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Industria 4.0

“Il lato oscuro dell’eccellenza”

“Formare il capitale umano, per risollevare le Pmi italiane”. Annalisa Magone, autrice del libro “Il lavoro che serve”, all’evento al Noi sui talenti digitali.
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salto.bz: Annalisa Magone, presidente di TorinoNordOvest, divulgatrice scientifica e autrice assieme a Tatiana Mazali del libro “Il lavoro che serve: persone nell’industria 4.0” per Guerini e associati, a che punto è la trasformazione digitale per le aziende e i lavoratori in Italia?​

Annalisa Magone: posso dire innanzitutto che attraverso il piccolo centro di ricerca torinese che presiedo, formato da sociologi del lavoro e economisti industriali, abbiamo cominciato da tempo a studiare le modifiche dei modelli d’impresa e del mercato del lavoro. Soprattutto alla luce di questa trasformazione in corso che riguarda sia l’adeguamento dei manager ai nuovi mercati tecnologici che quello del lavoro in termini di formazione. È inevitabile che dal 2014 crescesse l’attenzione per il cosiddetto 4.0, ovvero la trasformazione digitale, che nel campo della manifattura indica l’industria 4.0.

Il termine è stato identificato agli occhi dell’opinione pubblica con il piano Calenda. La popolarità anche lessicale del concetto vi ha favorito?​

Il libro è uscito nel 2016 ed è stato un colpo di fortuna, perché il termine è diventato conosciuto. Prima era qualcosa di un po’ esoterico. Il piano comunque è stato lanciato qualche mese dopo l’uscita del volume.

La trasformazione digitale procede su due binari paralleli. Esiste un grande divario tra le grosse imprese che negli anni della crisi sono state molto abili nello svecchiare le proprie tecnologie. Ora bisogna pensare anche alle aziende che sono rimaste indietro

Oggi, complice l’avvento del nuovo esecutivo di Lega e 5 stelle, l’industria 4.0 sembra essere passata di moda. È così?

Temo di sì. Certo, bisognerà aspettare un pochino per valutare la manovra economica approvata praticamente l’altro ieri. Il governo ha lasciato una riserva riorientando le risorse in aiuto delle piccole e medie imprese. Il punto è che bisogna essere culturalmente pronti per cogliere l’occasione della trasformazione tecnologica.

A che punto siamo arrivati, riguardo proprio alla trasformazione?

Si procede su due binari paralleli. Esiste un grande divario tra le grosse imprese che negli anni della crisi sono state molto abili nello svecchiare le proprie tecnologie. Nel Nordest, in Lombardia, Emilia e in Veneto più che nel Piemonte, le aziende del manifatturiero, indistintamente, hanno raggiunto questo traguardo. Parliamo di metalmeccanica, legno, pelletteria, design, del made in Italy in generale. Tutte queste aziende hanno accumulato un vantaggio, sono ora in grado di andare veloce. Ma rappresentano una parte di Paese non maggioritario.

Il problema è tutto il resto?​

Esatto. C’è una parte preponderante di Paese fatto di imprese non pronte e tra l’altro siamo alla vigilia di un’altra perturbazione a livello economico. Il fatto è che le nuove tecnologie non sono democratiche. Aiutano chi si sa già aiutare da solo. È l’altra faccia della medaglia: ciò che non sono le eccellenze. 

La parte che è indietro del Paese va risollevata e trascinata. Bisogna avere pazienza, investire molto, molti soldi negli investimenti delle imprese, nel loro capitale umano

Il piano Calenda non è stato confermato per intero dal nuovo governo. Un errore?​

Le misure ci sono ma non sono più come prima. Il superammortamento che aveva dato risultati a doppia cifra, nella produzione di macchinari, non è più così vantaggioso. E il credito d’imposta in formazione è meno incisivo. L’effetto è tutto da vedere, non si può anticipare una valutazione. 

Che fare dunque per il lato oscuro della medaglia?​

La parte che è indietro del Paese va risollevata e trascinata. Il piano Calenda aveva una ricetta basata sulla spinta alle teste di filiera, nella convinzione che queste trascinassero con sé il resto dei loro distretti. Cosa cè da fare? Bisogna avere pazienza, investire molto, molti soldi negli investimenti delle imprese, per fare in modo che siano in grado di far crescere la qualità e la quantità offerta. 

Qual è il punto più debole del tessuto produttivo italiano in generale?

La competenza delle persone. Le risorse umane in tante aziende non sono educate, non sono formate. Bisogna appunto investire nel capitale umano, dai manager alla forza lavoro.

Il Sudtirolo è un territorio molto interessante che ha una vivacità, una propensione all’innovazione tecnologica non così conosciute nel resto d’Italia. Esiste una vera capacità di riconoscere le competenze delle nuove generazioni. Se il problema è solo il rallentamento tedesco, ce la faremo

Lunedì 4 febbraio lei sarà ospite dell’evento organizzato da Fraunhofer Italia, alle 17.30 al NOI Techpark, intitolato come il suo libro e che vedrà protagonisti “cinque giovani lavoratori 4.0”, che incarnano la trasformazione digitale e i nuovi modelli di business, “dal liceo classico alla robotica”. Che idea si è fatta dell’Alto Adige?​

È un territorio molto interessante che ha una vivacità, una propensione all’innovazione tecnologica che non così conosciute nel resto d’Italia. Esiste una vera capacità di riconoscere le competenze delle nuove generazioni. Le figure imprenditoriali che avremo con noi nell’evento rappresentano questa vocazione. Sono ancora rare rispetto al resto del mondo produttivo, ma la loro densità in Sudtirolo fa sperare che questo territorio abbia capito come far emergere la qualità e competere nel campo internazionale. Evidentemente il fatto di essere incollato alla Germania e al mondo tedesco non è solo geografico.

Preoccupa appunto molto il rallentamento della locomotiva d’Europa.​

Se si tratta solo di un fenomeno che riguarda la Germania, ce la faremo. Sono certa che l’industria tedesca saprà recuperare.

 

 

 

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