Una domenica da dimenticare
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Chiudere i supermercati la domenica tornando a una settimana di apertura su sei giorni, con l’obiettivo dichiarato di ridurre i costi di lavoro, evitare le maggiorazioni salariali previste per le giornate festive e rispondere alle richieste dei dipendenti: è questa in sintesi la proposta lanciata dalla Coop nazionale che riporta al centro una questione mai risolta, ovvero fino a che punto la flessibilità commerciale può spingersi senza compromettere i diritti dei lavoratori? Abbiamo approfondito l’argomento con Sarah Spagnuolo, funzionaria della Filcams/Cgil, sindacato che da tempo sostiene la necessità di ripensare le aperture domenicali e festive, soprattutto alla luce delle trasformazioni introdotte dalle liberalizzazioni e delle specificità di un territorio come l’Alto Adige.
SALTO: La ricetta di Coop nazionale riapre il dibattito sull‘equilibrio tra diritti dei lavoratori e abitudini dei consumatori. Come giudica questa iniziativa?
Sarah Spagnuolo: La Filcams/Cgil è da sempre favorevole alle chiusure domenicali, senza contare, per inciso, che i contratti collettivi prevedono il diritto di godere dei giorni festivi. Le liberalizzazioni introdotte all’epoca dal governo Monti, in particolare sugli orari e le aperture dei negozi, hanno portato a un progressivo peggioramento delle condizioni lavorative – maggiore precarietà, turni più frammentati e una riduzione del tempo libero, al netto delle maggiorazioni salariali per i festivi – e della conciliazione vita-lavoro. Come sindacato abbiamo costantemente sottolineato alle imprese che il profitto non può venire prima del benessere dei lavoratori, evidenziando l’urgenza di politiche aziendali che tutelino diritti e qualità della vita sul lavoro. Coop dichiara che sarebbe opportuno chiudere i supermercati la domenica, ma la spinta non nasce davvero dalla volontà di favorire i dipendenti – che hanno diritto ad avere un orario lavorativo più regolare e più organizzato – quanto piuttosto da motivi economici (lavorare la domenica comporta un costo del lavoro più elevato) e dalla mancanza di personale.
Il fatturato si spalmerebbe su sei giorni anziché su sette, tutto qui
C’è il timore che chiudere la domenica significhi perdere salario o ore di lavoro. È un rischio fondato? Dal suo punto di vista si perderebbero posti di lavoro o si tratterebbe solo di una diversa organizzazione degli orari?
Parliamo solo di un’organizzazione più programmata degli orari. Una pianificazione chiara e preventiva, come ad esempio su base mensile o bisettimanale, crea un equilibrio più sostenibile tra obblighi professionali e benessere personale. Il fatturato si spalmerebbe su sei giorni anziché su sette, tutto qui. E questa è un’osservazione che abbiamo fatto spesso anche a livello territoriale. Sono infatti anni che chiediamo a Confcommercio e alla Provincia di fare un passo indietro sulle liberalizzazioni, ad esempio quando al tavolo delle trattative per l’integrativo territoriale sono state richieste maggiori liberalizzazioni, la Filcams ha abbandonato il dal tavolo di contrattazione.
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In un territorio come l‘Alto Adige, tra turismo e commercio di prossimità, quali sarebbero gli effetti di una chiusura domenicale?
Intanto diciamo che, considerato il costo della vita molto alto e che molte famiglie non dispongono di un budget elevato, è marginale l’impatto delle aperture domenicali sulla spesa quotidiana. Il punto è che si tratta soltanto di valutare una prospettiva differente. Viviamo in un territorio in cui circa venti anni fa i negozi chiudevano il sabato alle ore 12, eppure non mancavano turisti e fatturato. E poi c’è da sottolineare anche un’altra cosa.
Quale?
Ormai il turismo in Alto Adige non è più un fenomeno legato esclusivamente ai picchi stagionali, ma vive e prospera 365 giorni all’anno. E difatti con Confcommercio ci troviamo spesso a confrontarci sulle zone a maggiore afflusso turistico dove poter garantire i servizi per un tempo più esteso. Inoltre qui il turismo non è di tipo “mordi e fuggi”, i visitatori scelgono soggiorni più lunghi, legati a esperienze specifiche come i mercatini di Natale, la settimana bianca in montagna o la vacanza estiva nella natura, quindi non credo che subiremmo verosimilmente un danno significativo se adottassimo la chiusura domenicale dei negozi. Detto questo ritengo che sia difficile l’idea di abbassare le serrande la domenica anche nei centri commerciali. Forse finirà che si chiuderanno alcuni negozi in determinate aree cittadine ma si lascerà aperta la porta in altri settori o nei mall.
Piuttosto che concentrarci sull’idea che sia indispensabile acquistare un prodotto in un giorno specifico dobbiamo ricordare che siamo tutti esseri umani, tutti lavoratori con gli stessi diritti
Il lavoro domenicale è davvero una scelta volontaria per chi lavora nella grande distribuzione?
Non lo è. L’involontarietà si manifesta su due fronti principali: il primo riguarda la flessibilità contrattuale – molti contratti prevedono fin dall’inizio la disponibilità a lavorare durante festivi e domeniche, rendendo quindi obbligatoria questa prestazione al momento della firma. Il secondo aspetto riguarda il reddito: molti lavoratori sono costretti ad accettare contratti part-time involontari pertanto il lavoro nei giorni festivi e domenicali diventa necessario per incrementare lo stipendio e raggiungere un livello di guadagno sostenibile. Paradossalmente se gli stessi dipendenti avessero un contratto full-time forse sceglierebbero di riposare la domenica.
Infine ai consumatori che temono disagi, qualora crollasse la formula del sempre aperto, cosa risponde il sindacato?
Dunque, è vero che tutti lavoriamo con una flessibilità maggiore rispetto al passato, ma è altrettanto vero che basterebbe solo cambiare modo di pensare: piuttosto che concentrarci sull’idea che sia indispensabile acquistare un prodotto in un giorno specifico dobbiamo ricordare che siamo tutti esseri umani, tutti lavoratori con gli stessi diritti. Quando si mette il consumo al di sopra di ogni cosa vengono meno sia quei diritti sia il rispetto dell’organizzazione del lavoro. Non credo che il consumatore non sia d’accordo su questo, semplicemente ha la possibilità di scegliere quando fare la spesa e la adatta al proprio stile di vita e alle proprie esigenze. Se questa possibilità non ci fosse, come accadeva prima delle liberalizzazioni di Monti, saprebbe comunque adeguarsi. I paletti del resto non li mettono i consumatori, ma un modello che sacrifica i diritti dei lavoratori sull’altare del consumo.
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