa cenno neppure il magistrato che condusse l’inchiesta, Guido Viola, nella sua requisitoria del 1974. Ma in quel maggio 1972 l’ipotesi veniva data per buona da molti articoli di stampa. Sul Corriere della Sera — ponendo fiducia nel buon funzionamento del motore di ricerca interno — la questione Barbie non viene, però, più nominata nemmeno di striscio.

Perché, dunque, ne scriviamo qui?

Bella domanda. I riscontri emersi sono molteplici. I non pochi sostenitori della “morte di Feltrinelli causata da terzi” puntano sulla questione delle armi ai palestinesi, ipotizzando una vendetta del Mossad. Dalla ricostruzione di Feltrinelli story emerge semplicemente un quadro internazionale molto più ampio. L’obiettivo di questa ricerca è, dunque, quello di ragionare su un “what if” se mai l’eventualità di una possibile “regia” un giorno tornerà ad essere un “tema”.

Quello che si può dare per certo, però, è che il gruppo di “personacce” di cui abbiamo raccontato le “meschine gesta” in questa epopea rovesciata avrebbe avuto un possibile movente per far fuori l’editore. Bello grande, anche.

Le fonti (o la fonte) del giornalista faccendiere Herbert John e del giornalista america George Weller sostengono che vi sia stato un rapporto di affari tra Feltrinelli e la “maffia nazista boliviana”. A questo punto, visti i riscontri, si può dare la cosa per probabile. Fino a gennaio 1972 Klaus Altmann per tutto il mondo era un rispettato uomo d’affari tedesco, non il boia di Lione. Se Feltrinelli si è rivolto davvero a lui e a Schwend per ottenere ciò di cui aveva bisogno - armi per i palestinesi - la cosa non deve stupire. L’editore, del resto, era stato più volte a Lima, quartier generale di Schwend, e a La Paz, dove operava “l’agente del diavolo”. Era di casa in Svizzera, dove aveva sede la Merex AG, collegata ai servizi germanici e protagonista del traffico verso Israele. Quindi l’ipotesi tiene.

Dando comunque per perso (o mai esistito) il microfilm di cui parla John, anche se si riuscisse ad avere la certezza che Barbie e Schwend erano tra i fornitori delle armi “gestite” da Feltrinelli, questo sarebbe semmai solo un indizio in più, non certo una prova. Quanto a possibili altri collegamenti, va ricordato che quei quattro “maledetti nazisti” della Merex AG avevano sicuramente contatti con la scena neofascista italiana per il contrabbando di armi e con esponenti del MAR di Fumagalli. Fra i “neri”, poi, Nardi “vanta” una formazione nella Spagna franchista dove erano attivi Skorzeny e Delle Chiaie. E in più c’è la questione “Guenther”, l'Ernesto Grassi che sarebbe stato in uno dei due commando in azione nella notte di Segrate. La sua versione - fissata su nastro- convinse le Br che si era trattato di un incidente ma se davvero durante la guerra era stato nella stessa brigata di Fumagalli in Valtellina forse è legittimo porsi alcune domande. 

Il giornalista e scrittore Eric Salerno, massimo esperto italiano di servizi israeliani, in Mossad base Italia scrive che “si è indagato poco sulle alleanze tra il Mossad e i neofascisti italiani di Ordine Nuovo”.

Ecco, in questi ambiti, magari, sarebbe interessante sviluppare ulteriori ricerche. A 50-60 anni dagli eventi, però, con molti dei protagonisti ormai defunti, neppure una commissione tipo quella sudafricana su “Verità e riconciliazione” avrebbe più alcuna chance di portare elementi di novità. Bisogna quindi mettersela via. Lo stesso vale per le “cose che non tornano” nella ricostruzione dell’omicidio Quintanilla che sarà oggetto della prossima puntata.

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