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La mia India (in Alto Adige)

La curiosa storia dello studente indiano di documentari Vikram Arora e del suo colpo di fulmine per il Sudtirolo. Passando per la scuola Zelig, la Lapponia e Fellini.
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Foto: salto

“Il cinema è come una vecchia puttana, come il circo e il varietà, e sa come dare molte forme di piacere”, così parlò Federico Fellini. Una lezione devotamente recepita da un suo “discepolo”, Vikram Arora, studente indiano 35enne, “Fellini - dice - è una leggenda, ho imparato così tanto sul cinema solo guardando i suoi film”. Il giovane, originario di Nuova Delhi, ha passato poco più di un anno a Bolzano a studiare come documentarista alla scuola Zelig. Prima di approdare in Alto Adige, un luogo di cui si è innamorato, ricambiato (sì, è una storia a lieto fine), Vikram ha trascorso 3 anni a Calcutta frequentando il prestigioso Satyajit Ray Film and Television Institute ed è un ex giornalista, professione che ha svolto per 7 anni sia per la televisione che per il web e che ha lasciato per specializzarsi nel montaggio cinematografico.

 

salto.bz: Arora, perché ha scelto di venire a studiare proprio a Bolzano?
Vikram Arora: Sono arrivato nel capoluogo altoatesino nell’agosto del 2014 per un breve scambio culturale che viene fatto ogni tre anni fra la mia scuola, la Satyajit Ray Film and Television Institute di Calcutta e la Zelig, scuola di documentario, televisione e nuovi media di Bolzano. Siamo venuti in 5 dall’India e abbiamo collaborato con 6 studenti della scuola bolzanina per realizzare due short films, un documentario e una fiction. Io lavoravo sul documentario che abbiamo girato per le strade e all’ospedale di Bolzano e in una Casa della musica a Trento. A dicembre di quell’anno i ragazzi della Zelig sono venuti a Calcutta e abbiamo lavorato su altri due film. Nel febbraio del 2015 la Zelig mi ha chiamato per offrirmi una borsa di studio per frequentare, come studente di montaggio, l’ultimo anno accademico.

E così è tornato.
Nell’ottobre 2015 ho iniziato il programma. La Zelig è una scuola molto professionale, mostra da vicino agli studenti le reali condizioni dell’industria del documentario e dà l’opportunità di esplorare la propria comprensione di quest'arte per poter diventare un filmmaker migliore. Che la scuola fosse situata nella città di Bolzano circondata dalla bellezza mozzafiato delle Dolomiti è stata solo una meravigliosa coincidenza. Ho avuto l’occasione di dare uno sguardo nel mondo del documentario europeo. Me ne sono andato lo scorso luglio dopo aver finito il corso.

Vikram insieme ai suoi coinquilini, tutti studenti della Zelig, nel suo appartamento di Bolzano

"Vedere persone legate a tradizioni centenarie e comunque perfettamente al passo con i tempi è davvero affascinante."

Che idea si è fatto dell’Alto Adige?
È una location molto interessante, specie per un regista di documentari. Geograficamente, politicamente, visivamente, socialmente, storicamente, insomma da qualsiasi angolazione si guardi l’Alto Adige, il luogo ti restituisce un’intera gamma di idee e prospettive. Mi ricordo quando, durante la mia prima visita nel 2014, andammo ai giardini di castel Trauttmansdorff a Merano, fu in quel momento che riuscii a comprendere la ricchezza e la diversità e l’intensa storia politica della Provincia. E le persone, a Bolzano e in Alto Adige, sono altrettanto variegate, sono estremamente ospitali e amichevoli e molto orgogliose della propria identità culturale, cosa che per me è stata molto confortante dal momento che vengo da un paese dove le crisi identitarie sono una realtà quotidiana. Vedere persone legate a tradizioni centenarie e comunque perfettamente al passo con i tempi è davvero affascinante.

È stata una convivenza positiva, dunque.
Mi sono fatto dei nuovi amici, certo non quanti avrei sperato vista la mia limitata conoscenza del tedesco e dell’italiano (l’intervista è stata condotta in inglese, ndr). Ma le persone che ho conosciuto non le dimenticherò, penso per esempio a una delle mie coinquiline, una studentessa di design all’università di Bolzano e a Marina, una donna fantastica che gestisce un caffè proprio accanto alla Zelig, con cui mi ritrovavo a comunicare soprattutto a gesti, ma il suo affetto per noi studenti era incomparabile. La prima volta che sono stato in Alto Adige ho abitato ad Egna, ospite di un compagno di classe della Zelig, ho fatto subito amicizia con i suoi coinquilini e con altri ragazzi del posto che mi hanno offerto da bere in un pub cercando di fare conversazione in un inglese stentato. È così che io vedo gli altoatesini: molto rispettosi, amanti del divertimento e soprattutto gioiosi.

