Gronchi-Andreotti
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Si inaugurano le Olimpiadi di Roma (1960). Andreotti, che ha coordinato l'organizzazione, accanto al Presidente della Repubblica Gronchi.
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Avvenne domani

Giulio

I cent'anni di Andreotti.
Kolumne von
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Maurizio Ferrandi02.03.2019
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Se Giulio Andreotti fosse arrivato, qualche settimana fa, a festeggiare il suo centesimo compleanno, era nato a Roma il 14 gennaio del 1919, non c'è dubbio che sarebbe riuscito a spezzare la solennità del momento con qualche battuta imbevuta di quell'umorismo freddo, armato del quale aveva affrontato i trionfi e i drammi di un percorso umano e politico che ha pochi paragoni nell'Italia di ieri e di oggi. Qualche augurio sarebbe arrivato, non c'è dubbio, anche dall'Alto Adige, una terra alla quale il suo destino politico e le sue scelte personali lo hanno legato in modo del tutto particolare.

Un paio d'anni fa, nel recensire queste pagine un libro dedicato proprio al ruolo svolto da Andreotti nella vertenza altoatesina, scritto dallo storico Luciano Monzali, ebbi modo di rilevare come l'autore avesse costruito gran parte del suo lavoro consultando in fascicoli contenuti nello sterminato archivio raccolto in decenni di attività politica da Andreotti ed oggi conservato presso la Fondazione intitolata a Luigi Sturzo a Roma. In quell'archivio, come lo stesso Monzali ebbe modo di rivelare durante la presentazione del volume, ci sono faldoni pressoché inesplorati intitolati a Silvius Magnago e ad altri politici altoatesini come Alcide Berloffa. Non credo che quelle carte contengano clamorose rivelazioni che possano cambiare il giudizio su ciò che è avvenuto, riguardo alla questione altoatesina, nella seconda metà del 900, ma, se e quando storici di buona volontà vi metteranno le mani, probabilmente avremo un quadro più preciso sulla ragnatela di rapporti che portarono, tra Roma, Vienna e Bolzano alla felice conclusione del processo di costruzione della seconda autonomia.

L'accostarsi di Andreotti al complesso problema altoatesino risale agli esordi della carriera politica del giovane romano, maturato nel periodo bellico negli ambienti cattolici della Fuci, la federazione degli universitari diretta con mano ferma dal futuro pontefice Giovanni  Battista Montini e nella quale militava un altro futuro leader della DC che avrebbe avuto un ruolo fondamentale nella soluzione del problema altoatesino: Aldo Moro.

Nel settembre del 1946 il giovane Andreotti, divenuto stretto collaboratore di Alcide Degasperi, viene chiamato, come ricorderà più volte nei suoi racconti autobiografici, in quel di Parigi, dove lo statista trentino sta partecipando alla conferenza di pace. Sono esattamente i giorni nei quali matura e si concretizza l'accordo con l'Austria siglato, il 16 settembre, da Degasperi e Karl Gruber. Di questi fatti Andreotti è semplice spettatore. Il suo ruolo, in quella fase, è quello di mantenere i rapporti tra Degasperi e gli ambienti politici di Roma, ma il seme, come si suol dire, è gettato. Germoglierà ben presto, quando proprio Degasperi  lo incarica di sovraintendere politicamente ad una sua creatura, quell'Ufficio Zone di Confine cui verrà demandata tutta la gestione della delicatissima e infuocata situazione sul confine orientale, dove Trieste è ancora sotto il controllo degli Alleati e l'ipotesi di un conflitto armato con la Jugoslavia di Tito è tutt'altro che aleatoria. Meno rovente ma non meno problematica anche la situazione in Alto Adige, altro territorio sul quale l'UZC esercita i suoi poteri. Andreotti qui comincia a farsi la mano con il problema di far convivere due realtà separate spesso opposte come quelle della minoranza sudtirolese e del gruppo italiano che sia venuto creando a partire dalla fine degli anni 30.

Il suo intervento emerge anche in questioni apparentemente marginali. Curioso ma significativo quanto avvenne l'estate del 1947, quando una bomba danneggiò gravemente, nel piccolo cimitero di Montagna, vicino ad Ora, la tomba che il nazionalista roveretano Ettore Tolomei si era fatto costruire, pur essendo ancora in vita, nell'angolo settentrionale del camposanto, in modo, aveva scritto, da poter vedere anche dopo la morte l'ultimo tedesco lasciare l'Alto Adige. Tolomei, che dopo il rientro dalla prigionia a Dachau, non era più potuto rientrare nella sua casa di Gleno, per non provocare incidenti, si rivolse a Roma per chiedere un contributo per il restauro dalla tomba. A rispondergli, con una lettera che assicurava che la richiesta sarebbe stata accolta, fu proprio Giulio Andreotti. Nella risposta Tolomei ringraziò, ma colse l'occasione per lamentare il fatto che le sue reiterate richieste di incontrare Alcide Degasperi non fossero mai state accolte.

