Pippi e il collegio
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Abbonati ora a S+I lettori ricorderanno la matematica creativa e spensierata di Pippi Calzelunghe: “Zwei mal drei macht vier, Widdewiddewitt und drei macht Neune”. Da cui derivava una straordinaria conseguenza e lezione di vita: “Ich mach mir die Welt, widde widde wie sie mir gefällt”.
Impossibile non trovarci una visionaria analogia con la vicenda del collegio senatoriale Bolzano-Bassa Atesina. Una questione che, come tante altre, non è così importante ma poi importa tantissimo e scalda gli animi. Vedi alla voce toponomastica. Tipico del regno del Re Mida etnico, dove ogni cosa che si tocca può diventare etnica, e non basta far finta di niente per evitare discussioni scomode o almeno pubbliche (come fa la SVP) o sostenere che col proprio arrivo al governo la questione è risolta (lato FdI).
Non perdiamo altro tempo sull’analisi della proposta e sui suoi risvolti politici. Basti ricordare che nessuna normativa elettorale può mai essere neutra, perché ogni regola determina un risultato – o, come in questo caso, un pezzettino di risultato. Quella elettorale è la legge politica per eccellenza, e dunque ogni redattore di leggi elettorali (o, come in questo caso, di un suo pezzettino) lavora con l’intento di prefigurare un risultato. A destra, al centro, a sinistra. È normale e inevitabile, perché è la tecnica con cui chi è pro tempore al comando cerca di farsi il mondo (politico) come gli piace.
Nessuna normativa elettorale può mai essere neutra, perché ogni regola determina un risultato.
Pochissime parole vanno spese anche sulla legittimità della proposta. Il fatto che precostituisca un risultato e che questo risultato non piaccia non la rende illegittima. Si può sostenere che sia socialmente e politicamente tristissima (è l’opinione di chi scrive), ma è cosa diversa dalla sua illegittimità giuridica. La proposta di ridisegno del collegio così come approvata in prima lettura alla Camera non viola né i diritti delle minoranze, né la Costituzione, né l‘accordo di Parigi, né il Pacchetto. Nel momento in cui è comunicata a Vienna soddisfa il criterio formale dell’ancoraggio internazionale. L’Austria potrebbe mettersi di traverso come per ogni materia direttamente connessa al Pacchetto, ma con quali argomenti giuridici?
L’analisi va piuttosto portata sul piano delle diverse posizioni che sono emerse sul punto, tralasciando per carità di patria (rectius, di patriottismo dell’autonomia, nel quale continuo a credere fermamente con l’ottimismo della volontà) le ipocrisie argomentative con cui sono talvolta espresse. E queste posizioni sono sei. Nel Regno di Re Mida etnico, quattro sul fronte tedesco e due su quello italiano. E tralasciamo, per lo stesso patriottismo, la potenziale settima voce, quella ladina, che non si è proprio sentita, secondo l’umana, troppo umana (sì, la critica nietzschana è voluta) regola per cui se non mi riguarda direttamente non me ne importa niente (pure in rima, questa involontaria ma si potrebbe brevettare).
Sul fronte di lingua tedesca le posizioni sono variegate. La prima è quella istituzional-opportunistica: è giusto che gli italiani dell’Alto Adige/Südtirol (dirà mai qualcuno Südtirol/Alto Adige come pure ora è previsto per il solo nome della Regione?) esprimano un parlamentare (si noti la sottigliezza: un parlamentare, non almeno un parlamentare). Non è una violazione dei diritti della minoranza tedesca, e può essere un vantaggio, perché possiamo provare a internazionalizzare ulteriormente la vicenda sudtirolese con una nuova comunicazione a Vienna e non ci dobbiamo più preoccupare di cosa fare in quel collegio quando non riusciamo a far convergere i voti italiani su un nostro candidato come con Oskar Peterlini. Siccome i tempi sono cambiati (in peggio, ndr) e questo non si può più realizzare, allora evitiamoci il mal di pancia di dover sostenere un candidato italiano (anche qui i tempi sono cambiati, vivaddio siamo blockfrei) o di dover presentare un nostro candidato e farlo perdere, cosa umiliante che non piace a nessuno. Non proprio un ragionamento da grandi statisti, ma si può capire. La domanda che si pone in risposta è però perché avere acconsentito all’idea quando era tanto più comodo non aprire il vaso di Pandora con la propria base (aspetto clamorosamente sottovalutato) e continuare a fare il kingmaker (Königsmacher), insomma a decidere sostanzialmente chi dovesse essere l’italiano eletto, invece di perdere potere.
