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Politica | Catchword

Maggioranza contro maggioranza

Il referendum è uno strumento maggioritario. Come tale utile ma anche pericoloso. Cosa sono le maggioranze, cosa possono fare, e cosa no? La democrazia è tutela delle minoranze, e la costituzione non è materia per maggioranze occasionali.
  • Il 22 e 23 marzo si è votato per il referendum sulla riforma della magistratura. L’esito è noto e i commenti si sono sprecati. Bene così, la democrazia è pluralismo di idee, nel quadro delle regole costituzionali. Qui non si è parlato del referendum prima del suo svolgimento, perché questa rubrica riflette sul potere delle parole, non sulla politica quotidiana.

  • Catchword è una rubrica di parole per guardare dietro (o sotto) alle parole. Ogni due settimane Francesco Palermo parte da una parola chiave (catchword, appunto) per spiegare in modo conciso il concetto (o l’inganno) che le sta dietro. Da leggere o da ascoltare in formato podcast.

  • Ora si può fare, e la catchword collegata al referendum è maggioranza. Perché il referendum è lo strumento maggioritario per eccellenza. E quindi da maneggiare con cura: perché le maggioranze sono come il tritolo: utili, ma pericolose.

    Innanzitutto dire “maggioranza” (e peggio ancora “la maggioranza vince”) non significa niente. Le maggioranze dipendono dalle regole che le creano: la maggioranza semplice è una cosa, quella assoluta un’altra, quella qualificata è diversa ancora. Le maggioranze politiche nascono da accordi: sono contrattuali, non aritmetiche. E quelle elettorali dipendono dalle regole con cui si vota: da chi ha il diritto di farlo (sedicenni sì o no? Fuorisede? Residenti all‘estero? Cittadini o anche stranieri?), da come si computano i voti (sistemi elettorali), da altre variabili come la rappresentanza dei territori (i voti degli elettori lombardi per il Senato valgono circa un terzo di quelli dei valdostani).

    Certo, la maggioranza è l’uovo di Colombo: è una regola semplice per decidere. È una delle funzioni primarie del diritto: fare ordine nella complessità sociale, quindi organizzare il potere. L’altra, non dimentichiamolo, è limitarlo, il potere: dire cosa si può fare e come significa stabilire anche cosa non si può fare.

    Nel referendum costituzionale (senza quorum) la maggioranza è stata chiara a favore del no. Questa è la regola, e la riforma è stata bocciata. 

     

    Gli strumenti maggioritari fanno ordine, semplificano, e proprio per questo hanno anche delle controindicazioni: dividono. 

     

    Lo scarto nei voti è stato di meno di quattro elettori su cento, su un’affluenza del 59%. Nella società il risultato netto delle urne non c‘è. Quasi la metà degli elettori avrebbe voluto la riforma, un po’ più della metà non l’ha voluta. Sarebbe stato lo stesso a parti invertite.

    Per questo le riforme costituzionali non vanno fatte a maggioranza. È tecnicamente possibile, ma non è la via indicata dai costituenti – i quali, tra l’altro, ragionavano in un quadro elettorale pienamente proporzionale, molto diverso dall’odierna ubriacatura maggioritaria. 

     

    La costituzione si può e si deve modificare, per restare uno strumento vivo, ma modificarla non spetta al governo o alla maggioranza parlamentare del momento. 

     

    Era questo che rendeva sbagliata la riforma, più di astrusi sorteggi e moltiplicazione di organi. Che la tentazione di fare riforme costituzionali di maggioranza sia seguita sempre più spesso e da maggioranze politiche diverse non la rende meno grave. Anzi, peggiora le cose.

    Le maggioranze creano vincitori, ma alle democrazie servono anche strumenti che tutelino i perdenti. Stavolta una maggioranza referendaria ha annullato quella parlamentare. Maggioranza contro maggioranza. 

    Il rischio è diventare una democrazia della clava: oggi colpisci, domani vieni colpito. Finché qualcuno non usa il tritolo maggioritario per vincere sempre, cancellando le minoranze: gli esempi purtroppo abbondano.

  • All'episodio in forma podcast


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