Si può vivere in un’utopia?
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Abbonati ora a S+Alle sette del mattino, tra le tende piantate nel prato del Parco naturale del monte Corno, qualcuno sta già preparando la colazione per un centinaio di persone. Non c’è un capo cucina che lo ha ordinato: c’è solo qualcuno che si è svegliato prima, ha visto che andava fatto, e lo ha fatto. È una scena piccola, quasi banale, ma è anche l’unica cosa che serve davvero per capire cosa sia il Klima Camp: non tanto un insieme di conferenze e workshop sul clima, quanto un esperimento su come potrebbe funzionare una società organizzata diversamente - orizzontale, condivisa, senza che nessuno debba chiedere il permesso per prendersi cura di qualcosa.
“Una settimana di incontri, scambio e utopia vissuta”, dice la locandina della manifestazione, giunta quest’anno alla sua quarta edizione. Qui l’utopia non è un discorso da dibattere in un panel, è la cucina vegana gestita a turni, è la biblioteca radicale dove si presta un libro senza doverlo restituire a nessuno in particolare, è il fatto che chiunque arrivi trovi subito, senza chiederlo, un compito da svolgere. Per gli organizzatori un cambiamento reale della società — quello necessario per affrontare la crisi climatica — non può restare confinato ai documenti approvati dalla politica: deve essere prima di tutto praticato, in piccolo. È questo quello che si cerca di fare ad Anterivo nell’ultima settimana di agosto: circa 150 persone decidono di vivere insieme in un bosco per sette giorni.
Il resto della mattinata il campo si offre come un piccolo villaggio autosufficiente da esplorare a piacere. C’è un punto di assistenza informatica gestito da due collettivi hacker locali, dove si può chiedere come proteggere le proprie comunicazioni da attivisti o come togliersi di dosso Google. Ci sono alcuni attivisti che hanno uno stand informativo sulla guerra a Gaza e le condizioni del popolo palestinese. C’è un punto di scambio abiti, dove si può lasciare un vestito che non si usa più e prenderne un altro, gratis.
Mi fermo proprio qui. Rovisto tra un mucchio di vestiti lasciati da chi è passato prima di me e trovo una maglietta rosa. A pochi passi c’è uno stand di serigrafia, dove chiunque può stampare sui propri vestiti disegni a tema clima o antifascismo. Ci scrivo sopra, a caratteri neri, “siamo tutt* antifascist*”. Mi rendo conto solo dopo di quanto sia stridente, in senso buono, il contrasto: fuori da qui il second-hand è diventato un business come un altro, un mercato che il capitalismo ha imparato a gestire; qui è semplicemente una maglietta gratuita su cui stampare una frase politica, senza passaggi di denaro nel mezzo.
Verso le dieci mi siedo nella zona del palco al coperto per una talk sulla guerra in Iran. Chi la tiene cerca faticosamente una posizione mediana tra chi simpatizza per il regime e chi si schiera con Trump — un equilibrismo che dice molto di come anche in un contesto come questo il dibattito internazionale si porti dietro le sue fratture, e di come non tutto, al Klima Camp, sia già risolto in partenza.
Poco più tardi partecipo alla biodanza, tenuta da Claudio Pezzetta, che da anni conduce questo tipo di percorso rivolto esclusivamente a uomini. “Molti piangono per la prima volta davanti agli altri,” ci racconta prima di cominciare. Il workshop alterna musiche tribali, pensate per farci concentrare sul movimento consapevole del nostro corpo, a ritmi più melodici — tarantelle e simili — per farci muovere insieme agli altri. Mi scopro particolarmente legnosa, disabituata al contatto fisico con chi mi sta intorno, mentre noto che chi ha qualche anno più di me si muove con molta più disinvoltura.