Con la soppressione dell'UZC cessa anche la competenza diretta di Andreotti sulle questioni che riguardavano l'Alto Adige, ma non per questo egli uscì dal novero dei protagonisti di una vicenda che andava assumendo tinte sempre più fosche. Andreotti, è bene ricordarlo, fu ministro della difesa dal febbraio del 1959 al febbraio del 1966 e cioè esattamente negli anni nei quali esplose il problema del terrorismo sudtirolese, cui si fece fronte, tra l'altro, con un massiccio impiego delle forze armate. La provincia di Bolzano, che già ospitava da sempre un cospicuo numero di reparti militari, divenne una sorta di campo trincerato nel quale anche i soldati di leva furono utilizzati per la sorveglianza di obiettivi sensibili come le linee ferroviarie e quelle ad alta tensione.

Sul piano politico, verso la fine degli anni 60, il compito di tradurre in legge costituzionale i nuovi accordi per l'autonomia provinciale fu assunto da Aldo Moro, ma fu Andreotti, come capo del Governo, a battezzare, nel 1972,  il nuovo Statuto e ad avviare il processo di attuazione con la nomina delle Commissioni dei sei e dei dodici. Il suo ruolo politico, dapprima come titolare del dicastero degli esteri e poi di nuovo come Presidente del Consiglio, fu fondamentale, tuttavia, negli anni 80 per portare a conclusione una fase attuativa che si trascinava pericolosamente ormai da troppo tempo, per allacciare un rapporto di forte solidarietà con il governo austriaco, intenzionato a mandare in archivio il contenzioso altoatesino con Roma per poter aspirare ad entrare nell'Unione europea, e infine per superare le resistenze di coloro che a Bolzano, sia nel mondo politico sudtirolese che in quello italiano, volevano tenere aperta indefinitamente la controversia, forse nella speranza di poter ribaltare in qualche modo equilibri ormai segnati.

Fu Giulio Andreotti, come mi è capitato spesso di sottolineare, che, nel febbraio del 1992, dell'ultimo giorno di attività piena del suo ultimo Governo, che poi fu anche l'ultimo della cosiddetta prima Repubblica, annunciò alla Camera il compimento di tutte le procedure per l'attuazione dell'autonomia e il via libera al rilascio da parte austriaca della cosiddetta quietanza liberatoria.

Nel corposo dossier che raccoglie tutte queste tracce dei continui rapporti tra Andreotti e i problemi altoatesini, c'è spazio anche per qualche notazione di carattere più personale. In anni recenti Giulio Andreotti venne diverse volte in provincia di Bolzano non per visite ufficiali, ma per qualche soggiorno turistico. Per le sue vacanze montane preferiva Cortina d'Ampezzo, dove però, evitando la mondanità dei grandi alberghi e delle ville private, alloggiava con la famiglia in un convento di suore. A Merano, sua meta prediletta per i soggiorni altoatesini, arrivò sulle ali della grande e confessata passione per l'ippica. Era un frequentatore assiduo e soddisfatto dell'ippodromo di Maia e, col tempo, prese l'abitudine di concedersi dei brevi soggiorni anche quando non c'erano corse cui assistere, magari unendo il diletto della vacanza all'utile delle cure dentistiche cui si sottoponeva presso una rinomata clinica del luogo. Le cronache ricordano l'episodio avvenuto nella notte di Capodanno del 1987, quando i bombaroli di seconda generazione misero un ordigno sul muro dell'albergo dove alloggiava con la famiglia. Una carica esplosiva non proprio trascurabile, ma Andreotti, come al solito minimizzò la cosa dicendo ai cronisti che lo intervistavano di aver pensato ad un fuoco d'artificio più robusto degli altri. Era il suo modo di affrontare le cose e non se ne distaccò neppure quando qualche anno più tardi dovette affrontare traversie giudiziarie molto più gravi e pericolose di quell'esplosione notturna. Dai  politici della Suedtiroler Volkspartei era considerato, dopo la scomparsa di Moro, uno degli amici più fidati. Non mancò, degli ultimi anni di vita, di aderire, al Senato, al gruppo delle autonomie. Non serbava rancore nemmeno per il fatto che proprio i voti degli esponenti SVP, gli avessero probabilmente impedito, nella primavera del 2006, di conquistare la presidenza dell'aula di Palazzo Madama cui era stato candidato da tutto il centrodestra e che invece fini al candidato del centro-sinistra Franco Marini. Chi, se non lui, poteva capire che, nonostante un'antica amicizia e assidue frequentazioni, i sudtirolesi non potevano schierarsi assieme a partiti dichiaratamente antiautonomisti. Chissà cosa direbbe del garbuglio politico che avvolge l'Italia di oggi e che si riflette anche sulla situazione altoatesina. Una cosa è certa: non sarebbe né troppo sconvolto né troppo meravigliato.

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