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Migrazione – regione – integrazione

Il nuovo numero della rivista “Geschichte und Region/Storia e regione” propone di esaminare la migrazione nella prossimità sociale e nelle pratiche sociali concrete...
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Foto: GUR

...in quattro realtà regionali differenti: bacino della Ruhr, Wolfsburg, Prato e in diverse aree della Repubblica Democratica Tedesca. I contributi approfondiscono il nesso tra migrazioni (p.e. dall’Italia, dalla Turchia, dalla Cina) e integrazione dagli anni Settanta in poi.

Editoriale di Massimiliano Livi

In tutta Europa i temi della migrazione e dell’integrazione hanno indubbiamente dominato negli ultimi cinque anni sia i media che l’agenda politica. Ciò è stato particolarmente vero per quanto riguarda la questione dell’accoglienza dei rifugiati e dell’integrazione di nuovi e vecchi migranti. Le quasi un milione di richiesta d’asilo presentate in Germania dal 2015, ad esempio, sono state un segno tangibile della più grande movimento migratorio della sua storia repubblicana. Sebbene analisti e ricercatori in materia di migrazione avessero da tempo sottolineato che in tempi di disordini politici e militari, la fuga verso regioni economicamente più forti e, soprattutto, più sicure è sempre ampiamente prevedibile, i flussi di rifugiati dalle regioni in crisi del Medio Oriente hanno preso di sorpresa non solo la Germania, ma anche altri paesi europei – tra cui certamente l’Italia – sia il mondo politico che la società civile. Nonostante una cultura dell’accoglienza anche molto pronunciata, tali flussi hanno spesso rappresentato una sfida – talvolta percepita come eccessiva – per l’intero sistema europeo. Le diverse reazioni, anche violente, nei rispettivi contesti nazionali sono dovute anche al fatto che la presentazione politica e mediatica di tali fenomeni non è stata sempre sufficientemente differenziata. Nella maggior parte dei casi, fenomeni e concetti come la migrazione (inclusa la fuga) e l’integrazione sono stati e continuano ad essere descritti come processi unilineari e uniformi in società apparentemente omogenee, piuttosto che come fenomeni complessi, globali e onnipresenti nella storia umana.

Nonostante una vivace ricerca inter- e transdisciplinare in sociologia, antropologia, geografia, demografia ed economia, i modelli e i concetti classici persistono e mantengono fino ad oggi un forte potere interpretativo nel dibattito pubblico, poiché si concentrano principalmente sulle implicazioni economiche dei fenomeni migratori. Infatti, è possibile osservare come il principale riferimento per i media e la politica siano ancora oggi soprattutto quei modelli statici di interpretazione dei fenomeni migratori classici offerti dalle scienze sociali (ad esempio il “paradigma del push-pull”), secondo il quale la decisione di emigrare deriva da un calcolo puramente economico a lungo termine. La loro applicazione, così come la loro continua semplificazione nel discorso pubblico-mediatico, non è sempre del tutto adatta al fine di riflettere sulla complessità dei processi presi in esame. Dimostrano al contrario che c’è ancora molta strada da fare prima che i nuovi paradigmi possano penetrare anche al di fuori della comunità scientifica. In questo senso quella delle scienze storiche si mostra nuovamente come una importante funzione di trasferimento e di orientamento per la società e la politica. Uno dei suoi compiti è certamente quello di fare degli impulsi del presente il punto di partenza per l’analisi storica, al fine di dare profondità ai problemi attuali legati alla migrazione. È proprio attraverso l’affermazione, storicamente fondata, che le migrazioni sono una costante della storia e che in essa il muoversi assume forme e dinamiche diverse, che si può dare un orientamento solido ai dibattiti politici, talvolta accesi, su questi temi.

