Odio online: serve una risposta comune
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Abbonati ora a S+La sala è gremita, il 31 luglio a Palazzo Widmann: ci sono la presidente e la vicepresidente della Commissione provinciale per le pari opportunità, Ulrike Oberhammer e Nadia Mazzardis, la consigliera provinciale dei Verdi Brigitte Foppa, Neha Bhati, presidente dell’associazione universitaria sh.asus, la consigliera SVP Waltraud Deeg, e molte altre. Ognuna porta con sé centinaia, forse migliaia, di insulti, aggressioni verbali e odio ricevuti sui social. Sono qui per una conferenza stampa convocata in fretta, dopo un’ondata di attacchi che nelle ultime ore ha colpito, tra le altre, la stessa Foppa, la vicepresidente dell’ANPI Alto Adige Silvia Pomella e la consigliera comunale di Ora Fatima Ezzahra Ziyani.
Ma è un’altra immagine, prima ancora delle dichiarazioni, a colpire chi entra in quella sala: è piena, sì, ma quasi vuota di uomini. Tra le file di sedie, solo due presenze maschili: il consigliere provinciale PD Sandro Repetto e il consigliere dei Verdi Zeno Oberkofler. È un paradosso che vale la pena di tenere a mente per tutto l’articolo: la maggior parte dei commenti d’odio contro queste donne, ricordano dalla Commissione, arriva proprio da uomini. Eppure a discuterne, a cercare soluzioni, a sedere in quella sala, sono quasi soltanto donne, come se il problema restasse una questione di chi lo subisce, e mai una responsabilità condivisa di chi lo genera. È una domanda che vale la pena porsi già ora, prima ancora di entrare nel merito degli attacchi: se il fenomeno della violenza riguarda soprattutto uomini, perché a interrogarsene sono quasi soltanto donne? Un dato aiuta a capire quanto questa distanza sia diffusa: secondo la Survey L.U.I., il 43% degli uomini pensa che il fenomeno della violenza di genere non li riguardi. Quasi uno su due, cioè, si colloca a priori fuori da un tema che continua a essere raccontato come una faccenda tra “vittime da proteggere” e “aggressori da condannare”: due categorie in cui chi non insulta né commenta semplicemente non si riconosce, e finisce per sentirsi non interpellato, oltre che assente.
Non è la prima volta che questo schema si ripete. Negli ultimi mesi erano già finite nel mirino l’assessora provinciale Rosmarie Pamer, la sindaca di Merano Katharina Zeller, le stesse Oberhammer e Mazzardis. Un elenco che si allunga a ogni uscita pubblica, quasi con la puntualità di un rito. “In una democrazia ogni idea può essere condivisa, criticata o contestata”, dice Oberhammer. “Ciò che preoccupa è come questa critica viene espressa.” Il punto, spiega, è che il bersaglio si sposta: dalle parole pronunciate al corpo di chi le pronuncia. L’analisi di centinaia di commenti online mostra uno schema ricorrente: quando una donna prende parola nello spazio pubblico, la discussione smette di riguardare ciò che ha detto e comincia a riguardare chi è. Il corpo, l’aspetto, la sessualità diventano così strumenti di denigrazione.
“La violenza contro le donne non inizia necessariamente con un gesto fisico”, rimarca Mazzardis. “Esiste una violenza che passa attraverso il linguaggio, l’umiliazione, la ridicolizzazione, la sistematica delegittimazione di chi prende parola.” Le parole, aggiunge, costruiscono il clima culturale in cui viviamo: per questo non possono essere derubricate a dettagli irrilevanti.
Cosa chiede la Commissione
Per rispondere al fenomeno, la Commissione provinciale per le pari opportunità ha chiesto l’introduzione di una social media policy per istituzioni e media digitali, punti di riferimento accessibili per chi subisce attacchi, e procedure che mettano gli autori delle violenze digitali di fronte alle conseguenze delle proprie azioni, “con sanzioni concrete, economiche e non solo”, spiega Mazzardis. Da qui la richiesta di un organismo di mediazione dedicato, come parte necessaria di una risposta democratica all’odio online.
Misure che riguardano piattaforme, istituzioni, procedure. Ma forse la parte più difficile da normare resta quella culturale: coinvolgere, in questo discorso, anche chi finora ha continuato a restarne fuori — non per convocazione straordinaria dopo l’ennesimo attacco, ma come presenza costante, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle stesse istituzioni. Finché questo non accadrà, resterà difficile spiegare perché, sala dopo sala, a discutere di un problema generato in gran parte da uomini continuino a essere quasi soltanto donne.
Provo solo vergogna nei…
Provo solo vergogna nei confronti di questi poveri beceri.
Se il mondo va a rotoli è proprio per colpa di sozzi incapaci e retrogradi, basta guardare i guerrafondai e saccheggiatori del pianeta: maschi repressi ed emotivamente storpi.
Incapaci di evolvere.
Capaci solo di fare confusione a qualsiasi costo nel tentativo di mantenere la supremazia.
Comandati dal proprio piccolo pisello senza palle.
Mahlzeit