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La fabbrica di Mori
Avvenne domani

Storie d'alluminio

Da Bolzano a Mori, da Fusina a Porto Vesme. Tante diverse soluzioni per una vicenda che parla di crisi industriale e di possibili rimedi.
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La crisi ormai più che decennale dello stabilimento di Porto Vesme, in Sardegna, che produce alluminio, è tornata agli onori della cronaca per un passaggio invero assai particolare sul percorso che, con l'entrata di nuovi azionisti, dovrebbe portare entro qualche mese, si spera, alla ripresa almeno parziale dell'attività. Si tratta in pratica di un'applicazione sia pur quantitativamente limitata di quanto previsto dall’art. 46 della Costituzione che così dispone: «ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende». In pratica gli operai sardi potranno entrare, con una quota di circa il 5 per cento, nel capitale dell'azienda e gestire quindi "dal di dentro", il futuro della fabbrica.

Futuro ancora incerto perché sullo stabilimento, che sorge tra l'altro in una delle zone più economicamente depresse dell'isola, continua a pesare come un macigno un'ipoteca produttiva che riguarda tutto il settore dell'alluminio e che costituisce il legame che unisce questa vicenda, ora di attualità con altre storie che fanno parte del vissuto economico di Fusina, nell'area industriale di Marghera, di Mori, nel Trenino, ed infine proprio di Bolzano.

E' una storia che comincia , in modi e in tempi diversi, nella prima metà del secolo scorso, con la nascita dei vari stabilimenti vocati alla produzione primaria e alla lavorazione secondaria di uno dei metalli più importanti per lo sviluppo industriale. Per far uscire dai forni  le colate di alluminio occorre però, ed è questa la chiave di tutta la storia, un quantitativo enorme di chilowattora. E' una produzione definita "energivora"  come poche altre. Non a caso la dislocazione delle fabbriche a Bolzano e Mori dove, la vicinanza alle centrali idroelettriche in via di realizzazione consente di concordare la fornitura dell'energia a prezzo "politico". Finché questa condizione permane immutata tutto funziona alla perfezione, ma, negli anni '70, si fanno sentire gli effetti della nazionalizzazione dell'energia elettrica. La Montecatini che possedeva  centrali e fabbriche deve iniziare a saldare all'ENEL bollette sempre più salate. Produrre alluminio non conviene più e le fabbriche vengono cedute in blocco allo Stato,  ovverossia all'EFIM, uno degli enti che in quel periodo fanno collezione di aziende sul punto di essere chiuse.

Il primo polo a cessare la produzione, all'inizio degli anni '80, è quello di Mori. Oggi la vecchia grandissima fabbrica spalanca ancora i suoi finestroni vuoti  davanti a chi percorre verso sud la A 22, poco dopo il casello  di Rovereto sud. L'immobile, deserto ormai da quasi quarant'anni, è stato acquisito dalla Provincia, ma finora i progetti per dargli un nuovo utilizzo sono rimasti lettera morta.

I forni si spengono poco dopo anche a Fusina. Qui la crisi dell'alluminio è solo un tassello di quella più generale che va a toccare tutta l'area industriale che si affaccia sulla laguna di Venezia. Oggi del grande complesso resta solo uno stabilimento che si occupa di lavorazione secondaria. L'occupazione è un decimo di quella che fu ai tempi d'oro.

L'agonia più lunga e dolorosa, anche per il cotesto sociale di grande povertà in cui si colloca, è quella di Porto Vesme. Ora, dopo trattative infinite è alle porte l'ennesimo tentativo di rilancio dell'intero stabilimento, inclusa quindi la produzione primaria, con l'ingresso di nuovi soci svizzeri. La partecipazione dei lavoratori alla gestione, vista con qualche diffidenza anche da parte dei sindacati nazionali, costituisce un altro elemento di novità. Le incognite restano comunque altissime. La concorrenza di paesi dove i governi possono intervenire sulla bolletta energetica senza dover temere le norme anti-concorrenza  dell'Unione Europea può essere letale.

 E Bolzano? Qui la storia, per un lungo periodo è la stessa. Dopo gli anni d'oro arrivano la crisi, il passaggio all'EFIM, la cessione agli americani dell'ALCOA. I forni vengono spenti uno ad uno. Accanto ad uno stabilimento  che continua a sviluppare la produzione secondaria, ne nasce un'altro che si specializza nel settore dei cerchioni in lega,  ma che non ha vita lunga.

La grande fabbrica che si affaccia su via Volta rimane chiusa e deserta. A ricordare che un tempo  in quel luogo si produceva alluminio resta solo l'insegna di un locale. Poi l'intervento della Provincia. Dopo un lungo lavoro di recupero architettonico che ha inteso salvare e  valorizzare un grande esempio di edilizia industriale, da qualche mese l'area occupa il NOI Techpark, incubatore di imprese e tecnologie futuribili.

Anche qui occorrerà vedere come andranno a finire le cose,. La produzione di alluminio è cessata perchè  non c'erano più sovvenzioni pubbliche a tener basso il costo dell'energia. Ora il denaro pubblico arriva per stimolare la corsa verso l futuro.

Porto Vesme, Fusina, Mori, Bolzano: quattro storie parallele di crisi industriale con quattro finali diversi. Da ricordare per capire cosa eravamo e cosa potremmo diventare.

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