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Il nuovo mondo di Daniele Rielli

Esce oggi per la prestigiosa casa editrice Adelphi il nuovo libro dell'autore bolzanino. 10 storie per raccontare il suo graduale percorso di disillusione.
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Foto: fotografia di Markus Sotto Corona

Qualche settimana fa avevamo intervistato Daniele Rielli a proposito di un corso di scrittura che si terrà, a partire dal mese di dicembre, tra Merano e Bolzano (a proposito, ricordiamo che la data di scadenza per le iscrizioni è il 30 novembre). C'eravamo dati quindi appuntamento al 23 di questo mese per risentirci in occasione dell'uscita del suo libro “Storie dal mondo nuovo”. Un vero evento, in realtà, visto che il volume appare per i tipi di una delle maggiori case editrici italiane. E un'ulteriore occasione per conoscere meglio uno degli autori emergenti più interessanti, nell'ambito del giornalismo narrativo, nati nella nostra provincia.

Salto.bz: Com'è riuscito a pubblicare un libro per una casa editrice così prestigiosa com'è Adelphi?
Daniele Rielli: Nel 2014 un loro editor, Matteo Codignola, ha letto il manoscritto del mio romanzo “Lascia stare la gallina”, gli è piaciuto e mi ha invitato a pranzo a Milano. In seguito, per una lunga serie di motivi, quel libro è finito a Bompiani, ma con Matteo abbiamo deciso che avremmo provato a fare qualcosa assieme in futuro, e dopo due anni di lavoro ecco il risultato.

Potrebbe descrivere quali sono i tratti che distinguono il tipo di cura offerto dal suo nuovo editore rispetto agli altri, con i quali ha lavorato in precedenza?
Diciamo che sono all’inizio dell’esperienza con loro, però posso già di dire che hanno una cura quasi maniacale per il testo e in generale un grado di professionalità elevatissimo. Ci si chiede spesso quale sia il misterioso segreto di un’azienda o di un marchio di successo, raramente ci si rende conto che il requisito numero uno è il duro lavoro e la convinzione di fare solo quello che si ritiene coerente con il proprio progetto e con il proprio gusto. Nel loro caso specifico mi sembra di poter dire che uniscono l’amore per il singolo libro, tipico delle migliori piccole case editrici, con una dimensione maggiore e una tradizione, un catalogo probabilmente unici. Una combinazione di fattori che fa di Adelphi quello che è.

“Storie dal mondo nuovo” è una raccolta di pezzi già usciti tutti altrove, oppure ci sono anche degli inediti?
Il libro contiene dieci storie, sia inediti che pezzi già pubblicati altrove ma rivisti, in parte o totalmente. Ad esempio il reportage sull’Albania di Edi Rama è passato dalle 15mila battute che erano uscite sul Venerdì alle 90mila della versione per il libro, e ora racconta anche la storia della coppia italo-albanese che mi ha invitato ed ospitato a Tirana. Un ampliamento simile l’ha subito anche il pezzo sulla gara internazionale di start up a cui ho assistito  a Londra.  Altre, come l’incontro in America con Frank Serpico o il mio viaggio nel gigantesco sabba che accompagna il gran premio di Moto Gp al Mugello, sono state riviste solo per adattarle meglio alla pagina scritta.  Cambiamenti a metà strada fra queste due estremità sono stati fatti per il viaggio nel mondo del Poker (che mi portò fino ad un casinò in Montenegro) o per quella specie di commedia all’italiana che fu il matrimonio degli indiani a Fasano, in Puglia. Poi ci sono due lunghi inediti, il primo è un viaggio dentro il quartiere russo-ebraico di Brooklyn, una delle ultime sacche di resistenza a quel politically correct digital-puritano che negli Stati Uniti è stato a mia parere una delle cause che hanno portato, per reazione, all’elezione di un demagogo come Trump.  Il secondo invece è un lungo pezzo sull’eredità del terrorismo in Alto Adige. Era nato per una rivista che poi si era messa a sforbiciare e cambiare il mio testo senza neppure dirmelo, per fortuna sono riuscito ad accorgermene in tempo, evitando che venisse pubblicato. Considero comunque una cosa positiva anche quella, perché in questo modo ci ho lavorato sopra ulteriormente e oggi è il pezzo che chiude il volume.

