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L’immobile rotta balcanica

Il giornalista Maurizio Pagliassotti, ospite a Bolzano, racconta il suo viaggio sino in Turchia: “Mentre gli ucraini entrano, i siriani sono bloccati in semi-schiavitù”.
Rotta Balcanica
Foto: fmartino/OBCT

Sono un cronista, racconto cosa succede - e quanto accade mi ha molto turbato”. Maurizio Pagliassotti, giornalista e scrittore, negli scorsi mesi ha percorso a ritroso la rotta balcanica. Un viaggio lungo seimila chilometri, in buona parte anche a piedi, che l’ha portato ad attraversare i Balcani sino ad arrivare in Turchia, primo punto di approdo per milioni di migranti che vogliono raggiungere l’Europa. Tornato in Italia, condividerà la propria esperienza nel corso di un incontro, organizzato dal Centro Pace, che si terrà stasera (19 maggio 2022) alle ore 18 presso l’Istituto Rainerum di Bolzano.

salto.bz: Pagliassotti, quali sono state le tappe principali del suo viaggio-reportage?

Ho percorso per tre mesi e mezzo una rotta che va dal confine italo-francese, dove finiva l’altro mio libro (“Ancora 12 chilometri. Migranti in fuga sulla rotta alpina”, ndr) sino alla confine con la Turchia e l’Iran, dove originano i flussi. Una parte importante l’ho percorsa a piedi, in particolare la parte nord-occidentale dei Balcani, ovvero Slovenia e Croazia fino al confine con la Bosnia, lungo i sentieri e le vie più o meno utilizzate dai cosiddetti “migranti”. Sebbene non ci sia più in atto una vera e propria migrazione lungo i Balcani, infatti, ci sono persone ferme e solo a seconda delle disponibilità economiche si ha la possibilità di superare determinati confini. Subentra perciò anche una questione di classe e di propensione alla criminalità: i più aggressivi passano più facilmente, in questo momento.

 

 

Ho proseguito, Serbia, Ungheria, Bosnia, Macedonia del Nord, Kosovo, Grecia, ho attraversato tutta la Turchia sino all’altipiano  anatolico dell’est, dai paesaggi bellissimi e spettrali, dove ho visto alcuni flussi di afghani che stanno tentando di passare in zone estremamente complesse dal punto di vista militare - anche per me. Sto scrivendo questo reportage per Einaudi, che si sostanzierà in un libro che uscirà nella primavera 2023. Caritas mi ha ampiamente aiutato lungo la rotta dei Balcani, mettendomi a disposizione la propria logistica e introducendomi a un livello culturale profondo. Non posso che essere riconoscente al lavoro di Caritas.

Nel frattempo è scoppiata la guerra in Ucraina.

Le due storie si intersecano, perché gli ucraini e i siriani condividono un denominatore comune: l’aggressore e le armi che hanno subito. Due reportage troveranno dunque spazio su questo libro.

Cosa differenzia la condizione dei siriani in Turchia da quella, ad esempio, degli ucraini in Polonia?

In Turchia i profughi siriani vivono in un regime di semi-schiavitù, non possono muoversi dall’indirizzo assegnato dal governo e sono sfruttati a livello economico: una forma di “integrazione” che le autorità turche ritengono più civile rispetto ai muri eretti nell’UE. Intanto decine di migliaia di ucraini, cui è giustamente riconosciuta la protezione temporanea, entrano in UE attraverso il confine polacco senza alcun problema. Non posso non notare la differenza nell’accoglienza degli uni rispetto agli altri. Il libro (e il mio incontro di oggi) verteranno su queste due esperienze sul campo, relative ai grandi movimenti di massa dovuti a fattori incontrollabili dalla società occidentale, tra conflitto armato e dimensioni demografiche e socio-ambientali.

 

Il confine greco-turco è il più violento di tutti. Esiste una “pedagogia del terrore”: persone catturate e depredate dei loro averi diventano testimoni rimandati indietro, affinché spieghino a cosa va incontro chi tenta di attraversare quel confine.

 

Nelle sue parole ritorna continuamente il concetto di “confine”. L’interrogativo è dove arrivino i confini dell’Europa, anche in senso lato.

Il mio lavoro, me ne sono accorto durante la scrittura, sposta il suo obiettivo dai migranti - che “non ci sono più” - ai valori morali e alla qualità della democrazia europea. Ho assistito a scene di violenza selvaggia, contro persone inermi nella piena consapevolezza di quello che si stava facendo: si parla di truppe regolari o private, che si muovono all’interno dell’UE sotto l’egida di Frontex, o di vere e proprie milizie. Questo accade prettamente sul confine croato-bosniaco, ungherese-serbo e, quello più violento di tutti, greco-turco, dove esiste una “pedagogia del terrore”: persone catturate e depredate dei loro averi diventano testimoni rimandati indietro, affinché spieghino a cosa vanno incontro tutti coloro che tentano di attraversare quel confine. Strumenti che mal si conformano ai cieli del diritto umanitario che noi amiamo raccontarci.

È cresciuta nell’opinione pubblica la necessità di conoscere, di sapere “cosa accade”?

A volte il lettore sembra molto interessato a sapere cosa mangiavo, come ho fatto a non prendere il Covid… ma è una leva per raccontare dimensioni decisamente più importanti. Esiste un tipo di letteratura, riscoperto e rilanciato da Carrère, nella quale si è la lente e il vettore di messaggi molto più importanti. Se la letteratura ha ancora un piano culturale e pedagogico, può essere uno strumento da utilizzare. Il soggetto di questo libro non sono io, ma le persone che ho incontrato.

Quali differenze ha riscontrato tra rotta alpina, su cui ha scritto nel 2019, e rotta balcanica?

Al confine tra Italia e Francia non c’è, diciamo, “esercizio ginnico” rispetto al confine tra Grecia e Turchia. Nel secondo c’è una dimensione di violenza visibile e di morte agita dalla parte europea - assai sgradevole per me che sono un convinto europeista.

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Christian I Fri, 05/20/2022 - 13:56

La guerra e le violenze sono sempre quelle, su tutto il pianeta, ma gli esseri umani, i migranti, i bimbi sono di serie A e di serie B. E in tutta questa infinita tristezza c'é pure chi ritiene importante chiedersi come abbia fatto a non prendersi il Covid...

Fri, 05/20/2022 - 13:56 Permalink