E com'è stata la sua esperienza alla Zelig?
Dura, come avevo previsto. Dopotutto fare un film di alto livello non è mai un compito facile. I primi due mesi dell’anno che ho trascorso alla Zelig ho frequentato seminari e sessioni con diversi professionisti provenienti da tutta Europa, abbiamo conosciuto registi di documentari, insegnanti, produttori e direttori di festival di film che ci hanno aiutato a sviluppare la nostra idea al massimo livello prima di iniziare a girare il nostro film di diploma. Il nostro progetto era molto ambizioso ma abbiamo avuto un grande supporto dalla scuola che ha anche prodotto il film. Ci sono state varie discussioni riguardo il budget e su come gestire le spese, perché i successivi due mesi sarebbero stati complicati e dovevamo pianificare tutto così da tenere le cose sotto controllo.

"Lì è iniziata una delle più faticose esperienze della mia vita."

Ci parli del suo documentario, allora.
Il progetto ci ha portato al Circolo polare artico. Per due mesi abbiamo girato nella regione svedese e finlandese della Lapponia durante la Notte polare. Questo significa che potevamo contare su poca luce e che avevamo a che fare con temperature estreme. Io facevo parte di un team di tre persone che è atterrato a Rovaniemi in Finlandia una settimana prima di Natale e lì è iniziata una delle più faticose esperienze della mia vita. Due mesi dopo siamo riemersi, malconci ma molto eccitati all’idea di trasformare tutto questo duro lavoro in un film.

Qual è stata la parte più difficile?
Il montaggio, che abbiamo fatto una volta tornati a Bolzano, è stato un momento molto tosto per me ed è durato assai più a lungo di quanto mi fossi aspettato, da metà febbraio all’inizio di maggio. Alla fine abbiamo finito il nostro film, Moon Europa, uno sguardo nella vita di tre forestieri che hanno lasciato i loro paesi per tentare di vivere in uno dei posti più ostici, dal punto di vista naturale, del mondo. Ora che sono tornato in India provo un’enorme soddisfazione nel sapere di aver realizzato un documentario vero. Durante il mio anno alla Zelig ho imparato i trucchi del mestiere, a interagire come filmmaker con le persone e l’approccio professionale al lavoro. Noi in India siamo spesso guidati da una forte passione che si traduce in lunghe ore di lavoro e che spesso porta all’esaurimento. Il modo con cui gli europei si approcciano alla vita mi ha insegnato molto.

Vikram (nella foto il più lontano dalla videocamera, regge il microfono) durante le riprese del suo film di diploma "Moon Europa" in Finlandia

"L’Alto Adige prende il cinema molto sul serio e, ancora più importante, gli altoatesini prendono sul serio il loro cinema."

Lei è nato in un paese che è il maggiore produttore di film del mondo e la seconda più antica industria cinematografica mondiale, che opinione si è fatto del contesto cinematografico altoatesino?
Sì, l’India ha una lunga ed estesa storia del cinema ma bisogna anche capire che il nostro cinema è, così come lo è il Paese, diverso da zona a zona in termini linguistici e finanziari. L’Alto Adige prende il cinema molto sul serio e, ancora più importante, gli altoatesini prendono sul serio il loro cinema. Questo fa della vostra Provincia una meta perfetta per il filmmaking, non solo per i paesaggi geografici e culturali, ma anche come mercato per i film, una volta realizzati. Con Bolzano, Trento, Innsbruck e Monaco che hanno i loro film festival oltre a tante diverse proiezioni, credo che il cinema sia in buone mani. Spero che le persone e l’amministrazione locale in Alto Adige possano fare ancora meglio.

Ha in progetto di fare ancora tappa in Alto Adige?
Sicuramente e non verrò una volta sola. Tornerò per il cinema e anche per me stesso. Magari per fare un film e per mostrare il mio lavoro, e anche per far visita ai miei amici.

Come viene considerato il documentario, in quanto forma cinematografica, in India considerando il fatto che la facoltosa industria bollywoodiana è per natura molto lontana, in termini di contenuti narrativi, dalla rappresentazione della realtà?
Nonostante l’India produca quasi mille film all’anno il focus sul documentario è molto ridotto. La maggior parte del pubblico, per la verità quasi tutto, preferisce il cinema d’evasione, quello mainstream. Ciò significa che tutti quelli che scelgono di fare documentari devono lottare costantemente per trovare finanziamenti e poter realizzare produzioni di buona qualità. Diversamente dall’India l’Europa sta lavorando molto sia “in casa” che nel mondo per sviluppare la forma documentario.

