“D'ISTRUZIONE PUBBLICA”
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Fornire docili prestatori di competenze
Convinto della bontà del contenuto, ho visto “D’Istruzione Pubblica” il docufilm che – secondo uno dei più azzeccati slogan coniati per pubblicizzarlo – “manda in sclero l’intero PD”. Già alle prime battute ho capito d’aver preso un abbaglio: il tema riguarda sì la critica, e anche impietosa, alla pedagogia progressista – oggetto del mio travaglio – ma vista con gli occhiali di sinistra: la metodologia – questo in sostanza il messaggio – è certamente errata, ma è estranea ai nostri principi, i compagni si sono lasciati sedurre. C‘è da pensare che solo la gravità della “d’Istruzione”, possa aver convinto gli autori a prendere una posizione così autolesionistica. Chi sia il seduttore e come avvenne la seduzione è presto detto: l’opera, ultima di una trilogia sugli orrori del neoliberismo (“lavoro”, “sanità” e “scuola”) narra come la pedagogia progressista (instaurata dalle lotte studentesche degli anni Sessanta), all’inizio “emancipativa” (articolo 3 della Costituzione) si sia lasciata, negli anni Ottanta, permeare da elementi “rinunciatari-giustificazionisti” tipici del neoliberismo.
Prima di indagare su questa seduzione, è doveroso ricordare quanto ci sono costati i risultati emancipativi di quella iniziale fase ortodossa. Il provvedimento delle 150 ore retribuite (dal docufilm tanto magnificato), pur lodevole nelle intenzioni, finì per essere rovinoso nei risultati: l’elargizione a basso costo del diploma di terza media accese nei beneficiati il miraggio di poter scalare a pari fatica anche quelli superiori, assai più rimunerativi, e alcune condizioni propizie – ulteriori aumenti di permessi retribuiti e l’istituzione di scuole serali di ogni ordine e grado – lo rese realizzabile. L’esercito di lavoratori-studenti che dilagò ben presto a macchia d’olio in ogni settore della produzione non fu proprio un toccasana né per l’economia né per la conoscenza: “nessuno può servire due padroni …”. Si assistette a un duplice movimento migratorio: verso il settore terziario in fuga dal lavoro manuale (considerato fin dall’antichità “arte vile et mecanica”) e verso le carriere di livello superiore equipollenti al titolo in possesso. Per i due-tre lustri successivi – l’ascensore sociale, dopo questo surplus lavorativo, cessò del tutto di funzionare – non fu facile per i giovani diplomati competere per il posto di lavoro con questi maturi concorrenti, forse meno preparati teoricamente, ma assai più scaltri. Poi più che l’ingorgo poté l’ignoranza: la dequalificazione del titolo fu prodromo di quella dello studio: oggi la situazione è così disperata che l’ultimo caso eclatante (il numero di candidati idonei al concorso per magistrato ordinario del 2022 è risultato inferiore ai posti messi a bando) non suscita più alcuno stupore.
Ma per gli autori, ben altra è l’origine del processo disgregativo: il combinato disposto di due provvedimenti introdotti dalla riforma Bassanini-Berlinguer (1997) e cioè l’“autonomia scolastica” e la “didattica per competenze”. Sembra insomma che i due ministri progressisti abbiano congiurato con la Confindustria affinché la scuola fornisse alle imprese “docili” prestatori di competenze. L’ipotesi è suggestiva, ma irreale: di certo c‘è che, non essendoci didattica al mondo capace di sviluppare competenze al riparo da contaminazioni critiche, quel combinato – che non avrebbe comunque fornito competenti all’industria – ha nociuto non poco allo sviluppo delle capacità critiche dei giovani. Il vero scopo ortodossissimo della riforma – lo spiegò in un articolo (8/7/2007) lo stesso Berlinguer ai compagni del Manifesto – fu di rimuovere dall’istruzione pubblica ogni reminiscenza gentiliana. “La scuola italiana – scrisse – è stata marcatamente di classe; la discriminazione sociale scolastica ha trovato il suo strumento principale nell’impianto didattico e metodologico; si è voluto un insegnamento astratto, deduttivistico, calato dall’alto; si è identificato il sapere con l’immediata e preventiva teorizzazione, si è rifiutato ogni momento empirico, fisico, fattuale negando ed evitando la necessaria contaminazione fra sapere e fare”. Ecco in sintesi la strategia: il democratico connubio di fare e sapere della didattica delle competenze contro la discriminazione classista del sapere teoretico.
Chi, come me, ha dovuto per anni scontrarsi con orde di colleghi invasati che al grido di “meno conoscenze, più competenze” volevano imporre il loro credo, sapere che a sinistra su questo argomento spira un’aria revisionista non può che rallegrarsene, ma è il futuro che preoccupa. C’è nel film la scena di una interrogazione scolastica idealtipica che dà il quadro della povertà culturale pedagogica in cui si dibatte oggi la scuola italiana: due studenti, in coppia per superare il disagio, provano a rispondere a turno ad una insegnante che con fare materno porge loro, assistendoli nelle risposte, domande semplici quasi prevedibili. Ebbene, è dal rinnovo di queste basilari funzioni che, secondo me, dovrebbe iniziare la ricostruzione.
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