Un quadro diversificato e differenziato dei fenomeni migratori ha cominciato a delinearsi nel campo, allora emergente della ricerca sulle migrazioni, già negli anni Sessanta, includendo non solo fattori economici, ma sempre più spesso anche letture intersezionali e motivazionali. Oltre a mostrare una stretta connessione tra migrazione e mercato del lavoro, che è stata ancora più volte descritta negli anni Ottanta e Novanta in termini di un “rapporto push-pull” tra il mondo industrializzato e le economie sottosviluppate ovvero tra paesi poveri e paesi ricchi, gli anni Ottanta hanno visto anche la nascita di una nuova generazione di storici sociali come Charles Tilly, William Mc-Neil, Nicholas Canny, Leslie Page Moch e Dirk Hoerder, i cui studi hanno cercato di superare l’onnipresente concezione della migrazione come processo unilineare, sintomo di una crisi e hanno iniziato a vederla come parte integrante della storia europea.

Questo nuovo approccio ha condizionato anche un rinnovamento metodologico nella ricerca storica. A poco a poco sono stati inclusi non solo dati statistici e fonti provenienti da strutture e autorità politiche e sociali, ma anche documenti personali come lettere, diari e curriculum vitae, annunci su giornali e una varietà di materiali visivi come dipinti, disegni, foto, film. Ciò ha aperto agli studiosi una varietà di possibilità analitiche e nuove prospettive ermeneutiche che, tra l’altro, hanno portato a decostruire la rigida immagine neoclassica unilineare dei fenomeni migratori in un processo a tre fasi (emigrazione, viaggio, insediamento). Questo non ha solo ampliato la gamma dei significati di “migrazione” – a lungo termine, a medio termine, a breve termine, stagionale o periodica, circolare, ecc. –, da allora si sono aggiunte anche nuove categorie di migrazione: migrazione per motivi di lavoro, migrazione per motivi di istruzione e formazione, migrazione delle donne che si occupano di assistenza e delle collaboratrici domestiche, distacco, migrazione di lavoratori a domicilio, migrazione violenta, migrazione per motivi matrimoniali e d’amore, migrazione per motivi di stile di vita, nomadismo, migrazione di insediamento, schiavi e tratta di esseri umani, lavoro migrante, commercio di migranti. Allo stesso tempo anche l’implementazione metodologica della storia orale, cioè la possibilità di indagare le motivazioni, gli obiettivi, la conoscenza dell’azione, le strategie di azione, le auto-costruzioni e le localizzazioni identitarie dei migranti, ha portato anche ad un’ulteriore differenziazione analitica dello spettro dell’identità migrante. Di conseguenza, la ricerca sulle migrazioni si è concentrata sempre più su riferimenti spaziali ridotti, su singoli gruppi di migranti come soggetti attivi e sul loro impatto sulle società di arrivo. A partire dagli anni Settanta, discipline storiche specifiche come la storia urbana, la storia familiare e la storia del lavoro ragionano su nuove tipologie di analisi qualitativa che prendano in esame sia i singoli gruppi di migranti come soggetti attivi sia il loro rapporto con le varie reti di migranti della società d’arrivo.


Analogamente al concetto di “migrazione”, negli ultimi due decenni sono emersi da questa differenziazione una serie di nuovi e diversi approcci e prospettive sul concetto di “integrazione” come processo a lungo termine e non lineare, che comprendono la dimensione culturale, sociale, identitaria e strutturale. Questi offrono, tra l’altro, una ripartizione sistematica delle diverse aree e dei diversi sotto-processi attraverso i quali diverse categorie di migranti si collegano con altre parti della società e diventano così attori sociali della propria integrazione. Di recente le scienze sociali si stanno occupando più intensamente dell’emergere di “imprese migranti” e del ruolo del lavoro autonomo degli immigrati sul mercato europeo. Questi studi mettono soprattutto in evidenza la serie di effetti positivi sia sui bilanci comunali che su quello statale dell’economia dei migranti e della diversità culturale nel mondo del lavoro. Da un lato, quindi, l’integrazione è certamente il risultato di interventi mirati di politica di integrazione da parte di specifiche istituzioni; dall’altro, è però anche il risultato della distribuzione e della percezione delle opportunità e della creazione di condizioni che, anche nella seconda e terza generazione, influenzano ancora in parte in modo decisivo la costruzione di un senso di appartenenza e di auto-identificazione con la società ospitante (cioè il livello di integrazione identitaria). Nella sua opera Europa in Bewegung, Klaus Bade sottolinea, ad esempio, che mai prima d’ora i movimenti migratori sono stati controllati, regolati, influenzati o impediti dalle istituzioni statali come nell’Europa del XX secolo. Non solo le persone oltre le frontiere, ma anche i confini si sono mossi in questo periodo sulle persone stesse. È stato anche dimostrato in diverse occasioni che le politiche migratorie dei governi sembrano solitamente raggiungere i propri limiti laddove la migrazione e soprattutto l’integrazione devono essere negoziate: a livello locale.