A pranzo - lenticchie, caponata e crema di zucchine, tutto vegano, tutto servito in piatti e stoviglie di recupero - trovo Adele Buffa, eco-social designer di Torino, tra le anime organizzative del camp. “Cerchiamo sempre di coinvolgere contadini locali, associazioni del territorio,” mi spiega. “Non è un’imposizione: se vuoi portare il tuo prosciutto, se lo puoi mangiare, nessuno ti dirà niente. Ma dopo quattro giorni a mangiare vegano ogni onnivoro si ricrede, e ci dice che non è poi così male.”
Le chiedo cosa renda il Klima Camp diverso dagli altri spazi di attivismo che ha frequentato prima. Mi risponde parlando di plenarie in cui le persone portano i loro problemi e vengono davvero ascoltate e “se non è il momento giusto, gli si dedica un momento a parte”. Si dice stupita di quanto sia semplice il modo in cui si invita chi non si sente ancora abbastanza radicale a partecipare: “Facciamo un campeggio, vieni, si cucina insieme, si mangia insieme. Alla fine siamo un campeggio che si preoccupa del clima.” Non tutti, fuori dal recinto del bosco, la prendono bene: l’anno scorso il campo sorgeva vicino a una strada, e chi passava vedeva le bandiere della Palestina issate sul piazzale delle feste — “ci hanno anche urlato degli insulti”. Ma ricorda anche un ragazzo napoletano, cameriere in un ristorante lì vicino, passato per curiosità e rimasto fino all’ultima sera ad aiutare a smontare tutto.
Nel pomeriggio il programma prevede un laboratorio partecipativo su parentela, giustizia e relazioni ecologiche: attraverso la condivisione e l’arte, si esplorano le relazioni tra le specie. Ci viene chiesto di scegliere un animale con cui riflettere sul nostro rapporto personale, e scelgo il serpente, con cui ho sempre avuto un legame fatto di fascinazione e paura. L’esercizio mi fa capire che, al di là di un tatuaggio sull’avambraccio e di un fugace incontro in un parco naturale, un vero rapporto tra questa specie e me semplicemente non esiste. Nel cerchio si condividono esperienze e si riflette sul fatto che il nostro legame con gli animali resti quasi sempre solo “funzionale”, raramente alla pari: ci chiediamo troppo poco cosa possiamo fare per loro, invece di chiederci solo cosa loro possano fare per noi.
Mentre torno verso il centro del campo mi chiedo, non per la prima volta, quanto di tutto questo regga fuori da qui: se un’organizzazione così orizzontale, fatta di volontari e decisioni prese in cerchio, possa davvero incidere su qualcosa di più grande di un prato nel bosco.
La risposta, almeno in parte, arriva da chi il camp lo organizza da anni. Il giorno prima del mio arrivo è passato a trovarli il sindaco di Anterivo, insieme ad Alex Dido — il giovane contadino che pratica permacultura e che ha donato la verdura per la cucina di oggi — e a un rappresentante dell’associazione dei Lupini, che ha parlato loro della gestione della foresta e dell’inquinamento dell’acqua. “Ogni anno siamo in un comune diverso,” mi spiega Adele. “Scriviamo ai comuni, chiediamo se mettono a disposizione dello spazio, e cerchiamo di capire dalle persone che vivono il territorio cosa sia rilevante qui.” La sera precedente si era tenuto anche un panel sulla gestione forestale con un rappresentante della Magnifica Comunità di Fiemme e una guardia forestale, moderato apposta da qualcuno che si era studiato in anticipo i loro profili, per evitare che diventasse uno scontro muro contro muro con “i contadini tradizionali”. “Il cambiamento non si può fare se non si cerca un dialogo,” dice Adele. “Per noi è importante che anche le persone che vivono lo spazio ci accolgano, che non ci si senta alieni, ma parte di.”