Grande varietà di temi, dunque. Esiste tuttavia un filo conduttore che li attraversa?
Sì, il percorso del narratore. Vedere tutte queste cose, entrare in contatto con così tante persone, dover necessariamente imparare a pesare le informazioni che ti forniscono, farsi un quadro di quello che hai davanti, alla fine tutto questo ti fornisce un bagaglio di conoscenze sugli uomini e sulla vita che non può non cambiarti, e credo che nel libro questo percorso si veda, il filo rosso c’è, forse qualche editore meno onesto intellettualmente avrebbe potuto perfino provare a venderlo come una forma sperimentale di romanzo, ma fortunatamente ad Adelphi sono più interessati ai libri che alle etichette. Non sono mai stato una persona particolarmente retorica ma diciamo che più cose hai la fortuna di vedere, più riporti l’uomo ai suoi limiti invalicabili: la vita è un graduale percorso di disillusione. Cioran diceva che la storia è l’antidoto all’utopia,  viaggiare funziona un po’ allo stesso modo, perché permette di confrontare tante storie diverse e individuare in controluce quelle cose che non cambiano mai, un materiale con il quale io mi rapporto talvolta con la forma autodifensiva dell’umorismo.

Indugiamo ancora un po' sull'ultimo pezzo, quello dedicato all'Alto Adige. Alla fine di molti viaggi nel “mondo nuovo”, perché ha sentito il desiderio di occuparsi anche di questa sua “vecchia terra”?
Sono tornato a Bolzano nei giorni in cui a teatro andava in scena lo spettacolo “Bombenjahre”, e ho provato a raccontare tutta quella storia con gli occhi di chi è cresciuto in un quartiere popolare italiano di Bolzano e dopo tanti anni passati nell’Italia a statuto regolare quando torna a casa fa fatica a credere a quello che vede. Ho anche cercato di verificare quanto sia rimasto oggi di vero di uno dei più grandi libri mai scritti sull’Alto Adige, “Sangue e Suolo” di Sebastiano Vassalli, facendo dialogare continuamente le mie pagine con le sue e prendendomi quindi anche un rischio, perché la penna di Vassalli è la penna di Vassalli, qualcosa che si può solo studiare con ammirazione.  Il problema è che giro il mondo, poi quando torno a Bolzano trovo ancora una società che si definisce etnica ma che si potrebbe anche tranquillamente chiamare razzista, bloccata in un tempo che non esiste più, un congelamento per scopi principalmente economici. Oggi il conflitto è latente, avvolto dal denaro, ma la separazione di fondo, con l’esclusione delle piccole élite urbane, è rimasta, sebbene con tutt'altri toni. Per chi vive nel resto del mondo, tutto questo è qualcosa di quasi impossibile da capire e persecuzioni vecchie quasi cento anni ormai non sono che una comoda foglia di fico, così come è comodo l’isolamento culturale e il perenne avvitamento su se stesso del dibattito pubblico. Per chi ha letto le bozze del libro questo è sempre il pezzo che colpisce di più, anche perché la connotazione apertamente razzista della società altoatesina sembra diventare il sogno proibito di una parte sempre più crescente d’Europa. 

Che tipo di lettore augura al suo libro?
Domanda interessante, alla quale in parte rispondo alla fine del pezzo sull’Albania. Io non credo nell’azione salvifica della letteratura, mi sembra davvero limitante cercare di caricarla di significati o scopi sociali, quando può essere qualcosa di molto di più – un mezzo per indagare gli uomini nel profondo – o anche qualcosa di molto di meno. Un buon modo per passare il tempo, per esempio. A mio avviso vanno benissimo entrambi. Un libro, quando esce, acquisisce una vita propria. Per questo, prima che arrivi nelle librerie, immettiamo nelle sue pagine tutta questa cura, come posso dire... ansiogena.

Quando presenterà “Storie dal mondo nuovo” dalle nostre parti?
Sarò a Bolzano il 19 dicembre. Lo presenterò al Parco Petrarca, presso il centro giovanile “Pippo”.