La seconda e la terza sono simili. Una è quella degli hardliner etnici, per cui la Bassa è il confine da presidiare contro i 58 milioni di nemici, la tutela delle minoranze significa che deve spettare tutto a noi, che questa è terra tedesca, ecc. Vabbè, poco da dire. L’altra è quella dell’orticello (das Unterland ist unteilbar): niente contro gli italiani, ma allora noi non potremo mai eleggere un nostro rappresentante? Posizione comprensibile, ma col solito paraocchi provinciale (nel senso di provincialismo o subprovincialismo). Peccato che nessuno si chieda perché la stessa domanda non dovrebbero farsela gli italiani di Merano o Bressanone. Che anzi inizieranno a farsela e non ne usciremo più.
La quarta coincide con la prima sul fronte italiano (ma nel Regno di Re Mida etnico vanno pur sempre tenute distinte): avevamo un unico collegio dove era ancora se non auspicabile almeno necessario parlarsi, e adesso salta anche questo. Dal Nebeneinander all‘Ohneeinander. Chi pensava che potesse essere invece un giardinetto in cui coltivare il Miteinander vada a scuola di realismo. E poi questi sono tendenzialmente tutti a sinistra, quindi oggi dipinti come degli inutili sognatori, avversari del fantastico pragmatismo che finalmente ci fa superare il tema etnico evitando di porselo. Ma c’è del vero nella critica: il sistema è basato sulla consociazione, che può significare (e spesso significa) spartizione, non condivisione. Auspicare condivisione è legittimo, ma non basta a renderla l’unica soluzione possibile. Anzi, la separazione è la conseguenza molto più frequente della consociazione.
Il sistema è basato sulla consociazione, che può significare (e spesso significa) spartizione, non condivisione. Auspicare condivisione è legittimo, ma non basta a renderla l’unica soluzione possibile.
La seconda posizione sul fronte italiano è quella della giustizia. E ad una superficiale e disincantata lettura ha pure senso, e quasi si salda con la posizione istituzionale (e non a caso è sostenuta generalmente da chi adesso siede al banchetto del potere): giustizia vuole che almeno un italiano (qui l’almeno si dice) rappresenti questo territorio a Roma. Come contestare il merito dell’affermazione? Poi nel parlare più discretamente alla pancia di una parte del proprio elettorato si passa da “giustizia vuole” a “giustizia è fatta”, presentandosi come difensori degli italiani. Ed evitando di spiegare che la difesa non solo fa scattare la controdifesa da parte di chi è più forte, ma in cambio di un posticino cristallizza la divisione e la dipendenza dal potere. Il che va bene finché si sta al banchetto e ci si può mangiare tutta la porzione che spetta al junior partner, ma la visione del futuro dove sta? Mettiamo caso che cambino le alleanze (a Roma e poi allora miracolosamente anche a Bolzano): andrà ancora bene? Oggi si dirà di sì, ma in realtà sarà no, perché l’obiettivo è mangiare tutta la propria porzioncina finché si può. Basta chiamarlo pragmatismo e si vende pure bene. È la stessa logica che ha ispirato la riforma dello statuto, quindi un’idea dietro c’è eccome (ah, che brutta parola per chi è “pragmatico, non ideologico”).
Insomma le posizioni sono tutte assai più tristi di una puntata di Pippi Calzelunghe. Ed è triste che nel regno di Re Mida etnico le strutture siano così rigide da costringere tutti a finire in una delle posizioni, senza scampo e senza spazio per pensieri più creativi. L’unica opposizione rischia di essere l’astensionismo elettorale e il disinteresse (derivante da amaro disgusto o da frivolo disimpegno) per la cosa pubblica. E dunque dannoso alla democrazia perfino più delle strutture rigide.
Ripetiamolo: l’ambizione di ogni estensore di leggi elettorali è di farsi “die Welt widde widde wie sie mir gefällt”. Solo che nel mondo di Pippi tutto è fatto con purezza d’animo e i problemi si risolvono sempre. Fuori da Villa Kunterbunt le cose sono un po' più complesse e possono anche scappare di mano. Soprattutto se Villa Kunterbunt è nel Regno di Re Mida etnico, dove queste cose non sono importanti ma importano tantissimo.
(in memoria di Hermann Atz)
Wer hat diese total un…
Wer hat diese total un-demokratischen Wahl-Kreise erfunden?
Vielleicht liegt ein Ausweg…
Vielleicht liegt ein Ausweg aus dieser Logik darin, Minderheitenschutz stärker von seiner Funktion her zu denken.
Also nicht: Welcher Sprachgruppe gehört welcher Sitz?
Sondern: Welche demokratische Funktion soll eine Wahlkreisordnung für Südtirol erfüllen?
Erst wenn diese Frage geklärt ist, lässt sich sinnvoll darüber sprechen, ob Südtirol einen oder mehrere Wahlkreise braucht und wie eine solche Ordnung ausgestaltet sein soll. Minderheitenschutz sollte jedenfalls nicht mit der Aufteilung politischer Mandate zwischen Sprachgruppen gleichgesetzt werden.