Come descriverebbe il percorso compiuto dal cinema indiano?
Il cinema indiano si è sviluppato simultaneamente in molte lingue in tutto il Paese e questo ha fornito uno sguardo diverso all’interno del quadro socio-politico. L’india ha una lunga tradizione di “dance-drama” e nel tempo varie forme di teatro si sono sviluppate diventando una parte della nostra società. Negli ultimi decenni, così come è successo anche nel resto del mondo, il cinema sta perdendo la sua essenza sacrificandola al Dio denaro. In prima fila, naturalmente, c’è Hollywood con i suoi film da milioni di dollari che lasciano poco spazio e soldi a un cinema più realistico e riflessivo. Ma il cinema, come spero, riuscirà a sopravvivere a questo attacco anche grazie alle molte persone che, in giro per il mondo, contrastano questa tendenza, stiamo infatti iniziando a vedere finalmente qualcosa di nuovo e di meraviglioso in quest’era della rivoluzione digitale. Lo stesso sta avvenendo in India in questo momento, dove il cinema, così come molti tipi di media audiovisivi, stanno attraversando una rivoluzione.

"L’India è un paese troppo grande dal punto di vista geografico, industriale, politico e culturale, per essere ignorato."

Cosa intende? Quali sfide devono affrontare i filmmaker in India?
Credo che le sfide coincidano con quelle che devono fronteggiare i filmmaker europei, con la differenza che da noi ci sono ancora meno soldi per l’arte non commerciale. In India sappiamo di vivere in un contesto storicamente, politicamente e socialmente importante e che siamo sempre nel radar del mondo. Non si tratta di attribuirsi importanza da soli ma di evidenziare semplicemente il fatto che l’India è un paese troppo grande dal punto di vista geografico, industriale, politico e culturale, per essere ignorato.

E questo cosa significa per i registi, specie per le nuove generazioni?
Capiscono che occorre mostrare il volto reale dell’India sia al paese stesso che al mondo, affrontando i problemi che esistono nella società. E mi creda, c’è un gran fermento attualmente in India e nel subcontinente indiano. Internet e anche nuovi, più economici ed efficaci modi di girare i film hanno davvero fornito le piattaforme necessarie per portare le storie migliori dall’India al resto del mondo.   

Come vorrebbe che evolvesse il cinema indiano?
Spero che potremo trovare più spazio, più investimenti e soprattutto un pubblico desideroso di un cinema più impegnato, più aderente alla realtà della nostra terra piuttosto che puntare solo su facili espedienti commerciali e tecnologici.

Se dovessere spiegare cos’è il cinema per lei, cosa direbbe?
Il cinema per me è un mondo che esiste nella mente di chiunque ma raramente intorno a noi. È uno strumento che permette al regista e allo spettatore di condividere emotivamente e spiritualmente esperienze intense. Il cinema aiuta a creare un mondo che può anche essere esistito, o che forse esiste ancora, ma non sappiamo dove.

L'ultimo giorno di scuola (2016) alla Zelig. Vikram si trova nell'ultima fila e indossa una maglietta dell'Italia

Qual è il “motore” del desiderio che spinge un ragazzo ad avvicinarsi alla regia del documentario?
Il documentario non è molto differente dai film di finzione. Alla fine si tratta di raccontare una storia. Se sei una persona attenta a ciò che ti succede intorno e se credi che il mondo abbia bisogno di vedere come tu vedi le cose allora sei un documentarista. Tutto quello che rimane è diventare bravo con gli strumenti tecnici per potersi esprimere.

"La verità è relativa e la realtà è soggettiva. In questo momento storico raccontare la realtà è la cosa più importante."

Il documentario come modello narrativo negli ultimi tempi sembra godere di una maggiore considerazione da parte di pubblico e addetti ai lavori, per quale motivo, secondo lei? Perché adesso? È come dice Orwell che “nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario”?
La verità è relativa e la realtà è soggettiva. In questo momento storico raccontare la realtà è la cosa più importante. In un mondo pieno di videocamere, una in ogni tasca, la prospettiva personale acquista un alto significato. Rivela come si guarda il mondo. Oggi abbiamo i mezzi, gli strumenti e l’abilità di fare del buon cinema con pochi soldi. Tutto quello di cui abbiamo bisogno è la volontà. Quando cammini per le strade di Bolzano, entri in stazione, passeggi per il vicinato puoi scoprire moltissime storie. Il documentario sta lentamente ma inesorabilmente creandosi uno spazio di tutto rispetto nel mercato e non compete, come molti credono erroneamente, con il fare notizia. Io credo che il documentario inizia quando le telecamere dei notiziari vanno a casa. Il cinema documentario parla di persone che danno vita a delle storie e il mondo vuole vedere, sentire, vivere belle storie.