Società | Gastbeitrag

Con Langer a Odessa

Centotrenta attivisti del MEAN hanno raggiunto la città ucraina sul Mar Nero, nel pieno dell’offensiva russa. Per rilanciare l’idea langeriana dei Corpi civili di pace europei.
Immagine: MEAN

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La prima cosa che colpisce, attraversando il confine fra Moldavia e Ucraina, fra pace e guerra, è la continuità. I campi di girasoli, arsi dal caldo estivo che ha colpito anche questa parte d’Europa, sono gli stessi, simili le donne e gli uomini che vendono angurie e meloni ai due lati della lunga strada che collega Chisinau a Odessa, paragonabile anche il fondo stradale, solo in brevi tratti perfettamente liscio ma più spesso irregolare con continui sobbalzi dei mezzi che percorrono la strada. Dopo qualche ora di viaggio e circa 150 chilometri, il controllo dei passaporti e una seconda, lunga coda, il ponte sul fiume Dnestr, cruciale per il collegamento del porto sul Mar Nero con l’aeroporto più vicino, si può percorrere solo a senso unico alternato perché mostra i segni delle bombe, da un lato e dall’altro. A Odessa mancano ancora circa 50 km, ma prima di arrivare al centro storico (patrimonio Unesco) si attraversa una vasta zona periferica dove sono evidenti i danni di droni e missili russi sugli edifici industriali e non della città portuale.

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Centotrenta attivisti del MEAN, il Movimento europeo di azione nonviolenta che raggruppa 35 associazioni di tutta Italia e si ispira al pensiero del politico e intellettuale sudtirolese Alexander Langer, hanno viaggiato su questa strada nei giorni scorsi per “condividere il rischio delle bombe e dei droni pur di affermare la forza della verità nel mezzo di una guerra feroce”, ha sintetizzato Angelo Moretti, portavoce del movimento.

E‘ la ventesima missione in Ucraina da quando Mosca ha aggredito il Paese, quattro anni e mezzo fa: organizzata assieme alla società civile ucraina, è un’azione concreta nella direzione dei Corpi civili di pace europei. Da anni, il movimento porta avanti questa idea che Langer, capogruppo dei Verdi al Parlamento europeo negli anni ’90, aveva elaborato per affrontare le conseguenze di un’altra terribile guerra alle porte dell’Europa, quella dei Balcani. Accanto alla diplomazia e agli strumenti di difesa e sicurezza, è la premessa, l’Europa ha bisogno di una capacità civile permanente di intervento nelle aree di crisi. Come scriveva all’epoca lo stesso Langer, “il ruolo potenziale dei civili nel prevenire o nel gestire i conflitti è tuttora grandemente sottostimato”. A Strasburgo, poco prima della scomparsa del suo promotore fu adottato nel maggio del 1995 un rapporto in cui si riconosceva che “un primo passo verso un contributo nella prevenzione del conflitto potrebbe essere la creazione di un Corpo civile di pace europeo con il compito di addestrare osservatori, mediatori e specialisti nella risoluzione dei conflitti”. Rilanciare questa proposta in Ucraina, secondo Angelo Moretti, “ha senso perché in questi anni di guerra è ormai entrata a far parte del dialogo che da 4 anni e mezzo abbiamo con la società civile ucraina, del tutto simile a quella che ha portato in Italia alla resistenza partigiana”.

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Gli attivisti di Odessa, molti dei quali alla prima missione, sono arrivati nel pieno di un’offensiva russa che colpisce anche la città sul Mar Nero. E' stato deciso di partire lo stesso, perché è proprio in momenti come questi che la popolazione ucraina si sente più sola. Le giornate sono state intense di incontri e volontariato concreto, ma una delle notti, quella del 27 agosto, insonne per i bombardamenti continui. “Abbiamo capito in una sola nottata spaventosa che cosa provano da oltre 4 anni gli ucraini. Ci impressiona la loro resistenza”, ha detto il portavoce. In una delle serate, le istituzioni della città hanno dedicato un concerto all’aperto ai 130 ospiti-attivisti. A due passi dal palco, un lungo viale nel verde ricorda, con foto, fiori e biografie, diverse centinaia di giovani soldati morti in guerra; altri memoriali sono sparsi per la città mentre i cimiteri dei caduti solo qui sono almeno 10. Ma Odessa resta una città del sud, ricca di arte, di musica e anche di allegria. Lo stesso presidente Volodymyr Zelensky ha recentemente ricordato che la caratteristica della terza città ucraina è proprio l’ottimismo.

Un memoriale nel parco di Odessa. MEAN

Prima del coprifuoco, che scatta ogni sera a mezzanotte, i giovani passeggiano per le vie del centro, cantano, suonano in concerti improvvisati sulla famosa scalinata del film di Eisenstein “La corazzata Potemkin” e affollano i locali della “movida”. Ogni occasione pubblica è però immancabilmente preceduta dall’inno nazionale, dal minuto di silenzio per i caduti nella guerra e dalla raccomandazione di correre al rifugio più vicino in caso di allarme. Le sirene suonano spesso: quando succede, le persone cercano i dettagli sulle app specializzate, perché la maggior parte delle volte il missile o il drone sono diretti altrove, permettendo loro di non dover correre al riparo: è la “normalità” dopo 4 anni e mezzo di allarmi. Ma l’humour e l’apertura mentale degli abitanti della città, gemellata con Genova e Venezia, oltre che con Istanbul e altri porti di mare nel mondo intero, sono messi a dura prova da quanto sono costretti a sopportare. “Quasi tutte le famiglie sono spezzate – racconta Antonina Semenova, direttrice all’Odessa Journal e cofondatrice del centro culturale Ukrainian Cosmopolis – Molti uomini sono al fronte o nascosti per non andarci, quando non sono morti o feriti. Le donne hanno su di sé un peso enorme. Io stessa, inizialmente scettica sulla necessità di un’assistenza psicologica diffusa, ora penso sia fondamentale”. Ci sono i lutti, c’è lo stress: è talmente forte che l’incidenza del diabete infantile è aumentata enormemente a causa delle continue scariche di adrenalina per gli allarmi, la paura, il dolore.

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Questa volta gli attivisti erano 130, ma l’obiettivo del MEAN è portare in Ucraina per le sue azioni non violente un numero sempre maggiore di persone, pensando al progetto di Langer. Un’ambizione condivisa e resa efficacemente provocatoria anche dal Nunzio apostolico del Vaticano a Kiev, il lituano Visvaldas Kulbokas: “se 50 milioni di europei venissero qui a chiedere la pace, la guerra finirebbe subito”.

*Giornalista, già caposervizio Redazione Esteri, corrispondente a Bruxelles e capo della redazione di Milano presso Agi - Agenzia Italia.