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Society | Maltrattamenti

Zunächst und zumeist

Che cosa accade se i sentimenti più abietti non hanno più freno e si stabiliscono al vertice delle istituzioni, marcandone la quotidianità?

L'essere umano è innanzitutto e perlopiù. Ogni fenomeno vogliate commisurargli verrà intercettato invariabilmente dall'essere innanzitutto e perlopiù, ossia qualcosa di diffuso, mediocre, medio, ma non in senso morale. Chi conosce un po' la filosofia di Martin Heidegger avrà capito in che senso qui l'espressione innanzitutto e perlopiù, in tedesco zunächst und zumeist, impatta il nostro stesso essere nel mondo. Ogni “cosa” (cioè ogni “fenomeno”) che incontriamo, persino noi stessi, quando non diventiamo oggetto di un'indagine specifica, introspettiva o altro, ma semplicemente viviamo la nostra vita di tutti i giorni, ogni “cosa” che incontriamo ci si presenta dunque in questo modo opaco, liscio, indifferente. Per questo noi raramente agiamo, nel vero senso della parola, un senso che infatti presupporrebbe un progetto, una precisa intenzione, ma seguiamo piuttosto ciò che ci trascina, un flusso di abitudini, di gesti irriflessi. Quasi mai decidiamo di interrompere questo trascinamento, scartando verso una direzione che riteniamo più “nostra”. E ciò può accadere sia in modo positivo, creativo, che in modo negativo e distruttivo. Si prenda il nostro avere a che fare con persone poste in una condizione che potremmo definire di “disgrazia”. Un malato, un bisognoso, un clochard, qualcuno che giace magari in terra, in una strada trafficata. La prima reazione sarà di contrarietà, perché quella “cosa” disturba il flusso abitudinario. Non possiamo più fare come se non esistesse, anche se lo vorremmo tanto.

Eppure la maggioranza di noi si comporta proprio come se quella “cosa” non esistesse. Cerchiamo di non “pensarci”, di tenere a “distanza” la “presenza” che ci disturba e ci inquieta. Se però la “presenza”, la “cosa” presente è proprio lì davanti a noi, imponendoci un supplemento di attenzione che innanzitutto e perlopiù non le avremmo voluto concedere, ecco che possiamo notare due atteggiamenti contrapposti. Il primo, magari perché mosso da una certa empatia, sarà compassionevole, di riguardo, di cura. Un uomo giace al freddo, diamogli almeno una coperta, portiamogli qualcosa di caldo da bere. Il secondo atteggiamento sarà guidato dalla paura, subito torta in disprezzo. L'uomo disgraziato? Irridiamolo, colpiamolo, esponiamolo alla nostra violenza. E via la coperta, anzi la coperta buttiamola nel cassonetto dell'immondizia, e poi segnaliamo quello che si è appena fatto con la faccia del boia schifoso, del boia soddisfatto delle macchie di sangue che è riuscito a far schizzare sul pavimento. L'innanzitutto e perlopiù vince quasi sempre, ovviamente, anche se la parete che lo divide dal comportamento infame e segnato dal disprezzo è più sottile e facile da superare di quella che lo separa dal comportamento compassionevole ed empatico.

La novità degli ultimi tempi, però, sembra che questa parete dalla parte dell'infamia e del disprezzo sia addirittura crollata, e che l'innanzitutto e perlopiù sia definitivamente impastato dei miasmi che da là provengono e si diffondono indisturbati, come una lebbra che attacca il sentire comune, le istituzioni e tutto ciò che vediamo. È questo il modo in cui la volgarità non solo diventa il momento di pieno rigoglio del conformismo (Pasolini), ma si trasforma nella pratica più abietta e più assassina.