Così, mentre l’acquisizione dei diritti nelle strutture centrali della società ospitante e il loro esercizio in termini di lavoro, istruzione, partecipazione, ecc. (“integrazione strutturale”) possono certamente essere collocati su un livello politico piuttosto generale, spesso nazionale, i processi di integrazione culturale e sociale dei migranti e dei loro discendenti riguardano più spesso il livello soggettivo e privato (decisionale) della prossimità sociale a livello locale. Inoltre, gli studi empirici condotti a partire dagli anni Novanta dimostrano che i processi di assimilazione e di integrazione non sono necessariamente accompagnati da una reale mobilità sociale dei migranti, sebbene politicamente pianificata. Piuttosto esse seguono una linea di sviluppo in cui anche i processi di trasformazione reciproca con e nella società ospitante hanno un ruolo decisivo. Anche allo scopo di invalidare le narrazioni nazionali sulla migrazione e l’integrazione, Jochen Oltmer nel 2018 nella sua collettanea Migrationsregime vor Ort und lokales Aushandeln von Migration sottolinea la necessità di studiare “i processi di migrazione e di insediamento al di sotto dello stato nazionale”. È a questo livello, infatti, che attraverso “pratiche politiche, sociali, amministrative, culturali o educative” si producono “nuove realtà migratorie” per cui la diversità deve essere continuamente rinegoziata.

Con questo numero di “Storia e Regione/Geschichte und Region” ci proponiamo, adottando l’approccio e la proposta formulata da Jochen Oltmer, di esaminare la migrazione dal punto di vista delle “relazioni, delle gerarchie e delle interrelazioni nella prossimità sociale e nelle pratiche sociali concrete” attraverso quattro casi studio con i quali approfondire il nesso tra migrazione e integrazione in relazione alla dimensione regionale. In questo contesto, il riferimento locale o regionale è apertamente inteso. Per questo motivo, nella loro analisi gli autori di questo numero hanno avuto modo di riferirsi a quattro aree culturali, geografiche ed economiche di per sé diverse: il bacino della Ruhr, Wolfsburg, Prato e diverse aree della Repubblica Democratica Tedesca, caratterizzate dalla centralità della fabbrica sul territorio.

Tutti i contributi si concentrano sulle dinamiche di negoziazione a livello locale di migrazione e integrazione nei centri, nelle città e nelle regioni già fortemente segnati da mobilità territoriale, mobilità sociale e dalla diversità culturale nel corso del XX secolo e in alcuni casi anche prima. Tutte queste regioni hanno quindi vissuto, a partire dagli anni Settanta, cambiamenti comparabili anche nelle tipologie di migrazione: dalla mobilità volontaria o dalla migrazione mirata per motivi di lavoro a forme di migrazione caratterizzate da una mobilità involontaria come conseguenza della minaccia di guerra, di minacce esistenziali e di persecuzioni politiche. Questi cambiamenti si combinano con l’esperienza comune del cambiamento strutturale post-industriale e delle sue sfide.