Anche i numeri, quando li chiedo, sono più concreti di quanto mi aspettassi. A organizzare il camp sono circa dieci persone che diventano una ventina quando serve una mano in più, divise in gruppi di lavoro — comunicazione, programma, finanza, cibo, cura, struttura. Il budget si aggira sui 14.000 euro, di cui 5.000 arrivano dalla provincia attraverso il programma Climate Action; il resto è fatto di donazioni, alimenti regalati, sconti concordati con le associazioni del territorio. “Non è avversaria a quello che stiamo facendo,” mi dice qualcuno parlando della provincia — un dettaglio che, per un movimento abituato a pensarsi in trincea, suona quasi sorprendente. L’utopia vissuta al Klima Camp, insomma, non è isolata dal mondo che la circonda: ci prova, semmai, a dialogarci, senza rinunciare a essere radicale nei contenuti.
Alle diciassette e trenta, mentre in cucina si prepara la cena, sul palco al coperto inizia una tavola rotonda dal titolo “Insieme contro il fascismo”, con tre collettivi antifascisti del territorio: CS Bruno, Spazio77, Widersetzen. Il punto di partenza è netto: le forze di estrema destra stanno vincendo elezioni e dominando il dibattito pubblico in mezza Europa, e lo fanno con politiche e discorsi razzisti, anti-LGBTQ+, misogini, anti-poveri, pro-ricchi e, non ultimo, legati a doppio filo ai combustibili fossili, all’estrattivismo, al colonialismo. È il filo rosso che ho sentito riecheggiare per tutto il giorno, in conversazioni informali oltre che nei workshop ufficiali: parlare di clima, qui, significa quasi sempre parlare anche di antifascismo, perché chi nega la crisi climatica è quasi sempre lo stesso che alimenta le nuove destre.
Ne avevo già avuto un assaggio prima di pranzo, parlando con alcuni trentini che si dicevano preoccupato del raduno “Back to Camelot”, apertamente neonazista, che si terrà nei prossimi giorni. C’è anche qualche altoatesino che tra qualche weekend parteciperà al contro-presidio per l’arrivo dell’AfD. “Parlare di clima è anche fare politica,” mi dice Moritz Walther, tra gli organizzatori. Nella talk del pomeriggio il ragionamento si allarga: si parla dell’aumento degli sgomberi a Bolzano, della nuova costruzione di un CPR a Trento, della riduzione degli spazi di solidarietà.
Eppure, nonostante la pesantezza di questi argomenti, il clima all’interno del campo resta sorprendentemente sereno, a dirlo, per prima, è Veronika Pinzger, tra le persone che seguono l’organizzazione fin dalla prima edizione. “Pensavo che saremmo arrivati qui tutti tristi, dopo i picchi di temperatura che ci sono stati ovunque anche in Alto Adige. E invece ci siamo quasi ritrovati a festeggiare lo stare insieme.” C’è però anche un rovescio più cupo, ammette: “I conflitti mondiali quest’anno si sentono in maniera più forte. È importante avere anche un momento di lutto collettivo” — come la sera in cui hanno guardato insieme un documentario su Gaza, e nessuno sapeva più cosa dire. Sull’obiettivo di tutto questo, Veronika non ha dubbi: “Vedere che non ci arrendiamo, che non lasciamo perdere. Siamo comunque qui, stiamo combattendo con quello che possiamo.”
Dopo cena il campo cambia ritmo: alle nove parte un dj set, poi un altro, e dopo mezzanotte una silent disco chiude la giornata tra le cuffie e le luci intermittenti nel buio del bosco. È un’immagine che stona, solo in apparenza, con le tavole rotonde sul fascismo e i panel sulla gestione forestale del pomeriggio: al Klima Camp la festa non è una pausa dalla politica, ma parte dello stesso esperimento, quello di dimostrare, per una settimana, che si può costruire comunità, prendere decisioni insieme e restare radicali nei contenuti senza rinunciare a stare bene. “Gentili nella comunicazione ma radicali nel cuore”, mi aveva detto Adele qualche ora prima, riassumendo forse meglio di chiunque altro lo spirito del posto.
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