Società | Gastbeitrag

Una storia ai margini della memoria

La storia dei Sinti in Alto Adige Südtirol è una storia europea e allo stesso tempo profondamente locale, segnata da confini, persecuzioni e mancato riconoscimento.
Deportation von Sinti und Roma
Foto: Creative Commons
  • Presenti sul territorio almeno dalla fine dell’Ottocento, i Sinti hanno attraversato l’Impero austro-ungarico, il fascismo, il nazismo e il dopoguerra democratico, rimanendo però a lungo esclusi dalla memoria pubblica e dal pieno riconoscimento istituzionale.

  • Il nostro autore

    Erjon Zeqo è ricercatore e project manager presso il Center for Autonomy Experience (CAE) e l’Institute for Minority Rights (IMR) di Eurac Research a Bolzano. Si occupa di diritti delle minoranze, migrazione e inclusione sociale, con particolare attenzione alle minoranze non territoriali e alle comunità Rom e Sinti. Da oltre trent’anni lavora su progetti nazionali ed europei nei settori della coesione sociale, della mediazione interculturale e dei diritti umani.

    Foto: Gilberto Cavalli
  • Prima del fascismo: Rom e Sinti nell’Impero austro-ungarico

    Già prima del Novecento, nell’Impero austro-ungarico, Rom e Sinti vivevano una condizione di discriminazione strutturale, nonostante l’Impero si presentasse come uno Stato multietnico e plurilingue. Nel corso del XVIII secolo, le autorità imperiali costruirono un’immagine fortemente negativa delle popolazioni romanì, frequentemente associate al vagabondaggio e alla criminalità, giustificando così politiche di controllo e repressione (CoE, European Roma History).

    A partire dagli anni Trenta dell’Ottocento, le politiche nei confronti di Rom e Sinti divennero progressivamente più invasive e coercitive. Molti adulti furono destinati alle case di lavoro forzato (Arbeitserziehungsanstalten), mentre i bambini vennero sottratti alle famiglie con l’obiettivo dichiarato di spezzare la continuità culturale romanì e imporre modelli di vita considerati “accettabili” dalle autorità statali (L. Lucassen, Zigeuner. Die Geschichte eines polizeilichen Ordnungsbegriffs). 

    In questo contesto si collocano i numerosi tentativi di sedentarizzazione forzata che miravano a trasformare Rom e Sinti in una popolazione “ordinata e obbediente”. Parallelamente, le autorità cercavano spesso di respingere Sinti e Rom oltre confine, considerandoli una responsabilità degli Stati confinanti, come dimostra il divieto di ingresso introdotto in Austria nel 1882.

    Queste pratiche di assimilazione forzata non scomparvero con la fine dell’Impero: al contrario, nel nuovo contesto degli Stati nazionali sorti dopo la Prima guerra mondiale, esse continuarono creando un terreno favorevole alle successive politiche razziali. (G. Lewy, The Nazi Persecution of the Gypsies).

  • Il Lager di Bolzano: Tra il 1944-45 fu attivo a Bolzano il Polizeiliches Durchgangslager Bozen, gestito dalle SS e noto come “Lager di via Resia”. Foto: Creative Commons
  • Dalla classificazione alla persecuzione fascista

    Con l’avvento del fascismo, e con l’annessione del Sudtirolo all’Italia, questa lunga tradizione di controllo si trasformò in politica repressiva sistematica. Il regime fascista introdusse schedature, espulsioni e misure restrittive nei confronti di Rom e Sinti, considerati “pericolosi per l’ordine pubblico” e incompatibili con l’ideale fascista di nazione disciplinata e sedentaria (P. Trevisan, La persecuzione dei Rom e dei Sinti nell’Italia fascista).

    Nel 1940 iniziarono gli internamenti nei campi italiani, ben prima dell’occupazione nazista. 

  • Internamenti prima dell’occupazione nazista

    Tra il 1939 e il 1941, il regime fascista confinò 878 rom e sinti in diverse aree del Paese.
    Tra questi risultano anche 13 nuclei familiari provenienti dal Trentino-Alto Adige, tra cui anche Herzemberg e i Gabrieli/Gabrielli, deportati in Sardegna, Friuli, Molise e altre zone isolate.