In questo senso, Lutz Raphael ricostruisce nel suo contributo l’esperienza e “le strategie domestiche” delle famiglie turche nel contesto delle trasformazioni dell’industria del carbone e dell’acciaio dell’area della Ruhr a partire dagli anni Settanta. Con le trasformazioni successive alla crisi petrolifera, l’acquisizione di nuove biografie lavorative e lo sviluppo di strategie di adattamento e di sopravvivenza diventano improvvisamente indispensabili per le famiglie migranti, poiché esse, come le famiglie tedesche, vedono la loro esistenza minacciata dalla disoccupazione, dalla chiusura degli impianti e dalle crisi economiche. Partendo dal presupposto che l’integrazione è un processo complesso a lungo termine che include la dimensione culturale, sociale, identitaria e strutturale, le ricerche microstoriche e microsociologiche qui proposte si concentreranno quindi non solo sulle autorità e sulle imprese e sui corpi intermedi della società (chiese, sindacati, scuole, ecc.), ma anche sulle diverse categorie e gruppi di migranti.


Anna Marsden ci propone nel suo contributo quindi una tipologia poco studiata di migranti, quelli provenienti dalla Cina che diventano imprenditori in Italia. Il contributo si occupa infatti della migrazione cinese verso Prato, la città del tessile a nord di Firenze. Marsden presenta lo sviluppo di una città e le dinamiche di integrazione della più grande comunità cinese in Italia (e probabilmente in Europa) attraverso la lente di una evidente contraddizione piena di conflittualità. Da un lato, il salvataggio della produzione e della lavorazione tessile industriale in città, effetto della rapida espansione di un panorama industriale cinese che ha plasmato la città non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello urbanistico. D’altra, l’emergere negli ultimi anni di sentimenti e di politiche discriminatorie nonché repressive anti-cinesi, che possono essere viste anche come la reazione a una dinamica di integrazione locale fortemente influenzata dagli stessi migranti cinesi, la cui cifra è da sempre una legittima ed evidente aspirazione all’indipendenza imprenditoriale e alla mobilità sociale. Infatti, un compito e allo stesso tempo una sfida comuni per gli autori di questo numero è stato quello di cogliere anche le forme di caparbietà e il contributo dei migranti alla propria integrazione e quindi, possibilmente, di descriverli al di là del loro ruolo di oggetti passivi del processo di integrazione istituzionale.

Questo compito è stato ripreso da Christoph Lorke portando l’esempio delle reciproche, talvolta anche contraddittorie, sfide interculturali affrontate dalle imprese della RDT nell’integrazione dei lavoratori a contratto provenienti da Algeria, Cuba, Mozambico, Vietnam e Angola negli anni Settanta e Ottanta. Nel suo saggio, Lorke mostra come, nonostante i rigidi “meccanismi di regolamentazione amministrativa statale” ed i “rapporti di potere asimmetrici che non possono essere negati”, tra i lavoratori fossero possibili anche strategie di autoaffermazione. Tuttavia, anche queste dipendevano fortemente “dalle rispettive strutture e dalle possibilità” offerte a livello locale. Oltre a mettere in evidenza le esperienze di sviluppo di modelli e strutture pratiche nell’affrontare l’immigrazione e l’integrazione, i contributi affrontano anche i conflitti, le interdipendenze ed i nuovi problemi che sono sorti proprio da queste prassi. L’indagine congiunta sulle forme locali di prassi politiche, sociali, amministrative, economiche e culturali dell’integrazione apre un’ulteriore prospettiva su quei cambiamenti che sono solo indirettamente legati alla migrazione. Ad esempio, lo sviluppo storico dei sistemi educativi o la creazione e il consolidamento di nuove forme di disuguaglianza sociale, che se non sono state create principalmente dai fenomeni migratori ne sono però state esacerbate.

Alexander Kraus e Michael Siems discutono di queste dinamiche e processi di cambiamento ed adattamento talvolta contrastanti nel contesto della Wolfsburg degli anni Settanta, la città della Volkswagen. Dopo la prima crisi petrolifera del 1973 e il cosiddetto “blocco delle assunzioni”, i comuni della Germania occidentale hanno rilevato dalle aziende il ruolo di gestori e coordinatori dell’integrazione. Per i lavoratori ospiti (Gastarbeiter) della Repubblica Federale Tedesca (RFT), soprattutto per gli italiani, iniziava in quel periodo una fase di “normalizzazione” della loro esistenza in Germania, che allo stesso tempo, però, portava con sé un cambiamento esistenziale pieno di tensioni. Siems e Kraus ne danno conto attraverso quattro ambiti, che comprendono gli sforzi di integrazione politica comunale, l’accettazione degli italiani nella società urbana, i cambiamenti nella loro situazione abitativa e l’istruzione scolastica.

 

Indice del numero di “Geschichte und Region/Storia e regione”:

Christoph Lorke
Außereuropäische „Werktätige“ als interkulturelle Herausforderung. DDR-Betriebe und ihr Umgang mit Fremdheit

Lutz Raphael
Curricoli flessibili e stile di vita transnazionale. Biografie lavorative e strategie di sostentamento di famiglie di minatori turchi nel bacino della Ruhr (1970–2000)

Alexander Kraus/Michael Siems
Da oggetto ad attore. La politica di integrazione dei Gastarbeiter italiani a Wolfsburg durante gli anni della “normalizzazione”

Anna Marsden
“Benvenuti a Prato”. L’imprenditoria migrante pratese ed il contraddittorio processo di integrazione della comunità cinese a partire dagli anni Novanta

Aufsätze / Contributi

Enzo Ianes
“L’asilo è il mezzo più potente per la penetrazione dell’italianità”: Il ruolo dell’Opera Nazionale Assistenza Italia Redenta nel processo di italianizzazione dell’Alto Adige

Forum

Brigitte Mazohl
Habsburg revisited. Drei Neuerscheinungen zur Geschichte der österreichisch-ungarischen Monarchie

Rezensionen / Recensioni

Adelina Wallnöfer, Die politische Repräsentation des gemeinen Mannes in Tirol. Die Gerichte und ihre Vertreter auf den Landtagen vor 1500
(Renate Blickle)

Hansjörg Rabanser, Der Lauterfresser. Der Hexenprozess gegen Matthäus Perger in Rodeneck und seine Rezeption
(Christina Antenhofer)

Philipp Zwyssig, Täler voller Wunder. Eine katholische Verflechtungsgeschichte der Drei Bünde und des Veltlins (17. und 18. Jahrhundert)
(Erika Kustatscher)

Francesca Brunet, „Per essere quest’ufficio la chiave dell’Italia e Germania…“. La famiglia Taxis Bordogna e le comunicazioni postali nell’area di Trento e Bolzano (sec. XVI–XVIII) / „Da dieses Amt der Schlüssel für Italien und Deutschland ist…“. Die Familie Taxis Bordogna und die Postverbindungen im Raum Trient und Bozen vom 16. bis zum 18. Jahrhundert
(Mirko Herzog)

Quinto Antonelli, Storia intima della Grande Guerra. Lettere, diari e memorie dei soldati al fronte
(Matteo Ermacora)

Giuseppe Albertoni/Marco Bellabarba/Emanuele Curzel (a cura di), La storia va alla guerra. Storici dell’area trentino-tirolese tra polemiche nazionali e primo conflitto mondiale
(Magda Martini)

Martin Göllnitz, Der Student als Führer? Handlungsmöglichkeiten eines jungakademischen Funktionärskorps am Beispiel der Universität Kiel (1927–1945)
(Christof Aichner)

Paolo Ferrari/Kirsten Maria Düsberg (Hg.), Dove ci portate? Wohin bringt ihr uns? Kam nas peljete?
(Elisabeth Malleier)

Hermann Brugger, Kunstraub in Südtirol 1939–1945
(Carl Kraus)

Costantino di Sante, Criminali del campo di concentramento di Bolzano. Deposizioni, disegni, foto e documenti inediti
(Carla Giacomozzi)

Claudia Rauchegger-Fischer, „Sind wir eigentlich schuldig geworden?“ Lebensgeschichtliche Erzählungen von Tiroler Frauen der Bund-Deutscher-Mädel-Generation
(Martha Verdorfer)

Martina Gugglberger (Hg.), Geschlechtergeschichte(n) des Alpinismus nach 1945
(Ingrid Runggaldier)