  • Via Resia: il lager di Bolzano e la persecuzione dei Sinti altoatesini

    Dopo l’armistizio dell‘8 settembre 1943 e l’occupazione del Sudtirolo dal III Reich, anche il Sudtirolo venne coinvolto direttamente nel sistema concentrazionario nazista. Tra il 1944-45 fu attivo a Bolzano il Polizeiliches Durchgangslager Bozen, gestito dalle SS e noto come “Lager di via Resia”. Il campo svolgeva una funzione di detenzione e di smistamento dei prigionieri verso i principali lager del Reich, tra cui Dachau, Buchenwald, Bergen-Belsen e Mauthausen. Quanto ad Auschwitz, finora non risultano deportazioni di Rom e Sinti italiani: non per un’esenzione, ma per una questione di cronologia, perché molte deportazioni dall’Italia avvennero dopo l’agosto 1944, quando lo Zigeunerlager di Birkenau era già stato liquidato e i trasporti vennero indirizzati verso altri campi nell’area austro-tedesca.

  • “Asociali” o “Vagabondi”

    Il numero esatto dei Rom e Sinti detenuti e deportati da Bolzano non è noto.
    La documentazione d’archivio è frammentaria e lacunosa; è difficile “contarli”: nei lager spesso non venivano registrati come Rom/Sinti, ma come “asociali” o “vagabondi”, 

  • Nel campo furono imprigionate oltre 11.000 persone, tra cui ebrei, oppositori politici, partigiani, renitenti alla leva, omosessuali e persone classificate come “asociali”. Tra i detenuti vi erano anche Rom e Sinti.

    Decine di testimonianze dimostrano che anche i sinti altoatesini siano stati vittime dirette del sistema repressivo nazifascista e del genocidio romanì, noto tra i Sinti  nelle aree germanofone come Holocaust e più diffusamente in Europa fra i Rom come Porrajmos, che costò la vita a oltre 500.000 Rom e Sinti.

  • Rom e Sinti sotto il nazismo

    Durante il secondo conflitto mondiale, il genocidio di rom e sinti –Porrajmos – costò la vita a circa 500.000 persone in tutta Europa.

    Tra il 1943 e il 1945 anche Rom e Sinti italiani furono deportati verso i lager del Terzo Reich. Quantificarli con precisione è però difficile: nei registri dei campi molti non venivano indicati come Rom/Sinti, ma classificati come “asociali” o “vagabondi”; per questo oggi risulta difficile determinare un numero definitivo. Le stime si aggirano tra 1.000 -2.000 rom e sinti deportati.
    Sulla base di decine di testimonianze, molti di loro transitarono dal lager di via Resia a Bolzano, utilizzato come snodo per le deportazioni verso campi di sterminio nell’area austro-tedesca.

  • Il dopoguerra e una memoria rimossa

    Nonostante le persecuzioni subite, nel dopoguerra Rom e Sinti non ottennero un pieno riconoscimento come vittime del nazifascismo. Le loro storie rimasero a lungo ai margini della memoria pubblica, mentre l’emarginazione sociale proseguiva sotto nuove forme.

    Anche in Alto Adige, nonostante l’Autonomia e lo sviluppo di modelli avanzati di convivenza linguistica, Sinti e Rom sono rimasti in gran parte esclusi dagli strumenti di tutela e di inclusione. Questa assenza rappresenta una lacuna dell’Autonomia, che ancora oggi fatica a riconoscere pienamente queste comunità come parte integrante della società locale.

  • Monumento commemorativo a Roma: Conservare la memoria e contrastare il razzismo e l’antiziganismo. Foto: Creative Commons
  • Oggi: contrastare l’antiziganismo

    La storia delle comunità Rom e Sinti non appartiene solo al passato, ma interpella direttamente il nostro presente. Conservarne e tramandarne la memoria è fondamentale, perché la memoria non è un fatto privato, bensì una responsabilità collettiva. 

    Oggi una delle sfide più importanti per la nostra società è contrastare il razzismo e l’antiziganismo: non si tratta solo di tutelare diritti formali, ma di garantire equità e rendere possibile una convivenza democratica piena. Questo è ancora più urgente se si considera che Rom e Sinti rappresentano la minoranza numericamente più grande d’Europa, eppure continuano a essere marginalizzati e raramente inclusi nelle narrazioni storiche ufficiali. 

    Condividere questa storia significa riconoscere che ci riguarda e in qualche modo ci appartiene: senza memoria non c'è giustizia, e senza giustizia la convivenza resta incompleta.